21 giugno 2014

Il Nuti - prima parte.

La mia storia comincia male, galleggiando a testa all'ingiù con ancora addosso la giacchina di velluto liscio, i jeans attillati e gli immancabili stivaletti neri. Proprio come in quel vecchio film - mi sembra si chiamasse Sunset Boulevard - il protagonista muore ancora prima di poterlo conoscere. Qui però non siamo a Hollywood e invece di ondeggiare serenamente in piscina, mi trovo a sguazzare coi calzini zuppi di quella brodaglia limacciosa che riempe l'Arno in piena estate.Tutto sommato poteva anche andarmi peggio, io ho sempre amato questa città. E a pensarci bene non avrei potuto trovare abbigliamento migliore per l'occasione.
Il Nuti muore come ha sempre vissuto, galleggiando. L'unica nota dolente è questa sirena che non la smette di gridare: ero sicuro che quando uno moriva, sentisse la nona di Beethoven o roba del genere...almeno un Hallelujah di Jeff Buckley pensavo di meritarmela.


Ma bando alle ciance, mi presento: sono Italo Nuti, 28 anni, avvinazzato per vocazione e postino per necessità. Sono pochi i traguardi che ho raggiunto in questa mia breve esistenza, tra questi il più sofferto di sicuro è stata la laurea in architettura.
In estrema sintesi, della vita mi piacevano le donne, e anche parecchio. Adoravo sbirciare il sorriso che fanno dopo un bacio, spiarle la mattina quando si alzano dal letto per andare in bagno senza trucco e, soprattutto, scoprirne i suoni segreti dei loro momenti di allegria più sincera. Non prendetemi per un maniaco o chissà che...io almeno, non mi ci sono mai sentito. Diciamo che se l'amore è un'enorme labirinto pieno di porte chiuse, la mia perversione stava nello scoprire cosa si nascondeva dietro ognuna di esse anziché affannarsi a trovare quella che portava all'uscita. La curiosità sarà anche un vizio diabolico, ma credetemi, qui dove sono adesso non ci sono né fuoco né diavoli.
Credo che possiate intuire che se mi trovo a far compagnia a pantegane e pesci, c'è di mezzo una donna. Anche se donna, quando riferito a lei, suona veramente male. Non pensate alla vendetta di un'amante geloso o a un gesto disperato; la mia dipartita da questo mondo è avvenuta in circostanze tutt'altro che normali; forse è per questo che sono ancora qui a raccontarvelo.

