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23 marzo 2017

Il miocardio ibernato - il risveglio

"La sveglia, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno…questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto un giorno sorge il ‘perché’ e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore." A.Camus

Era un po' che non scrivevo. Così come era un po' che non facevo un sacco di altre cose. Avere l'allergia ai platani per dirne una, oppure pulire le cozze, dormire accampato su un divano, cantare in strada o litigare con gente a caso. Certe cose un giorno le fai e quello dopo smetti, quasi senza accorgertene.


Per un motivo o per un altro, succede di mettere a dieta la personalità; di tentare, cioè, di soffocare quella nuvola di bisogni, pensieri, fantasie, vizi e schizofrenie che ti distinguono dagli altri. Il più delle volte, succede perché credi che siano proprio queste, le cose che ti impediscono di raggiungere i tuoi obiettivi. Altre volte, semplicemente perché non hai più il tempo di assecondarle. Allo stesso modo succede di stilare la lista delle priorità cui aderire assolutamente, ed elevarla a manuale pratico della felicità - che diviene quasi sempre solo più distante e sfocata. A questo punto, in genere succede che la pelle che indossi comincia a tirare, il culo si fa pesante, la schiena duole e il cuore perde qualche colpo. Nonostante tutto, succede di rimanere arroccato nella tua posizione, anche se forse lo fai più per la fatica di tentare una deviazione che per la convinzione di ottenere qualcosa perseverando così.

Succede ma non dovresti farlo succedere; a meno che tu non voglia trovarti a scoprire a tue spese le più sottili e variegate sfumature di termini quali stress o apatia.
Queste condizioni, per quanto più inerenti alla sfera psicologica e in particolar modo a quella fase speciale dello sviluppo umano che si chiama vita adulta - con tutta la valanga di luoghi comuni e cagate che si porta dietro - a mio modo di vedere hanno un corrispettivo cardiologico abbastanza eclatante.

Shahbudin H Rahimtoola, guru della cardiochirurgia, ha rivelato a noi poveri mortali che il cuore in condizioni di prolungata carenza di sangue e risorse energetiche, va incontro ad un fenomeno caratterizzato da perdita di contrattilità, definito "ibernazione".
Di primo acchito potremmo pensare che l'ibernazione cardiaca sia in realtà un romantico tentativo di fuggire dal ciclo infinito di contrazioni e rilasciamenti che ne scandiscono la grigia routine, ma - ahimè - le cose non stanno così. L'ibernazione del miocardio si verifica quando i vasi che ne perfondono le fibre sono quasi completamente chiusi e a malapena in grado di mantenere la sopravvivenza dei tessuti. Le cellule miocardiche cessano di contrarsi, generando un'inattività letargica a tratti indistinguibile da quella delle cellule infartuate, ed ugualmente in grado di compromettere la funzione della pompa cardiaca. Una vita di minima, insomma.

Rahimtoola fortunatamente ci insegna anche che questa deprecabile condizione è reversibile, almeno in teoria. Ripristinando un flusso coronarico idoneo infatti, il tessuto cardiaco riprende a funzionare in maniera corretta. Ciò che il guru non dice è come capire in quali casi il miglioramento della perfusione miocardica consenta l'effettivo recupero dell'attività cardiaca. Non sappiamo, cioè, quando sia effettivamente possibile salvare il miocardio ibernato dall'infarto - e quindi dalla morte.

Rahimtoola (al centro) all'uscita dall'American College of Cardiology dopo essere stato insignito del Lifetime Achievement Award
Con questa lunga metafora non voglio dire che avvicinarsi ai 30 anni sia come avere una stenosi serrata delle coronarie; piuttosto il nodo è attorno al cordone ombelicale da cui fino a poco fa succhiavi energie e fantasia. Un groviglio di impegni e stanchezza cronica che stringe alla base del mesencefalo, sopprimendo qualsivoglia attività cerebrale superiore e risparmiando solo quei nuclei basali che servono a mantenere il battito, la respirazione e poco più.
.
Vi risparmio la lista di incazzature, sfighe e acciacchi degli ultimi mesi perché è una cosa triste.

Più dolce è invece lo scoprire che se il nodo si allenta un po', il sangue ricomincia a fluire resuscitando parti della corteccia cerebrale che non ricordavi nemmeno di avere.  D'un tratto ti risvegli dalla bara foderata di pensieri balbettati, pagine accartocciate e palpitazioni in cui hai dormito negli ultimi mesi, senza riposarti mai davvero.


Tornano il buon umore e l'ironia che se forse non bastano a dare un senso allo stare al mondo, quantomeno lo rendono un posto più decente. Abbastanza da non aver voglia di passare le giornate a lamentarsi sulla qualità del vitto dell'ospedale, di quanto sia tremendo vivere nella città in cui abiti o tutte quelle altre crociate inutili con cui hai sapientemente riempito il tuo poco tempo libero.

Fortunatamente viaggiando dritto per la tua strada, finisci prima o poi di incontrare una retta incidente. Una X indelebile sulla carta bianca dove hai scritto finora. Un colpo di scena che riscrive il copione del film, e tu non puoi far altro che recitare la tua parte. 
A dire il vero, se ti guardi alle spalle le croci segnate ormai non si contano più. Un cimitero a perdita d'occhio in cui riposano occasioni perse, amori finiti, amicizie interrotte e sogni svaniti. Monumenti funebri a qualcuno che sei stato, magari solo per qualche minuto, su cui lasciare un fiore o una risata ogni tanto. Rimangono lì, a ricordarti com'è che ti ritrovi sulla soglia dei trenta a scrivere cazzate la sera, e senza grosse paturnie. Rimangono lì, anche se te n'eri dimenticato o hai cercato di cancellarle.

Sbocciano i fiori, tornano i pollini e l'allergia assieme al primo sole che brucia sulla pelle, ed è tanto bello scoprire di non essere ancora diventato un vampiro anemico.

6 febbraio 2016

L'importante è andare avanti - Lettera aperta ad amici, compagni ed amanti

Non ci siamo sentiti per un po', è vero.
So che un semplice mi dispiace non ti basta, e che oltretutto suonerebbe ipocrita.
Ti devo delle spiegazioni, e sono qui per dartele - per quanto non sia sicuro che serva a migliorare la situazione.

Dall'ultima volta sono successe tante di quelle cose che non vale neanche la pena di stare qui a elencarle. E' sempre così con le cose: succedono - e in generale lo fanno troppo in fretta.

La vita da specializzando ha dei ritmi assurdi.
La rotazione trimestrale delle turnazioni genera una continua confusione nella tua giornata tipo, che oscilla tra la vacanza-studio pagata e lo sfruttamento di stampo negriero. Al trimestre di mezze giornate lavorative si succede un altro di segregazione in corsia, in cui parole come solitudine e stress assumono nuovi e terrificanti connotati. Nella monocromia della vita di reparto, la deprivazione sensoriale finisce col metterti in contatto col tuo animale guida interiore - anche solo per fare due chiacchiere con qualcuno che non sia in uniforme o in pigiama. Tanto per la cronaca, il mio è una volpe in doppio petto di velluto, nostalgica dei tempi passati a rubare galline di nome Mr Fox.


In questo costante ri-adattamento dei bioritmi impari a valorizzare veramente i momenti di tempo libero, per lo più seppellendoti nel letto alla ricerca del sonno perduto tra guardie di notte sfortunate e weekend di congressi. E così passano i giorni e i mesi, finché poi una mattina ti trovi in ambulatorio le nuove matricole senza che tu neppure ti sia accorto di non esserne più una.
Dove cazzo è finito il mio primo anno pisano?