Ma ricominciamo dall'inizio: una gelida mattina di sei mesi fa, l'8 Febbraio 2011. All'epoca, le mie giornate scorrevano bagnate e tranquille, sempre in sella al Liberty battente bandiera delle Poste Italiane, col casco slacciato e le cuffie negli orecchi. Forse vi chiederete perché un architetto debba passare le sue giornate a suonare campanelli e a riempire le cassette di lettere e opuscoli colorati. Pigrizia? Mancanza di pecunia? Passione filatelica? beh un po' di tutt'e tre, a cui però si dovrebbe aggiungere la completa assenza di ambizione e una spensierata rassegnazione a quello che il destino offre. Ovviamente, il mio sogno da piccolo non era quello di fare il portalettere, ma a dire il vero non era neppure quello di progettare villine a schiera o rivalutare vecchi edifici industriali in malora. Avevo bisogno di soldi e adoro le due ruote, credo che l'inizio della mia carriera possa essere raccontata così. Fare il postino, comunque, presentava lati positivi insospettabili.
Quella mattina in particolare consegnavo la posta in Borgo S.Frediano, nel cuore della fiorentinità più genuina. Il giro cominciava come sempre dal ponte alla Carraia, giù per il Lungarno Soderini passando poi per il Cestello e per la titanica porta delle mura, e quindi via nel dedalo di vicoli che si snodano a sud fino a Piazza Tasso; da qui continuava a est, sfiorando il Giardino Torrigiani col suo torrino, arrivando in Piazza del Carmine coi suoi sampietrini disconnessi, per finire quindi in via dei Serragli a chiudere il cerchio. Oltre le amenità architettoniche, il giro riservava altre piacevoli distrazioni dai compiti strettamente legati alla nobile arte postale. Dovevo fare visita alla sig.rina Bianchini di via dell'Orto, che aveva ricevuto l'ennesima raccomandata urgentissima; poi alla vedova Palmucci di Piazza dei Nerli, che mi aveva telefonato perché ritirassi alcune lettere che preferiva consegnare di persona invece di affidarle ad una cassetta incustodita. La vera chicca era però la cartolina autografa della figlia dell'esimio Dott. Plini, che la ragazza si era assicurata di farmi pervenire a casa, che riportava una dettagliata descrizione dell'orario di lavoro del padre assieme ad altre utili raccomandazioni. Insomma, la giornata si prometteva indubbiamente faticosa, ma la cosa non mi spaventava.
Nei due anni di lavoro ero riuscito a costruirmi una buona reputazione, nonché un discreto giro di clienti affezionate e care, che per nulla al mondo mi sarei sognato di lasciare insoddisfatte o senza posta. Abituato a girare di casa in casa, avevo imparato che con un sorriso sincero, un pizzico di simpatia e un orecchio pronto ad ascoltare chi si sente solo, trascurato o dimenticato, si finisce quasi sempre per scoprire il lato migliore delle persone...il che si misurava in caffè offerti, grappini, sigarette, cioccolata, dolci fatti in casa, avanzi dell'arrosto o del fagiano ripieno e, talvolta, in quel calore di cui tanto si sente la mancanza nelle piovose mattinate invernali. Come le lettere che non finivo mai di consegnare, anche le chiacchiere giravano di uscio in uscio, e capitava di tanto in tanto che qualche nuova utente incuriosita, volesse testare di persona la bontà del servizio di ritiro domiciliare della corrispondenza.
Silvia, che lavorava all'ufficio postale n°13, ormai non si stupiva più delle telefonate indiscrete che di quando in quando investigavano i turni di lavoro o il numero di cellulare del giovane postino, ed era solita preparare i miei faldoni delle lettere con accurata dovizia. Io in cambio la portavo al cinema di tanto in tanto, non che la cosa mi pesasse. C'era una simpatia naturale nascosta tra le sue trecce bionde e il suo sguardo appena strabico, rideva sempre alle mie battute e aveva una piccola voglia sulla coscia destra che sembrava un impronta di gatto. La confidenza tra noi due nacque quasi subito. Ma mi sto perdendo come sempre nelle chiacchiere, e la voglia di Silvia ha poco a che fare con la mia triste storia.

10 giugno 2014

I Diari di Geriatria: Giorno 2 - Divorato dalla noia

6 Giugno

Eccomi al secondo (e ultimo) giorno di congresso geriatrico-pistoiese. Stessa poltrona sugli spalti, meno teste che spuntano in file ordinate sotto, sul campetto da pallavolo convertito per l'occasione in auditorium. Il primo simposio è LE PROFESSIONI SOCIO-SANITARIE: la professione dell'infermiere in Centro Diurno. Oggi parliamo di noia. La scelta del tema è scontata forse, ma non meno sentita.



Per leopardiana ammissione, la noia ci distingue dagli animali - che ne sono privi - ponendoci in una posizione assai più scomoda di polli e conigli. Ma come sarebbe bello starsene tutto il giorno sdraiati a grattarsi i coglioni e a mangiare! In effetti questa è l'occupazione principale di Jasmine, il mio pastore tedesco - esclusa la parte dei coglioni. Cosa non darei per mollare tutto e andare a vivere ai Caraibi, facendo surf dalla mattina alla sera. Aldilà della più o meno credibile passione che uno può provare verso il saltare su una tavola per 10 secondi (massimo) prima di finire a testa all'ingiù nell'oceano...non è un po' pochino per campare? 
Badate, non siamo qui a mettere in discussione l'istituzione del sogno a occhi aperti, fondamentale, specie mentre uno sgobba come un negro. Cosce abbronzate da cospargere di olio di cocco, bevendo cocktail cogli ombrellini colorati specchiandosi nelle acque cristalline di chissà quale isolotto tropicale, sono boccate di ossigeno durante le giornate di lavoro, studio e lezioni - quali L’assistente sociale nella rete dei servizi per la demenza tra emergenze sociali e complessità sanitaria. Ma, sinceramente, augurarsi una vita fatta di solo relax è frutto di eccessiva superficialità. 
Sarà che io al mare non so stare fermo un minuto, così come a letto, a colazione, sul tram, in fila al supermercato o al bar, durante una foto o una risonanza magnetica...ma nessuno mi leva dalla testa che anche la più fanatica patita dell'abbronzatura perfetta non resiste un anno a farsi foto a quelle gambine lisce distese al sole tutti i giorni. 

Il bisogno di relax nasce essenzialmente dall'incontrovertibile legge del voglio quello che non ho. Torniamo quindi dritti dritti al discorso di ieri: vivere è sentire la mancanza. La noia, viceversa, nasce dalla completezza, dalla sazietà. Ho l'impressione che molte persone non abbiano chiara quest'ovvietà, pensando alla noia come a mancanza di qualsivoglia cosa da fare...quando invece il problema è che perpetuano la loro quotidianità religiosamente, sognando nel frattempo il fine-settimana, l'estate o l'amore. I quattrini ci vogliono e lavorare è necessario, tutti d'accordo. Non tutti possiamo essere esploratori dei fondali oceanici o pornostar, ok. Ma la noia la proviamo tutti, e ci assale solo quando recitiamo da troppo tempo la stessa parte. Quanto sia questo troppo tempo è difficile da dire. Ci sono persone che sopportano meglio la noia - come tacchini e capre - e ci sono individui che ne sono totalmente allergici. Quale dei due estremi sia destinato a maggiore infelicità, non è oggi argomento di discussione.
Il lato più odioso della faccenda è che come un manto scuro che cala sulla finestra, la noia risucchia ogni altro desiderio di luce, lasciandoci in balia della più pericolosa delle compagnie: la gente - che per definizione è annoiata e sola. Sembra una cazzata, ma è così che nascono i grandi mali del mondo, come i regimi dittatoriali, il grande fratello e Maurizio Costanzo. Per inciso, distrarsi dalla propria giornata guardando altri coglioni che passano le giornate ha del perverso.

Torniamo alla noia però, che sennò mi perdo nei miei deliri anti-consumistici e misantropici. La noia è sazietà, si diceva. Non ci voleva certo Steve Jobs per capire la verità di "Stay Hungry. Stay Foolish". Così come non basterà la sua morte perché queste quattro parole non rimangano semplici decori su t-shirt già passate di moda. Basta via, la smetto.
Come si fa a non diventare sazi? Una soluzione è quella dell'ambizione, e cioè la seconda grande catastrofe che affligge il mondo. Boom. Il Grande Obbiettivo. Boom. Il Matrimonio. Boom. Diventare Astrofisico nucleare-Ingegnere Spaziale-Medico-Avvocato-Cavaliere del Santo Graal. Boom. Fare i Soldi. Booooooom.
Tutti persi a rincorrere orizzonti che non si avvicinano mai, sacrificando tutto, anche i capelli. Anche questo mi ricorda molto altri animali, le formiche in particolare. Anche se rimane da capire chi è che fa la parte della regina, in questo formicaio di cazzate che ho appena scritto. No, davvero, è facile perdere tutto nella gara a chi è disposto a dare di più. E anche qui c'è un risvolto macabro, e cioè il "cosa succede quando finalmente raggiungi la meta?" 

Nella stesura originale del post c'era qui una lunga digressione su una delle miei immagini poetiche preferite: l'Ulisse di Dante. Sapete quello di fatti non foste a viver come bruti ma a seguir virtute e canoscenza... Quello che dopo aver combattuto un decennio a Troia, girato i sette mari per altrettanto tempo, sconfiggendo ciclopi, mostri marini, sirene e trombato Nausicaa, Calipso e Circe, finalmente torna da quella poverina di Penelope. Qui stermina tutti gli spasimanti della moglie - che ci provavano da almeno dieci anni, e che quindi qualche diritto di stare a Itaca secondo me ce l'avevano - e si stabilisce come re. Finché poi non finisce coll'annoiarsi della dolcezza del figlio, della pietà del padre e dell'amore della consorte e riparte per scoprire dove finiva il mondo, col finale che tutti conosciamo. Arrivato a scriverlo a casa, però mi sembrava più efficace questo video qui.


Ed è proprio così che va. Non c'è cosa abbastanza bella da non potersene annoiare. Vittoria compresa.
Essere felici è assai più facile che il rimanerlo. Per metterla sul filosofico, l'uomo più felice della terra è quello che non ha niente, che ha tutto da guadagnare e che non vedrà mai sciogliersi tra le dita le sue grandi conquiste in una pozza di banale quotidianità. Per metterla sul terra terra, lavorare, possibilmente divertendosi e smettere di dare biblica importanza a lauree, matrimoni, figli e mondiali di calcio. Qualcosa di buono ne viene fuori di sicuro.