La via dello specializzando è tutt'altro che rettilinea.
Assomiglia all'autostrada A 12, direzione Genova. La strada inizialmente fila dritta fin oltre la Versilia, scivolando sulla piana che scorre tra il litorale a occidente e le Alpi Apuane a oriente. Poi d'improvviso le montagne sembrano franarti addosso mentre la marea risale fino ad inondare la carreggiata, così che quando non sei costretto ad assecondare le asperità della costa ligure, finisci inghiottito da un tunnel.
Ogni volta che ne riemergi, la luce muta e con essa l'azzurro delle onde, ora blu cobalto e ora grigio plumbeo; il manto di ombra proiettato dall'arco di roccia bruna scompare dietro la curva e torna ad abbagliarti la distesa di abeti e faggi, baciati dai raggi di sole in un trionfo di verde.
La montagna però ha ancora fame e ti rivuole nella sua pancia nera e arancione per poi risputarti fuori, sotto il cielo, adesso ingolfato di nuvole fumose e gremite di pioggia. Mentre gli appennini continuano a masticarti, il tergicristalli scandisce come un metronomo lo scorrere dei chilometri che ti dividono da Genova. Una sottile patina di condensa si forma sopra il cruscotto, rendendo il golfo e le sue insenature un'unica macchia sfuocata di asfalto, su cui file e file di palazzi stanno ritte per magia come tasselli di domino.
Ormai il sole si spegne lontano, tuffandosi in una schiuma infiammata che separa il buio delle montagne dall'orizzonte. E' notte, e i lampioni sparsi sulla costa nera a malapena ne segnano il confine dalle acque altrettanto oscure.

Tu però sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.
Prima almeno ci provavi a telefonare agli altri, quelli rimasti a casa e quelli scappati altrove. La linea però, cade ad ogni maledetta galleria, e ben presto il fastidio per le conversazioni interrotte supera il bisogno esplicito di risentire le voci amiche.
Le chat e i social forse aiutano a sentire meno le distanze, ma sicuramente non funzionano con le mancanze.
Le cose che passano dal finestrino non ti colpiscono davvero. Le cose passano davanti agli occhi senza avere il tempo di fissarsi sulla retina e inchiodarsi in quello strato molliccio di cervello dove sta la memoria. Passano i paesaggi, i volti, le strette di mano e gli abbracci.
Tu tanto se sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.

Se ti dicessi che non ho più fatto salire nessuno a bordo, ti direi una cazzata. Tu mi conosci e sai bene come sono fatto. Anche i passeggeri come i panorami, passano e cambiano a cadenza trimestrale.

L'unica cosa che non cambia è l'ingenuità di essere lo stesso di quando ho girato le chiavi nel cruscotto poco più di un anno fa. Pur ammettendo che ciò sia possibile, se mi fermassi proprio in questo istante, mi troverei semplicemente solo e lontano. Lontano da te, dagli altri e da tutti quelli cui frega qualcosa di chi sono o di chi ero. Ma anche lontano da dove voglio arrivare...



Non volevo essere così pesante. Scusami. Oggi è una giornata piovosa, e la mia metereopatia non accenna a migliorare. A dire il vero, questo è un periodo fuori dal tunnel dell'ospedale e io sto sostanzialmente bene.
Questo ritmo frenetico ha il lato positivo di farti dimenticare tanto quei giorni indistinguibili gli uni dagli altri, quanto quelli in cui assisti alle tragedie vere.

L'importante è andare avanti.

Tu e gli altri siete rimasti indietro, ma almeno so dove guardare.
Se ti scrivo è per dirti che almeno tu non passi. Anche se forse a non passare, è solo la mia idea ingenua di te che avevo prima che girassi le chiavi nel cruscotto.

21 giugno 2015

Il singhiozzo

Riprendo il regionale Pistoia-Pisa dopo oltre due mesi di totale astinenza da Trenitalia; tornano le mie due ore e mezza di musica e scrittura che dividono un letto dall'altro, gli amici dai colleghi, la famiglia dallo stetoscopio. Gli ultimi, sono stati 60 giorni di rottura - nel senso più distruttivo del termine. Sono andato giù fisicamente e psicologicamente. Tranquilli, non starò qui a tediarvi con la lista dei colpevoli o dei sospettati tali; sono stanco di trovare giustificazioni al mio umore o all'insonnia. La sensazione è quella di essermi ingozzato di stanchezza, malditesta e buoni propositi disattesi. Finalmente comincio a digerirli, ed è questo che conta - sebbene abbia il singhiozzo.

Le giornate da dottore si alternano alle serate da coglione col gusto prezioso di sentirti nei tuoi panni, in corsia come in piazza. Riscopri una curiosità negli altri e una fame di novità che non riuscivi neppure a scimmiottare fino a due settimane fa. Ritrovi il ruzzo di far ridere un paziente a letto o una ragazza al tavolino di un bar. Potresti chiamarla allegria, senza grandi approssimazioni. Quando d'un tratto ti fermi, perso dietro a quei momenti che sottili come spilli s'insinuano alla base del collo. Disperazioni leggere che riempono lo strato morbido su cui galleggia il cervello. Li chiamano disforie, disturbi dell'umore. Fluttuano e s'infrangono contro l'occipite, sciabottando mezzi pensieri e false speranze. Non è facile trovare qualcosa a cui aggrapparsi, e forse ci trovi anche un piacere tutto speciale a lasciarti sprofondare. Laggiù, sul fondo, nessuno ti rompe i coglioni di più di quanto non lo faccia già la vita. Ti senti così spento da provare pure un breve sollievo nell'ennesimo fallimento sociale. Una boccata d'aria tra un "come stai?" e "un bene grazie"; i cinque minuti di macabro desiderio che tutti spariscano. Ti ficchi le cuffie nelle orecchie e ti abbuffi di canzoni strane che piacciono solo a te - e che se così non fosse, con buona probabilità, neppure ne sentiresti l'appetito.
Poi, così come è arrivata, la marea si ritira lasciandoti nudo sulla rena a stendere i panni mezzi. Menomale che è caldo e la roba asciuga in fretta - specie colla compagnia giusta. Gli amici miei.

Sono reduce dal mio primo addio al celibato: 24 h di musica scassata, bottiglie vuote, andature a zigzag tra un piadinaro e un locale e tante - ma tante - risate. Buon tempo che scorre in un secondo, in spiaggia come in strada o in albergo; ed ecco che se le 4 ore di fila in autostrada fossero state 5, in fondo in fondo sarebbe stato meglio. Un tuffo nella fonte dell'eterna giovinezza - che non è il long island, ma la totale incapacità di prendersi sul serio.
Dio se mi mancava.

Vai in reparto col sonno ed esci fuori ridacchiando e col sapore buono in bocca di aver capito (quasi) tutto. Le porte della corsia si aprono e ti trovi l'estate, la moto e i vestitini corti che ti salutano sul viale alberato ancora soleggiato e verde. Accelleri fino a che la maglietta si alza e il vento ti scivola lungo la schiena sudata mentre l'acciaio del serbatoio ti sbruciacchia la pancia. I 120 all'ora senza guanti, giacconi o carene ti scuotono come una bandiera al sole.
Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica, e io non sono certo ricco - né mi sento tale. E così, per guadagnarmi un'ora di cazzate, devo sudare una giornata o una settimana. Sono così povero da non potermi permettere di assecondare i malumori o correre dietro ai sorrisi. Incastrare un umore malfermo in una tabella di marcia con ridottissimo spazio di manovra, non è roba da poco. Ci sono momenti neri, ma anche quelli bianchi scintillanti; l'importante è non dissolversi nel grigio della routine, scomparendo per sempre in quello che hai da fare, al punto da non sentire più la mancanza di quelle due o tre cose che credevi essere parte integrante del tuo essere te stesso. 
Questa cosa mi terrorizza al punto da farmi perdere il sonno - e non lo dico così per dire.

Ok, sto facendo il melodrammatico, non lo nego.

24 aprile 2015

Leoni in gabbia

Rinchiuso a soli 27 anni in un ospedale: condizione esistenziale indubbiamente riduttiva.
Chi me l'ha fatto fare? Non ve lo dico. Non siamo qui a rispondere alle grandi questioni quali perché esistano almeno 8 varietà di zanzara diverse o perché Ligabue resista così strenuamente al baby-pensionamento. Piuttosto siamo qui a non prenderci sul serio, il che non guasta mai. Le persone che si prendono troppo sul serio finiscono quasi sempre prese per il culo. Noi giochiamo di anticipo.



La sveglia suona alle 7 e 32. Le prime note di chitarra di Here comes the sun dei Beatles portano un raggio di luce sul lettone perennemente disfatto. Tu però alla sveglia gli vai in culo: sei già sveglio dalle 7 e 15 coll'occhio incispato per riscoprire le mitiche avventure di Pollon in tv. Mastichi fieramente il cornetto integrale del mulino - 40 punti fragola Esselunga - mentre scorri i 500 messaggi della chattona di reparto. Gli aggiornamenti telegrafici sulle procedure del giorno prima tipo "Caf abl FA ok, proc diff" accompagnano i 5 minuti necessari a sorbirti il cappuccino e ripensare a quando il ciguettio di whatsapp ancora suscitava un certo brivido. Ormai sono le 7 e 55 e il secondo meteo di Sottocorona ti ha già convinto che anche quest'oggi mezza Italia andrà a cogliere margherite per le campagne e a far all'amore sotto gli argini dei ruscelli, mentre tu ti abbronzerai alla luce dei neon di corsia: è l'ora di andare. Ti cacci le cuffie giù per i meati acustici e monti in sella al sempre-verde Suzuki Burgman 250 felicemente battezzato su strada nel lontano 2000 e intriso dall'asfalto misto ginocchia sbucciati di almeno 3 generazioni di Biagini. La musica assordante e lo slalom ritmico tra pedoni e auto ti galvanizzano finché lo scoppiettio della marmitta non ti riporta cogli occhi sul semaforo rosso, ad attendere l'attraversamento della scolaresca di turno.
Arrivi in reparto alle ore 8 e 10, via la musica. Il chiacchiericcio e il bip delle telemetrie rioccupa lo spazio intorno a te. Adesso c'è il briefing, dobbiamo decidere del destino dei nostri ricoverati: fotocopia le consegne, stampa gli esami, e - mi raccomando - quando ti verrà fatta una domanda, quell'unica domanda sulla creatinina del paziente al letto 21, entrato ieri sera alle 20 meno 15 e visitato dal collega, praticamente omonimo di quello al 14 che ha due trapianti di reni alle spalle, temporeggia. Ricorda: la diplomazia aiuta. Un "Non fa schifissimo" mentre ti getti alla caccia della cartella - rimasta in stanza eco dal giorno prima - in genere ti dà l'occasione di accedere al pc più vicino e scandire con voce ferma e suadente "0,86: normale".
Qualcuno ha messo la moka sul fuoco proprio quando comincia il giro-visite. Mentre lo strutturato fa gli onori di casa in stanza 1, ti rendi sonoramente conto che la stampa della radiografia del paziente 18 non può aspettare oltre. Corri in tisaneria, due risate - ma due - cogli infermieri - una tazzina - ma ina ina - di caffé e poi di nuovo in stanza 1 - ovviamente non prima di aver confermato che nel torace del paziente 18 ci siano ancora un cuore e due polmoni.
Il carrello delle cartelle si sposta lentamente di uscio in uscio. Un buongiorno e un arrivederci scandiscono i tempi della processione di medici lungo i corridoi. Medicazioni, STU, consulenze, richieste di esami. Esami esami esami.
Scatta il momento delle lettere di dimissione. Il letterificio apre a mezzogiorno e in genere per le 2 del pomeriggio ha sfornato 5 documenti ancora caldi fumanti e in attesa di correzione. Se sei abbastanza sveglio nel frattempo sei riuscito ad accaparrarti la pasta del letto 6, oggi a digiuno perché atteso in sala di elettrofisiologia. Penne bianchicce, riportate allo stato solido dal microonde, e forse una braciolina di qualche animale - che fatichi a capire come abbia potuto respirare un tempo - ti dividono dalle dimissioni.
"In bocca al lupo per tutto, signora". "Sì, lo può mangiare un po' di salame, ma senza esagerare". "No, il pace maker non fa suonare l'allarme alle casse della Conad".
Nuovo cafferino in tisaneria. Ci sono i ragazzi più grandi, decisamente più tranquilli nonostante sgobbino come negri. Ognuno ha il proprio modo di affrontare le giornate, un equilibrio che trasuda dal modo in cui si muovono e parlano. Dopo il caffè una sigaretta sul tetto ci scappa sempre, così come un consiglio e qualche risata in piedi in cima all'ospedale, a ricordarsi che la vitamina D viene prodotta stando al sole.
Sono già le 4, gli infermieri hanno già messo a letto i primi ingressi. Con un diario clinico ancora intonso ti avvii in corridoio verso il primo arrivato. La formula di presentazione corretta prevederebbe: "Buonasera signore, sono il Dott. xx. Per quale motivo si ricovera?" tuttavia già dopo il trentesimo "Ah dottore un lo so mica. Se n'occupa la mi moglie di queste 'ose" hai imparato a celebrare il rito abbreviato "Buonasera, ha portato documentazione medica con sé?". Mentre spulci i due quintali di ricoveri e visite ambulatoriali, ti annoti le narrazioni del paziente senza essere giunto ancora a capire per quale arcano motivo il destino abbia deciso il vostro fatale incontro. Ed ecco che proprio nel mezzo dell'aneddoto sul mal di denti alla cresima della nipotina, spunta l'oggetto della tua ricerca: "Blocco atrio-ventricolare totale in paziente con recente infarto miocardico acuto già trattato con triplo bypass aorto-coronarico, ipertensione arteriosa, diabete mellito tipo 2, ipercolesterolemia etc." Mal celando la soddisfazione chiedi:"Che terapia assume a casa?" Dopo aver rapidamente vagliato la lista di 17 pasticche, cominci davvero ad avere le idee chiare. Le domande si fanno più mirate, l'intervista stringente ed esaustiva. Ormai ci sei. In un baleno riempi la cartella in tutte le sue parti e cominci a spiegare in scienza e coscienza in cosa consiste la procedura cui il signore sarà sottoposto. Se sei stato bravo, ci scappa una stretta di mano e qualche sorriso.
Ripeti la cerimonia, adattandola di volta in volta. Plasmi il tono della voce, cambi il registro della conversazione, le chiacchiere di cortesia, le domande cliniche a seconda di chi hai davanti, della sua età, genere, istruzione e quantità di fifa. Conosci il paziente, si crea un legame - anche se per poco - ma non siamo qui a parlare di quanto è bello questo mestiere.
Alla fine della fiera ti sei guadagnato la sigarettina in solitaria, sulla scala d'emergenza d'angolo. Attento a non chiuderti la porta dietro. Sopra al piazzale invaso di macchine e gente, oltre la rotonda asfaltata, il terrapieno e il filare di case scantucciate ti perdi per qualche secondo nelle nuvole e nel sole bianco che comincia a scendere sullo sfondo, dietro alla super strada.
Sono quasi le 8 ormai: c'è la resa dei conti con lo strutturato. Imboccato dai più grandi, hai riempito la schede terapeutiche che devono essere vidimate da chi sa già fare il dottore. Hai dimenticato il protettore gastrico per l'ablazione di FA e l'rx torace per l'espianto andava richiesto urgente. Prendendo solo di mezzo bischero, hai passato la prova - per oggi. Aggiorna le consegne per il medico di guardia che è già passato a salutare in medicheria e scappa. Corri senza guardarti indietro. Se non te ne vai via subito qualcun altro ti troverà altro da fare, stanne certo.
Ficcati gli auricolari nelle orecchie e vola in strada. Sono le 9 passate, cucina, mangia, spara due cazzate a tavola. Ti capisco, sei stanco, sei affamato e non hai avuto contatti fuori dalla gabbia per tutto il giorno. Ma che cazzo, dai, non ti addormentare. Smettila di sbadigliare. Non ti togliere la camicia! Ok, via riposa un po' gli occhi. Solo un po'.
Tanto domattina c'è Pollon...
Oh no cazzo, hanno messo Hello Spank.