E adesso sorgono spontanee le ultime domande. Qualcuno vorrebbe passare il tempo con me? Do io qualcosa agli altri per non essere noioso? È possibile che io sia sempre interessante per qualcuno? Direi che la risposta alle questione non può che essere cazzo, no. Il che va inteso in chiave del bisogno continuo di cambiare, che non coincide per forza di cose col migliorare. Dallo stesso bisogno di non annoiarsi, deve nascere il desiderio di non essere noiosi, e specie ai nostri stessi occhi. Inutile dire che se lo scrivo qui è perché evidentemente è così che mi sento. Ragion per cui nel prossimo post vi racconterò un po' delle stronzate collezionate in questi mesi; e che adesso, complice il momento di bonaccia di Firenze e dei suoi abitanti, si stanno via via rarefacendo.

Adesso vi saluto girandovi a voi la domanda. Com'è che pretendete di non annoiarvi se passate la metà del tempo a lamentarvi della vostra giornata o della città, della vostra donna o di tutte in generale, dello stato e della politica, dei locali e del tempo...e l'altra metà continuando a fare sempre le stesse cose?

8 giugno 2014

I diari di geriatria: Giorno 1 - Le lacrime di coccodrillo

5 Giugno 2014

Eccomi qui, appollaiato in poltrona sugli spalti centrali dell'Auditorium di Pistoia, a fingere di prendere appunti durante l'ennesimo congresso di geriatria. Blocco e penna omaggio sono un'occasione immancabile alla divagazione.



Il Dott. Francesco Biagini oggi veste mocassini di cuoio marroni, pantaloni a tubo beige e camicia azzurra a trama geometrica (Se l'eccessivo sfoggio d'eleganza vi stupisce, tenete di conto che il presidente ed organizzatore del congresso è il Dott. Padre, e la cosa mi turba, alquanto). Ho malditesta, sono ancora disidratato, credo. Ieri notte, al concerto dei la Femme, il Biagio vestiva stivaletti di pelle chiara alla caviglia,  chinos gessati, t-shirt amaranto, gilet di cotone scuro e l'immancabile fedora nero...almeno finchè l'ora e mezza di pogo incessante non ha trasformato il gilet in un asciugamano di fortuna e la maglietta in mezzo metro di allegria apppiccicaticcia. Due immagini del come, tutto sommato, io sia un po' fuori luogo ovunque.

"È una fase di passaggio" "Si tratta di un momento di cambiamento" eccetera, eccetera eccetera...Ma quando mai non lo è stato? Credo che la differenza sostanziale di questi giorni rispetto ai mesi - o agli anni - precedenti è che mentre io muto pelle come i serpenti, l'ambiente che mi circonda sembra non fare altrettanto. Ho un'idea abbastanza precisa di cosa sia l'intelligenza, e questa sta nel sapersi adeguare a quello che ci circonda o, ancora meglio, nell'adattare il nostro mondo a quello che vogliamo. Ed eccoci quindi al punto della riflessione: cosa voglio? Risposta secca: niente. Postilla: mi sento un coglione.

Citando un intramontabile testo della letteratura internazionale - Harry Potter e la pietra filosofale - l'uomo più felice della terra guardandosi nello Specchio delle Brame vedrebbe solo sé stesso, così com'è: una delle più grandi cazzate mai scritte, a mio modo di vedere (NB: la frase, non il libro). La vita è sentire la mancanza, è un desiderio continuo, è volontà. Uno che non desidera altro che la sua vita così com'è,o è in punto di morte oppure è in quel momento eccezionale che si raggiunge appena dopo aver concluso una grande impresa. Diciamo pure che vivere è una grandissima rottura di coglioni, ma è da idioti desiderarne la fine. Le grandi imprese sono passate da un po' ormai e la mia meritata vacanza sta assomigliando sempre più alla disoccupazione più impunita. Lavoricchio - ho anche preso il primo stipendio - ma la remunerazione è occasionale e le opportunità di un'occupazione fissa dipendono essenzialmente dal mio ingresso o meno in scuola di specializzazione (esame a Ottobre). Nel frattempo più che fare quello che voglio, ormai direi che mi gratto pruriti. Intendiamoci, sono proprio i pruriti e i fastidi che ci fanno muovere il culo dalla sedia - e fa sorridere questa frase scritta accovacciato nel bel mezzo dell'intrigante simposio sulla "comunicazione orale col paziente affetto da Alzheimer" - ma non è abbastanza. Sto evadendo da qui per non sprofondare nella poltrona. Ma la verità è che sto fuggendo anche dalle esagerazioni notturne, anche se al terzo bicchiere in genere me ne scordo. Comincio a credere che la mia sete venga più da un desiderio di eterna gioventù che da un reale bisogno di divertimento. Sto tentando di continuare a fare quello in cui sono diventato bravo, a perpetuare l'immagine mentale di un Biagio che non esiste se non da sbronzo - e che forse solo per questo mi appare tanto desiderabile.