11 febbraio 2015

La voglia di scrivere


Cominciò a truccarsi che non aveva ancora quindici anni. Nostalgica dei bei tempi andati che non aveva mai vissuto, sapeva già a memoria mezzo repertorio dei Pink Floyd senza saperne tradurre mezzo verso - come vorrei che tu fossi qui, a parte. Disprezzava la sua generazione, e benché non amasse neppure quella precedente, niente le dava più fastidio dell'ignoranza dei suoi coetanei. Mucchi di ragazzetti senza un pelo che gironzolavano attorno a gallinelle senza stile o un'idea originale - tranne quella di fare a gara a chi sfoggiava lo zaino del momento o il piumino da 500 euro, nonostante il termometro non scendesse mai sotto lo zero. Mai. Lei no, lei il freddo lo amava, lo bramava. Lei sognava la Svezia e la Germania, sulla scia dei ricordi romanzati dei viaggi di Luca. Lo stesso Luca che aveva visto i Metallica dal vivo, che aveva l'autografo di Billy Corgan, che aveva più dischi che t-shirt, che le aveva fatto un cd col meglio dei Sonic Youth. Insomma, il primo amore, di quelli che solo una ragazzina può sognare di avere con un ventenne sfattoncello. Ecco che riaffioravano le scene tragicomiche di pomeriggi passati a trascrivere sul diario ogni singolo bacio, giro in macchina o mezza cannetta fumata con quello che all'epoca assomigliava moltissimo al più grande figo dell'universo. Le balenavano nella testa le serate fuori dal bar Minerva, col tavolino ricoperto di Moretti da 66 e le stronzate che volavano nell'aria mischiate al fumo e alla condensa del fiato troppo caldo nelle notti invernali. Ricordava i brividi - lei che il freddo lo amava; ricordava lui sbronzo che faceva il coglione cogli amici fino alle quattro, e lei che doveva litigare per andare a letto alle undici e mezza; ricordava come venne a sapere di quella troia di Veronica, che lui riportava a casa da quasi un anno e mezzo; ricordava infine lo sguardo di Claudia e le sue labbra così rosse nella luce giallognola del neon proprio sotto la tettoia/veranda del Minerva. L'unica cosa che proprio non ricordava, a pensarci bene, era la Svezia. Alla fine non ce l'aveva mai portata quel deficiente. Ridacchiò. In compenso c'era stata la Spagna - lei che il caldo lo odiava - e l'Hostal Paraiso, a due passi dal quartiere gotico a Barcellona. C'era stato lo specchio grande colla cornice di legno tarlato e c'erano state le notti tra le lenzuola coperte di cenere e capelli neri lunghi e fini come crini di cavallo. Com'erano stati belli quei capelli, quelli sì che le mancavano. L'ultima volta che l'aveva vista, portava un caschetto rossiccio, troppo rossiccio per incorniciare quelle labbra e quelle gote un filo troppo tonde - come sempre. Quanti anni erano passati? Il numero dieci le fece tremare un momento la matita davanti allo specchio. Si fissò nei grandi occhi castani dal taglio lievemente imbronciato, studiandosi il naso piccolo e stiracchiandosi la pelle sugli zigomi verticali. Cos'era rimasto della diciottenne in guerra col mondo e colla gente? Da qualche parte, sepolti sotto strati di cheratina e carne dovevano esserci ancora gli aloni di nero che per un secolo le avevano contornato le cornee. Non si vedono più. Voltò un momento lo sguardo alla libreria. Le pile di romanzi e di cd erano ancora lì e sorrise, mentre un brivido di sollievo le risalì lungo le spalle. Le sembrò di essere sgravata da quella massa infinita di code per il bus, di corsi di filosofia della politica o di psicologia della memoria, di serate a bere e a fumare, di primi appuntamenti interessanti e di secondi deludenti, di pomeriggi in divisa alle casse dell'Esselunga, di tramonti in fila al casello dell'uscita dell'autostrada, di weekend in treno per andare a trovare l'ex di turno, di aperitivi colle amiche a ridere e a parlare di tutte le altre, di notti da sola o con qualcuno...che si chiama età adulta. In quel momento esatto, ritta davanti al piccolo specchio Ikea incollato alla parete, si sentiva in pace. Si sentiva una, una sola - o meglio - tutt'una. In quel preciso istante però realizzò anche che quel tutt'uno non assomigliava granché a quello che una quindicenne truccata da panda sperava di diventare. Ma il pensiero non bastò a scrollarle di dosso quell'aura di serafica coscienza di sé stessa. Pensò anche che nessuno mai scriverà due righe su di lei. Ma si sbagliava.


Scusate.

24 gennaio 2015

Director's cut - Scene

Sei già in piedi, di fronte alla porta blu dalla maniglia verticale. Lato destro del vagone, come sempre.
Un gradino metallico e poi di passo svelto lungo il binario verso il grigiume di un pomeriggio invernale che si spegne assieme alla sigaretta.  Alle tue spalle una lama infuocata squarcia le nuvole fino a farle sanguinare di arancio e rosa. Se non ti fossi fermato un momento sul primo gradino a fare l'ultimo tiro, avresti perso uno di quei tramonti che ti sconvolgono le idee.


Sembra un film, lungo abbastanza perché nella memoria ogni risveglio si perda assieme a quello precedente, e così i mattini e i pomeriggi, senza intervalli o pause pubblicitarie. L'alba fredda e gentile spunta sopra l'Arno per specchiarsi sulla tua visiera, per poi confondersi alla pioggia fine o grossa, che batte sul casco e sul giaccone di pelle mezzo scolorito, in una scena che si ripete ogni mattina dopo la sveglia. Quindi arrivano i camici, ancora senza targhetta o nome - di quelli che in fondo stanno ancora bene addosso agli studenti - che vagano immersi nella luce dei neon caldi e nell'inconfondibile verdolino delle pareti, a prescindere dall'ora o del giorno. Gli ospedali sono tutti uguali, così come l'aroma metallico dei caffè in piedi davanti alla macchinetta o il gusto sciapo del tramezzino al tavolino appena fuori il dipartimento. Un milione di extrasistoli o forse più, tratti ST che non sotto-slivellano mai e chiacchiere di allegria, curiosità, cortesia, pazienza, o blanda sopportazione.

Bomba, libera tutti! Inforchi il motorino come fosse una puledra e via giù lungo l'asfalto e il cemento a scoprire la sera e le piazze. Caffè, aperitivo, pasta, pizza, birra, vino, amaro e cocktail. Facce nuove senza nome, altre di cui non lo ricordi e altre ancora di cui lo sai seppur non te ne freghi un cazzo. Tante facce. Tante comparse che si muovono sul fondale della scena, attorno a un capannello di amici o amiche più o meno tali, che fanno da cornice alla tua sete e alla tua fame. Fame ingorda di novità, di racconti e di ricordi. La parola gira a turno come fosse una canna, e ti porta la storia di una notte in spiaggia sbronzi, del capodanno a Praga piegati come panni, oppure il commento tecnico su una ricciola e i suoi leggings attillati, la recensione sul barista trombatore o della migliore gelateria in città. Il gruppo muta di bevuta in bevuta, per poi sparpagliarsi alla classica domanda infelice "Chi viene a ballare?". Una musica che certo non è la tua - né di nessun altro - finisce di intontirti prima di trovare la strada di casa, proprio accanto alla piazza delle chitarre e dei carrelli della spesa pieni di bottiglie. Chiudi gli occhi sul grande letto chiaro, poche ore prima che rinizi il film.