Seghe mentali, eh? Ebbene che vi aspettate possa scrivere qui dagli spalti? Volete la telecronaca de "il counseling continuativo al caregiver nei diversi contesti di cura"? Vedete da un lato sono stanco di essere il solito coglione di sempre, e dall'altro non ho nessuna intenzione di abbandonare tutto questo per cucirmi addosso un camice bianco. Tanto succederà comunque. La statistica dice che i medici che entrano in scuola di specializzazione escono fuori trentenni e sposati e - abbastanza spesso pure disoccupati - avreste voi davvero tanta furia di diventare specialista? Diciamo pure che che da qui a 10 anni mi vedo stressato, eccessivamente squattrinato e senza un briciolo di tempo libero. Soluzioni plausibili?
a) Fuga
b) Matrimonio con donna schifosamente ricca
c) Eroina
e ottimisticamente d) trovare almeno altri 100 ottimi motivi per cui valga la pena alzarsi dal letto ogni mattina.
A voi la scelta. Ovviamente B. 

Potrà sembrarvi idiota, ma vi giuro che una delle poche cose che desidero in questo momento è un bello scatolone Ikea ancora chiuso, possibilmente senza istruzioni. Ho veramente esaurito gli espedienti per passare le giornate, e oltretutto il problema è che non saprei più dove metterlo, il mobile. Uno ancora più grande è che non mi manca niente da troppo tempo. Questo, signori miei, per un ragazzo iperattivo con una spiccata inclinazione alla malinconia e alla drammatizzazione, è un disastro.


Eppure c'è una verità più dolce scritta in queste righe. Io sto bene, e questo è l'effetto che mi fa.
PS: Potrei cominciare a scrivere un libro anziché queste cagate insulse...ma qualcuno lo leggerebbe?

29 maggio 2014

Svolte del destino - ovvero: come ho portato il VIP a Via Verdi

"Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo". La citazione non è casuale.
Succede che dopo aver passato anni ad identificare la sintesi di tutti i mali del cinema italiano in una certa categoria di attorucoli capaci di riempire le sale più per la loro graziosità che per il loro talento (pressoché assente), uno finisca per doversi ricredere - almeno un po'. Fa ridere perché se mi avessero dato un euro per ogni volta che ho infamato il VIP in questione, a quest'ora avrei potuto tranquillamente darmi allo strozzinaggio.



Alcuni miei compagni di quest'avventura, terrorizzati dalla penna di Alfonso Signorini, dalla copertina di Novella 2000 e soprattutto dall'ombra di Fabrizio Corona, preferiscono rimanere nell'anonimato. E come contraddirli? Qui si parla di gente troppo importante. Li chiameremo quindi con degli pseudonimi: Gigi, Vito, Ciccio e Billeri.

La nostra storia inizia con un aperitivo. Il meraviglioso buffet a 4 euro della Salumeria di via dei Macci, che offre la possibilità di riempire per ben due - e sottolineo il due - volte il piattino di plastica con pasta, crostini e insalatine russe. Seduti su una trave poggiata su delle cassette di plastica a mo' di panchina, con un bicchiere di rosso scadente in mano e la bocca piena, stavamo lì a testimoniare quanto dolce può essere la vita del disoccupato. Con fare sprezzante guardavamo i clienti del rinomato ristorante Cibreo, seduti agli eleganti tavolinetti dall'altra parte della strada, a poco più di 3 metri. Firenze è unica in questo: turisti, signori, barboni e cazzoni che si divertono ognuno alla loro maniera nella stessa via e in piena tranquillità.
Ecco quindi che fa il suo ingresso in scena l'ospite a sorpresa. Arriva quasi di soppiatto - diciamo pure che nessuno di noi lo aveva riconosciuto - e si piazza proprio davanti alla nostra panchina. Incuriositi dal numero di persone che lo fermavano per farsi una foto, realizziamo in breve tempo di chi si trattava: niente popò di meno che di Riccardo Scamarcio. La scoperta fu accompagnata da sonori commenti. "Mah, nun è mica così fio..." "Ma che cazzo ci fa lui lì da solo al ristorante?" "Chissà le fie che nun s'è trombato" "Scusate, ma che film ha fatto?"
È curioso notare come alla domanda "Hai visto 3 metri sopra al cielo?" l'uomo italico abbassi lo sguardo e risponda a) sì per colpa (di quella troia) della mia ex; oppure fieramente afferma b) col cazzo.
Mentre spettegolavamo come gallinelle, il vino finisce e andiamo a prenderci un'altra bottiglia di rosso al vinaino lì dietro, lasciando Ricky da solo davanti al locale. Una volta tornati, il nostro eroe era seduto al tavolinetto lì di fronte, alle prese con l'antipasto, ancora solo. Era decisamente l'ora di rompergli i coglioni. "Vieni Giggi che ci facciamo una foto con Scamarcio" "Ma cu' cazz', non me la facc'a foto cu' sto strunz. Manco fosse o cantante degli Aerosmith." (scusate il pessimo napoletano)
Io e Vito andiamo (noncuranti del fatto che ci aveva sentito mezza strada). "Scusa lo so che ti si rompe i coglioni a cena, ma ci si può fare una foto?" Risposta inaspettata: "certo, venite di qua" e con un gesto ci invita al tavolo. "Volete un bicchiere di vino?" "Che vino è?" e lui, svelando indubbie doti enologiche: "È buono, è biologico!".  Non sono precisamente il tipo che fa tanti complimenti, tanto meno che rifiuta un calice, e quindi il momento dopo eravamo lì a parlare, gomito a gomito. Vito e Ricky sono conterranei, e la conversazione vira presto sulla Puglia, sull'emigrare, sul futuro di questo paese. Inaspettatamente Scamy si lancia in accorate filippiche dal gusto squisitamente marxista, un po' in stile autogestione del liceo. Ci dava del tu, e noi facevamo altrettanto. Il passo di lì a scroccargli le sigarette era breve, e noi prendiamo confidenza abbastanza alla svelta.
Si trovava a Firenze per il derby del cuore, dove aveva giocato per la squadra di Emergency, di cui è un grande sostenitore. Era rimasto in città per girare un film dei fratelli Taviani, le cui riprese peraltro sono iniziate nella mia Pistoia, dove ancora si trovava la troupe...il che spiegava il perché Scamy si trovasse lì da solo.
Le chiacchiere continuavano, intervallate da continue richieste di foto da parte di ragazzine, fidanzati di ragazze, signorotte e passanti. Ci racconta dei suoi due grandi sogni: fare il contadino e l'attore. "Sono stato fortunato, perché ho potuto fare entrambi. Sono un ZappAttore." (no comment)
Dopo una ventina di minuti anche il restio Gigggi si avvicina al tavolo, seppur senza mostrare un minimo di apprezzamento per Scamy, il quale invece continuava ad ammaestrare la folla coi suoi discorsi e a giostrarsi in mezzo alle richieste di foto allo stesso tempo. "Ma tu sei Scamarcio?" "No, sono Gabriel. Gabriel Garko."
In maniera molto dolce ed educata, io lo incalzavo cercando di carpire qualche aneddoto di piccole avventure amorose, qualche segretuccio del suo indubbio successo col gentil sesso. L'interrogativo che gli ho più volte riproposto, specie coll'aumentare dei bicchieri, suonava più o meno così: "Via giù, Ricca, qual'è la meglio fia che ti sei trombato?" E qui bisogna che spezzi una lancia a favore di Ricky, perché in tutta franchezza avrebbe potuto raccontarci qualsiasi stronzata, anche la peggiore delle sboronate, e noi ce la saremmo bevuta...ma quello alzava gli occhi, aspirava la sigaretta e rispondeva "Ragà, sono fidanzato."
Niente. Nulla. Ci ha lasciato a bocca asciutta.