Stasera sono chiuso in camera. Ci sono comunque voci che passano le pareti di mattoni e suoni che ho innalzato per ritagliarmi qualche minuto senza camice o cappello. Mi aspettano per cena. In realtà non è che aspettino proprio me, ma cambia poco il senso della frase. Adesso è meglio che vada...non tanto per soddisfare l'appetito, quanto per tutelare il buon umore, che forse è rimasto indietro, qualche giorno fa, a guardare il tramonto.

13 gennaio 2015

Il paninaro di fiducia - La Fame



Vivo da solo...da un po' - anche se la solitudine sinceramente cerco di scansarla come i gatti neri. In effetti, non ho mai vissuto solo solo...ho sempre condiviso la casa con altri inquilini - ma ci siamo capiti, no?
Dividere gli spazi con persone che non hanno il tuo stesso sangue nelle vene ti forza a dover essere sempre un pelino meno cagacazzo di quanto tu non sia per naturale inclinazione. E questo - con le dovute eccezioni - è un bene, almeno per me.
Non avere né il modo né il tempo di poter assecondare la malinconia di un pomeriggio piovoso produce il doppio effetto di poter essere una persona costruttiva e inserita in una rete di rapporti interumani non basati sulla mera sopportazione reciproca...al tempo stesso il costante tentativo di smussare i propri angoli per adeguarli a quelli di chi gironzola per casa tua, rischia di farti dimenticare cosa ti piace davvero.

Perché vi dico questo? Probabilmente perché oggi a pranzo ho mangiato solo un pacchetto di cracker alla macchinetta di Cisanello, dopo aver passato una giornata gomito gomito con una strutturata che non conosce il concetto di pausa pranzo. Se questo non bastasse, nonostante abbia cambiato casa e città, divido ancora la casa con vegetariani. Ormai le verdure mi perseguitano. E pensare che c'era un tempo in cui il pasto era fondato sulle sacre istituzioni di salsiccia, nduja e pancetta. Vi giuro che mi sogno ancora la mitica carbonara di Ciccio, rigorosamente cucinata alle 11 di sera, dopo la chiusura di ogni supermercato e con quelle 7 o 8 Morettone da 66 cl ad innaffiare le conversazioni.
Quello che mi manca di tutta quella dieta grassa e unta però, forse sono le risate sguaiate e le offese nei vari dialetti di casa. Gli scherzi a tavola al cospetto di zucchine e melanzane hanno invece un sapore eccessivamente fresco e salutare, che sa più di dieta ipocalorica che di franco divertimento - e non perché i miei coinquilini non siano super simpatici. Dev'essere un effetto secondario del broccolo: anche le risate sono sciape.

Chiariamo un punto cruciale: i miei gusti sono quantomai elastici, ma questo non significa che mangi tutto. Qualche post fa credo di aver già esposto più che chiaramente come la penso sul fast e/o junk food. A dirla tutta neanche il kebab mi fa impazzire...tuttavia, come dicevo, vivere da solo costringe ad adeguarsi al mondo. Specie quando trovi che mangiare e cucinare da soli sia la quintessenza della tristezza. Lo confesso, soffro di depressione da frigo vuoto.



Perché poi fare la spesa quando puoi mangiare fuori?
Di conseguenza, oggi, parliamo di paninari.
Parto col dirvi che negli anni ho messo a punto un metodo tutto personale e mafiogeno per ingraziarmi baristi e ristoratori. 

  • Anzitutto, la prima volta che arrivi in un locale ti presenti al disgraziato/a dietro il banco con una richiesta qualunque, seguita da un bel "fammelo bono mi raccomando che sto cercando un posto di fiducia per prendere un cocktail/panino/stinco maiale sui fagioli borlotti". Ci sono molte scuole di pensiero, però. Mio fratello per esempio ha un approccio più spicciolo...roba del tipo "mi hanno detto che qui si mangia meglio e costa meno che nell'altro posto". Dipende molto dalle vostre attitudini.
  • A questo deve - e dico deve - seguire la presentazione personale. Nella fase attuale della mia vita, questa parte è facilissima e di effetto sicuro, perché al "Ciao mi chiamo Biagio" segue il "e sono nuovo in città" che fa leva sulla naturale disposizione socievole dell'oste, il quale in genere ti fa una personale panoramica della città, dei quartieri, della vita diurna o notturna che sia. Consiglio personale: non vi sbottonate troppo. Un briciolo di mistero deve sempre rimanere ad alimentare la conversazione.
  • Mai dimenticare il nome di un/una barista
  • La prossima volta che vai nel locale, portati dietro altre persone. Meglio se non ci sono mai state, così puoi fare lo splendido salutando al volo il gestore chiamandolo per nome o con una bella strizzata d'occhio. "Bada quanta gente t'ho portato!". Se avevi fatto colpo, lo vedi subito. Barman e cameriere sono abituate al baccaglio da parte della clientela...ma se si ricordano il tuo nome, è fatta.
  • Passa sempre a salutare quando passi di lì vicino. Tanto più per le feste. La vita dietro al banco, può essere noiosissima specie fuori dall'orario di punta, e vedere qualcuno sorridente che viene a vedere come stai, senza volere null'altro, fa sempre piacere. A me lo farebbe di sicuro.
  • Se siete dei nostalgici dei film noir di una volta - o semplicemente avete poca fantasia culinaria/alcolica - potreste chiedere sempre lo stesso cocktail o lo stesso piatto. "Ale, fammi il solito" ed ecco che arriva un Negroski in tutta la sua splendida aurea arancione. A me il solito suona tanto figo.
  • E poi la regola più importante di tutte: non fare il simpatico o il premuroso o l'interessato per avere lo sconto. La cosa importante è mangiare o bere bene, e come dicevo prima, il sapore delle cose dipende tanto da chi c'è intorno. Broccoli a parte.
Chiaramente questo è il mio metodo, il che significa che non ha una pretesa di universalità. Dovete lavorare sui vostri punti di forza. I miei indubbiamente sono un naso facilmente riconoscibile e una scarsa timidezza. Anche l'importante routine alcolica probabilmente aiuta a fare breccia.
Riletto in maniera impersonale, il mio decalogo potrà sembrare la Bibbia della persona sola in cerca di compagnia. La cosa mi dovrebbe lasciare un po' perplesso, in effetti. 

Comunque sia, così facendo ho già un caffè di riferimento per...il caffè, appunto. Si chiama la Sapienza, ed è proprio sotto casa mia. Un posto abbastanza anomalo, in cui le due bariste si mangiano le paste più bone e ti prendono rigorosamente per il culo per 5 minuti prima di prepararti il caffè e raccontarti gli affari loro come se fossi di famiglia. Vi assicuro che una colazione può durare un'ora partecipando al teatrino che si genera spontaneamente tra personale e avventori.
C'è poi il mio posto preferito per bere, il Bar Ibaldi. Un buchino allegro in Piazza Garibaldi, tappezzato di post-it e gestito dal mitico duo Ale/Tommy che tra un'offesa e una Madonna ti fanno sentire quella sgarbata ospitalità che puoi trovare solo nella Toscana più vera. Sinceramente è stato molto bello avere due persone con cui prendersi per il culo sul serio fin dalla prima settimana a Pisa.