Il tempo passava e la cena era finita, credo che lui non volesse stare in mezzo alla gente, fatto sta che quando gli propongo di venire a bere un bicchiere a Via Verdi 13, Scamy accetta di buon grado. Confesso che ci ha reso tutti molto contenti. Immediatamente scatta la telefonata a Ciccio (che era a casa). "Ci', ti porto a casa un ospite a sorpresa" "Sì, già me lo immagino...Vedi che io devo finire di studiare!" (il giorno successivo, mi avrebbe confessato che si aspettava di trovarsi in salotto un barbone di Piazza Salvemini.)
Vito, Giggggi, io ed altri - di cui non so se posso fare il nome - salivamo le scale a 3 a 3, finché non ci troviamo davanti all'uscio dell'appartamento. Ricky entra in casa e trova ad accoglierlo una selva di segnaletica e luminaria stradale, fermate dell'autobus, Manuela la manichina, bandiere scritte a mano e l'immancabile cartello: AMICI MIEI QUI SI TROMBA...e gli piace. Grande.
Ciccio lo vede "E tu cosa ci fai qui??!". Bia, la coinquilina brasiliana, invece lo osserva con un impagabile sguardo da "Quindi questo qui sarebbe un attore famoso e bello?".
Ci mettiamo sui divani, il vino rosso scende e la conversazione adesso ruota attorno a...Pasolini. Per rispetto, non citerò niente, ma vi racconto che Scamy insiste per farci vedere un video più o meno incomprensibile, argomentandolo in maniera altrettanto criptica. A salvarci dalla deriva culturale, interviene l'ultimo coinquilino. La porta di casa si spalanca, e Billeri percorre il corridoio a grandi falcate fino al soggiorno.
"O te?" "Il che ci fai qui?" "Biagio, quando tu m'ha detto che c'era gente famosa a casa, pensavo ci fosse gente importante davvero. Che so...Magalli." Ridono tutti. Scamarcio compreso.
"Senti ma ce l'hai dove dormire?" "Grazie, ma sì." "No via, diccelo...vuoi rimanere qui?" "Tranquillo, ho una camera" "Sei sicuro?" "Ma li vuoi due euro? Non fare complimenti" Ricky ride ancora, e noi con (di) lui. Viene stappata un'ultima bottiglina di rosso, di quella del nonno del Billeri. Un vinellino onesto, che anche l'attorone dimostra di apprezzare.
La serata giungeva infine al termine, lo accompagniamo tutti all'hotel, vicino al Ponte Vecchio. Prima di uscire Scamy ci autografa il muro. Sulla strada altre persone ci fermavano per le foto, finché Ciccio "E con me la foto non ve la fate?" "Tu chi saresti?" "Come chi sono io?! Io sono la Rivelazione. Ho fatto un Medico in Famiglia." Scena meravigliosa: Ricky che fa la foto a Ciccio con i suoi fan.
Arrivati al ponte è il momento dei saluti e degli autografi. Billeri in particolar modo tira fuori un quadernone, glielo mette in mano e comincia a dettare "Scrivi: la situazione..." "La situazione te la scrivi da solo." E con quest'ultima cazzata lo salutiamo.

Insomma, a voi il giudizio...il mio è che nonostante non abbia mai visto un film con Riccardo Scamarcio, tranne Romanzo Criminale - che è bello - ne ho sempre avuto una brutta opinione. Ho sbagliato, e mi scuso. Non era da tutti assecondare dei cretini come noi.



11 maggio 2014

A volte, una canzone



A volte credi di ascoltare
il cielo che si prepara a crollare.
A volte scivolano via i fari
come se ci fossero i binari.
A volte per poter afferrare
le tue mani devi bucare
A volte, una canzone,
rende merito al sole

È un seme di follia
che cresce ogni giorno
e combatte l’apatia.
Non vuoi più fare ritorno.

A volte nel suo sguardo
cogli i baci dati in ritardo.
A volte nel suo sorriso
ti pietrifichi indeciso.
A volte la vedi andare via
pregando per la tua amnesia.
A volte, una canzone,
rende merito al sole

È un seme di follia
che cresce ogni giorno
e non guarisce l’apatia.
Non puoi più fare ritorno.
Le borse si fanno scure
nella luce del mattino;
Tu non avrai più paure
ma non sei meno cretino.

A volte gli anniversari
spiccano solo sui calendari.
A volte smetti di nuotare
per provare com’è annegare.
A volte non serve una rima
per migliorare l’autostima.
A volte, una canzone,
rende merito al sole

È un seme di follia
fiorito tutto attorno,
si chiama allegria
puoi intuirne il contorno.
Niente più sonno.
Niente più dolore.
Forse questo è un sogno
o si è fermato il cuore.