Tutti i miei locali della nuova città non ve li racconto però...anche perché devo ancora finire di lavorarmi altri gestori (e perché sennò non fa lo stesso effetto quando vi ci porto).
In compenso però vi narro del mitico Sanjeev, il gestore del miglior negozio di alimentari di Firenze. Un amico, di quelli che vai a trovare all'ospedale se si rompe una gamba. Dopo il lavoro (più o meno alle 2 di notte) venne anche a casa a prepararci i piatti della tradizione napoletana che ha imparato quando faceva il cuoco da ragazzo. Fu lui a regalarci Manuela, la mascotte di Via Verdi 13.
Poi vi cito Paolo del Club del Gusto, Ali Moon del Gustami Kebab, Marco e consorte di Pane e Toscana, del Biondo dell'Enoteca dei Macci e via dicendo...ma ora mi fermi perché quest'elenco comincia ad assomigliare a un discorso di ringraziamenti - e io non ho vinto nessun premio o titolo. Forse giusto quello di bischero.

11 gennaio 2015

Il Nido del Cuculo



Parliamo di normalità.
Questo argomento mi è molto caro, per non dire che è diventato un'ossessione negli anni. Originalità, critica del senso comune, abolizione del concetto di gente...sono tra le poche idee in cui credo fermamente. Tuttavia, oggi vi risparmio il pippone autocelebrativo su quanto io possa essere bravo a sbattermene di tutti o a inventarmi un guardaroba fuori dal coro.

Vorrei invece parlarvi di normalità in un senso più preciso, almeno apparentemente, ossia quello medico. "Come fa un dottore a dire che un tizio sta bene? Voglio dire, decidere se uno è malato, è facile...ma come decide il medico chi sta bene?"
Il Dott. Biagini potrebbe rispondere citando le definizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di salute e di malattia che sono assolutamente condivisibili e rincuoranti - nonché un tantinello comode.
Io sinceramente la penso un po' diversamente però.
Premetto che fare un discorso generale su qualcosa di inverosimilmente complesso come la salute, fa dire delle cagate anche al più accorto dei professoroni...e di conseguenza mi limiterò a fare due esempi.
  • Numero 1: per dire che un cuore è malato, nel 99% dei casi è sufficiente fare un esame obbiettivo, un ecg, un'ecocardiogramma e un paio di esami del sangue. Se questi  parametri sono alterati, verosimilmente c'è qualcosa che non va.
    La domanda logica che segue, è "Chi ha deciso i valori di riferimento che indicano una possibile malattia?" l'osservazione empirica e, soprattutto, la statistica. Esempio: il 99% dei soggetti senza malattia coronarica ha valori di troponina I inferiori a 10 ng/ml, per cui avere un valore superiore è probabilmente dimostrazione di cardiopatia ischemica; se poi prendiamo la mortalità di tutti i soggetti e vediamo come varia in funzione della troponina I, ci accorgiamo subito che coloro che presentano valori alterati muoiono molto prima di quelli con valori normali. Chi è che sta bene? Chi ha valori normali - con pochissime eccezioni.
  • Numero 2: Per dire che una mente è malata, gli esami di imaging e di laboratorio ci aiutano solo ad escludere una causa organica (per lo più una lesione cerebrale o uno squilibrio ormonale) e quindi ci si basa sostanzialmente sui sintomi, che non possiamo misurare come gli enzimi, ma che possiamo appioppare - con una discreta approssimazione - alle persone.
    Anedonia, disforia, irritabilità, distimia etc...una lunga serie di parolone per descrivere comportamenti ritenuti non normali (in quanto le persone sane, statisticamente, non li mostrano e soprattutto, non te li raccontano). Dovrebbe essere chiaro già da adesso che qui la decisione su chi sta bene e chi sta male, comincia ad essere molto più sfumata.
Gli anglosassoni sono molto pragmatici - è la loro forza - e a questo tipo di problematiche rispondono sempre con un bel questionario dicotomico. Ne esistono centinaia, eppure le risposte si limitano quasi sempre a sì/no. Dormi bene? Pensi mai alla morte? Credi di essere meno felice degli altri? Sulla base delle risposte si calcola poi un punteggio - anch'esso validato da centinaia di migliaia di soggetti sani o malati - che ci dice se quella persona ha una malattia o meno. Il che, in soldoni, si traduce poi in prescrivere una terapia o no. E qui si apre un altro problema, o meglio, una voragine. Eh sì, perchè quasi sempre questi farmaci hanno un effetto sintomatico, ossia non curano la malattia ma si limitano a ridurne i sintomi.
Se avete seguito il ragionamento, avrete anche capito che se un paziente non presenta più quei sintomi (o comunque vengono attenuati) evidentemente il punteggio ottenuto al questionario che mi ha portato alla diagnosi, cambierà...per cui io, medico, potrei anche dire di averlo curato (o di averlo intontito al punto giusto).

Le soluzioni che oggi offre la psichiatria sono a mio modo di vedere inadeguate. I farmaci antipsicotici, alcuni antidepressivi e gli stabilizzanti dell'umore sono tra classi di farmaci più sporche (nel senso che non funzionano su un solo recettore, ma hanno miliardi di effetti diversi), tanto è vero che vengono prescritti in mille patologie diverse - e talvolta cercando di sfruttare quello che viene considerato un effetto collaterale, e non quello principale. Questo lo dico a dimostrazione che, in buona sostanza, non solo sappiamo pochissimo di come funziona la mente umana, ma che oltretutto "ci divertiamo" a dare sostanze senza poter sapere davvero il loro effetto sui pazienti. Gli psicofarmaci cambiano il tuo modo di pensare - il tuo modo di essere te stesso.
Attenzione, ciò non significa che non sia giusto o necessario tentare una terapia! Il primo compito del medico - dopo quello di non nuocere - è quello di aiutare, sempre. Ma appunto per l'estrema complessità di decidere dove sta la salute e la malattia prima di fare una diagnosi e di dare terapia, ci si dovrebbe pensare molto. Il farmaco è una risposta alla necessità di rispondere ad una richiesta di aiuto...ma lo psicofarmaco è qualcosa di cui ci si vergogna, di cui si ha paura e che si porta dietro l'etichetta di matto.
Io non sono nessuno per insegnare a fare il medico, tanto meno lo psichiatra. Sono però un testimone di come le cose non vadano assolutamente come si legge sui libri di medicina e di come lo stesso stato italiano non offra strutture dignitose per cercare di favorire l'inserimento dei diversi.
Il reparto di psichiatria è un'esperienza agghiacciante, senza il camice.

Ci tengo a dire che la mia in fondo è solo una provocazione che certo non vuole minare la validità della psichiatria in quanto tale. So perfettamente che alcuni di questi farmaci sono estremamente efficaci, per non dire insostituibili. Il punto su cui volevo farvi arrivare a ragionare è un altro: "chi dà il diritto a me, medico, di appiccicare una diagnosi di malattia mentale a qualcuno?" L'unica risposta che posso accettare è "se ritengo che faccia bene a qualcuno".


Per come la vedo io schizofrenia, disturbi di personalità, nevrosi etc. sono modi diversi di essere. Ed essere diverso, non sempre si sovrappone a malato. Potrà sembrare una cazzata, ma essere "matto" non per forza vuol dire stare male. Non sono qui a questionare se Mimmo Scialatiello - per tutti Goku - convinto di potersi trasformare in Super Sayan 3 e pertanto saltato dal 4° piano di casa invocando a gran voce la Nuvola Speedy, sia affetto o meno da malattia mentale...Tuttavia di sfumature tra questo tipo di manifestazioni e il vicino "di fuori come un terrazzo" perché non parla mai con nessuno, vaga senza metà apparente con la sua bicicletta e passa le giornate fissando le auto che passano, direi che ce n'è più di una.
Non c'è scritto da nessuna parte che il modo normale di essere sia quello giusto o il migliore. Il criterio con cui siamo portati a crederlo - senza averci quasi mai riflettuto per più di 2 minuti - è perché lo fanno quasi tutti, appunto.
La malattia mentale non sempre è sofferenza in sé stessa. Il dolore in gran parte deriva dall'incapacità di mettersi sullo stesso piano del resto del pianeta - dei normali, se preferite. E guardate che questa è un'esperienza che tutti abbiamo provato. Siamo noi stessi che ci facciamo male a vicenda in questo giochino macabro che si chiama "la gente", al quale non possiamo sottrarci - ma solo aderirvi o opporsi. Molti "matti" non hanno la forza di fare nessuna delle due cose, col risultato di finire schiacciati e tagliati fuori. E non accade perché sono folli, ma perché confrontarsi colla società è difficile, per tutti.
Oggi non si muore più di peste o vaiolo...ma in compenso abbiamo la depressione, e questo vale anche per i normali. Anzi, sono proprio gli psicopatici, i lunatici e gli squilibrati a riuscire a sbattersene un po' di più del mondo e delle sue regole. Forse è per questo che non vengono visti di buon occhio. Credo anche che anche la pietà dei medici, conoscenti, familiari etc. in tutto questo non sia di grande aiuto.

Noi pretendiamo di insegnare cosa sia lo stare bene, quando non c'è mezza persona che ci riesca veramente fino in fondo. Troppo spesso confondiamo l'essere sano, con l'essere normale. Mentre della salute se ne deve occupare il medico, della normalità a mio avviso nessuno ha il diritto di farlo.
L'unico atteggiamento possibile e auspicabile - e difficilissimo, ovviamente - è quello dell'accettazione. Una persona diversa, come non ha bisogno di sentirsi malato e alienato, non ha neanche bisogno di essere compatito o giustificato. Ci sono cose che non possono essere cambiate, ma solo accettate, e questo vale anche per la malattia.

La conclusione di tutta questa invettiva è che si fa presto ad appioppare l'epiteto di pazzo su chi non è normale, ma aldilà della stigmata sociale che questo nome si porta dietro, non aiuta veramente un cazzo di nessuno. Sarei curioso di leggere un referto psichiatrico di Van Gogh, intossicato tutta la vita da dosi da cavallo di luminale - che tra le altre cose fanno vedere aloni colorati attorno agli oggetti - o quello di Goya, affetto da encefalopatia da piombo, che gli causò l'alterazione della percezione cromatica - e la vista di qualche mostro qua e là.
Mi sapete dire una sola persona normale che abbia fatto qualcosa di veramente eccezionale?
In fondo Dalì diceva "L'unica differenza tra me e un folle è che io non sono folle".

La follia fa paura, ma personalmente mi spaventa di più il normale. E ancora di più il numero incredibile di volte che ho sentito dire "questo è psichiatrico" da colleghi o infermieri riferito al paziente di turno, colpevole 90 volte su 100 di essere un rompicoglioni o un fifone.

Una coda di 12 isolati di normali
I matti sono tanti, credo di saperne qualcosa. E se rivedessimo un momentino il criterio con cui queste persone sono reputate tali, credo che sarebbero i normali ad essere in netta minoranza. E sarebbe un bene, lo credo davvero.

18 novembre 2014

Scelte - Cardiobiagio

Lo scrivo qui e spero che rimanga per sempre. Ho deciso che mi specializzerò in cardiologia. Dopo aver passato gli ultimi due anni in geriatria - splendidi, peraltro - sento il bisogno di chiarire questa scelta a tutti quanti, perché questa non suoni come un ripiego o altro.
Non entrerò nel merito dell'esame di specializzazione perché tanto è già stato detto e scritto, perché già troppi si sono incazzati e soprattutto perché lamentarsi non serve a un cazzo, tanto meno su internet. Il punto è che dopo il famigerato concorso mi sono trovato a mettere in discussione la mia posizione circa il mio futuro. In buona sostanza, dopo la prima pubblicazione delle graduatorie - il 10 Novembre scorso - mi sono trovato a dover scegliere tra anestesia a Pisa, cardiologia a Perugia e geriatria a Napoli. Le graduatorie dicevano anche che avevo molte persone davanti a me per poter ottenere un posto a Firenze in caso di eventuali rinunce, tanto in cardio quanto in geria, e di conseguenza in quel momento il mio desiderio di continuare il mio percorso fiorentino si era come volatilizzato. Rimaneva dunque da scegliere tra due città sconosciute, due scuole sconosciute, guidato da un solo consiglio ripetuto allo sfinimento da famiglia e amici: ma tu cosa vuoi fare da grande? 


Avevo poco più 48 ore per sciogliere un dubbio cui non avevo trovato risposta in 6 anni, e questo mi ha sinceramente mandato in crisi. Vedete, geriatria a me piace molto, ma un conto è la scuola di Firenze - la prima e la migliore d'Italia - e un altro sono tutte le altre.
A chiarirmi le idee è stato principalmente il non voler essere il secondo Biagini geriatra. Io non sono il figlio del Dott. Biagini - se non geneticamente parlando. A tutto questo va aggiunta una malcelata fifa di trovarmi male a Napoli.
Ho cliccato sul computer l'accettazione della borsa a Perugia...e che cardiologia sia.

Automaticamente sono stato eliminato dalle graduatorie di anestesia e geriatria e sono iniziati i primi scorrimenti. Dopo una settimana ho scoperto che anche se avessi accettato geriatria non sarei comunque riuscito a fuggire da Napoli, mentre per cardio ero già scalato a Pisa. Non solo, ho scoperto di essere l'unico studente di tutto il mio anno di medicina a Firenze ad avere ottenuto un posto in cardiologia.Tuttavia, restavo fuori da Firenze per uno 0,1 di punteggio, con una sola persona avanti a me. A questo va aggiunto che nel frattempo avevo ottenuto anche una borsa in urologia a Firenze e una in igiene a Bologna.
Passa un'altra settimana e gli scorrimenti mi lasciano comunque nel mio posto in cardiologia a Pisa, ormai praticamente certo di trascorrere i futuri 4 anni all'ombra della torre che pende. Contemporaneamente però, scopro che a questo punto gli scorrimenti mi avrebbero fatto entrare in geriatria - nonché a igiene - a Firenze. Un brutto colpo. Non tanto per l'occasione persa (o per il fatto che qualsiasi altra scuola avessi scelto sarei potuto rimanere in Via Verdi 13), quanto perché adesso la mia scelta assume un insopportabile velo di irriconoscenza nei confronti delle persone con cui ho lavorato negli ultimi due anni. Mi dispiace davvero molto non poter ripagare l'investimento che è stato fatto su di me in termini di lavoro e fiducia - e soprattutto mi mancheranno il mio professore e gli altri specializzandi.
Tuttavia ormai il dado è tratto. Sarò cardiologo. Come in ogni scelta della mia vita, mi sono affidato più al mio naso che al cervello, e finora mi sono sempre trovato bene.



E ora bando alle ciance e dedichiamo qualche riga alle note allegre di tutta questa faccenda. Lascio Firenze. Dopo che tutti i compagni di questi anni di feste e sbronze mi hanno lasciato, è arrivato infine il momento anche per me di partire. So che queste parole possono suonare strane se dette da uno che ha dichiarato innumerevoli volte il suo amore sconfinato per questa città, però mi piace l'idea di salutarla come il luogo dove sono stato bene più che in ogni altro. Non voglio ridurla al grigio contorno di giornate di lavoro in ospedale. 
Questo inoltre comporta un'altra cosa: grande e devastante ultima notte di Via Verdi 13. Tutti invitati, tutti.

Infine ultima postilla, tanto la modestia non è mai stato il mio forte: dopo 20 anni ho finalmente concluso il mio percorso scolastico. E con questa ne approfitto per mandare un ultimo, cordiale e divertito saluto a chi ha bisogno di vomitare la propria ansia sugli altri, ai terroristi da esame, ai megalomani della facoltà impossibile, e soprattutto a quelli dello studio e della medicina come bene supremo cui sacrificare la propria gioventù.
Io non ho mai preso un'insufficienza, mai bocciato un'esame, mai rimandato un appello o perso un concorso...e soprattutto mai rifiutato un bicchiere di vino.
Non siete bravi perché studiate tanto, o perché fate medicina o perché non siete usciti il sabato sera per ripassare farmacologia. Siete bravi se state bene, fate quello che volete e soprattutto non lo fate pesare agli altri.

Ciao,
Cardio-Biagio

25 settembre 2014

Karma (e sangue freddo)



In questi giorni pieni di coinquilini nuovi, ma in fondo vuoti, tra libri e stanchezza, l'argomento Karma è uscito fuori più volte.
Vorrei poter dire fieramente che non ci credo a queste cagate...ma col mondo che ultimamente gira tutt'intorno alla mia stanza, con poche risate e distrazioni, il lato superstizioso ritorna fuori come un avvoltoio in attesa di una carogna. La mia.
La domanda che tutti ci poniamo - ossia che io mi pongo al posto vostro - è: ma che cosa ho fatto di male per dovermi rompere i coglioni tutti i giorni davanti al computer? Sia stata quella volta che non ho dato l'euro alla zingara? Maledette zingare. Sia stata quella volta che mi sono seduto impunemente al posto di un altro all'UCI cinema? No, dev'essere per forza il sorpasso alla cassa del Conad alla vecchina indecisa su quale fila fare...
Sto mentendo però...so esattamente cosa ho fatto. Circa un mese fa, in uno dei miei mille viaggi Trenitalia© FI-PT (preso al volo dopo una corsa contro il tempo e i turisti che intasano i marciapiedi) mi sono trovato a dover aiutare un'adorabile signora tedesca che non riusciva a tirare lo sciacquone nel bagno del treno. La signora indicava un bottone accanto al water - profumatissimo - a cui era stato letteralmente strappato via l'adesivo che indicava la sua funzione. Lo premetti, ma non accadde nulla. Notai dunque un altro tasto, dal lato opposto del gabinetto, anch'esso privo di alcun simbolo, e colto dall'illuminazione divina, lo premetti.

Un fischio assordante. Il treno che comincia a rallentare. Il cuore che accellera ad ogni lampeggìo della scritta SOS che minacciosamente era apparsa dopo il mio gesto. Avevo azionato l'allarme del treno. Avevo fatto una di quelle cose da vecchie barzellette sui carabinieri o da film di serie B anni '80.
Credo di essermi tirato addosso le infamate di almeno metà del treno (e gli accidenti di tutti gli altri).

L'unica cosa che mi consola è che, se le regole del karma sono universali, a quest'ora i maledetti che rubano pulsanti da Trenitalia staranno portando a casa la terza multa per divieto di sosta per lavaggio straordinario delle strade, presa per esser dovuti andare per la quarta volta alla lavanderia che ha perso le loro camicie firmate, che si erano sporcate perché si erano seduti su una panchina dove qualcuno aveva appiccicato una gomma da masticare...Confesso che stringerei volentieri la mano al bastardo in questione, se non fosse che il karma avrà qualcosa di macabro in serbo anche per lui.

Io comunque al karma in fondo in fondo non ci credo. Ai cornini napoletani sì. Quelli sì che funzionano invece...

17 luglio 2014

Via Verdi 13 - Numeri ed Infrastrutture

Arrivai a Firenze da esule, col cuore dall'altra parte dell'Europa e col prurito continuo di voler andare altrove.
Il primo appartamento che mi ospitò si trovava in via Pietro della Valle, a due passi da Careggi. La camera era spaziosa, l'affitto abbordabile, avevo un lettone matrimoniale, una bella scrivania di mogano e pochissima voglia di studiare, di andare in Ospedale, di chiedere una tesi e ancora meno di finire gli studi. Mi affacciavo alla finestra scomparendo nel grigio di via Mariti. Traffico, sirene, asfalto e palazzoni tutt'attorno, che come vespai inghiottiscono i condomini nascondendoli li uni agli altri.
Poi qualcosa cambiò.
Era un pomeriggio di inizio estate quando io e Marco - il - Conte vedemmo l'annuncio di un appartamento sfitto nel pieno centro storico. Affitto basso, numero di camere alto, due bagni e un sogno ad occhi aperti fatto di feste improbabili e avventure a luci rosse. Sborsata la caparra, cominciammo la selezione dei nuovi inquilini. Quel che successo dopo beh..."ti prego Biagio, non lo scrivere su internet".


Statistiche semi-serie
Si può affermare senza grandi approssimazioni che dal Settembre 2012 a oggi, sono passate per Via Verdi 13 più di 500 persone - perlopiù giovani e assetate, provenienti da oltre 25 nazioni (tra cui Italia, Brasile, Svizzera, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Belgio, Polonia, Estonia, Lituania, Russia, Ucraina, Repubblica Ceca, Grecia, Turchia, Israele, Finlandia, Svezia, Stati Uniti, Cuba, Messico, Venezuela, Marocco, Camerun e India).
 Nei 6 posti letto nominali (drammaticamente espandibili a 14 considerando materassi gonfiabili, divani letto, brandine, tappeti e vasca da bagno) hanno trovato riposo poco meno di un centinaio di individui, tra parenti, amici, amici di parenti, amici di amici, donne occasionali o meno, couch-surfers, imbucati, sconosciuti e killer seriali. Sono state organizzate un trentina di cene - con un record
di 21 invitati (nonostante i limiti oggettivi delle 12 seggioline IKEA e di un servito da 10 piatti sfusi rubacchiati qua e là), 4 festone ufficiali e svariate invasioni di casa nel cuore della notte (o della cena) da parte di amici spersi nel dedalo di vicoli fiorentini. Il numero massimo di partecipanti ad un evento è stato di 150 circa, in occasione della festa di compleanno di Bia, Luca e della laurea di Biagio.
Gli inquilini ufficiali dell'appartamento sono stati 8, cui si aggiungono gli special guest estivi, tra cui Marina la greca, Ula la polacca fuggita d'Egitto e due avvenenti turche, per assonanza rinominate Indesit ed Iveco.

Miscellanea di cazzate
Via Verdi 13 vanta 5 inquilini in carne e ossa e una di legno di nome Manuela (convertibile al bisogno in albero di natale). È buona norma, in casa, sostenere il riciclaggio: la quasi totalità dell'arredamento è stata, per così dire, trovata, compreso un armadio, una poltrona a fiori, un espositore della Conad, una magnum di chianti, la mitica Necchi - macchina da cucire vintage anni '60 - un tagliere da 4 chili e un'intera fermata dell'autobus. La luminaria di casa è stata realizzata con impianti di segnalazione per lavori in corso stradali - ciò non ha provocato, ad oggi, alcun incidente fatale.
VV13 ha una propria pagina facebook dedicata alla divulgazione delle più utili informazioni inerenti i grandi problemi della società contemporanea, quali l'annosa questione su quanti peperoncini calabresi ci vogliono per far piangere un brasiliano o su quale sia l'imprecazione migliore per ottimizzare l'operazione di montaggio di un letto IKEA.
Il motto dell'appartamento, lapidariamente inciso su una lastra di metallo (e ornato con pure mutandine cubane al 50%) è AMICI MIEI, QUI SI TROMBA. Ovviamente tale avviso va inteso nel senso più musicale che riuscite a immaginare.
Molte sono le affiliazioni di VV13: il Party Bene, staff multicolor che ha riempito locali per Firenze tutto l'anno, grazie all'infinita passione di Rosario Likes a Sun e alla barbetta di Leo Bongianni DJ; gli Whoopie Hookers, di Giggi, Ciruo', Davide e Pietro, gruppone rock affermato; L'alimentari AM - PM di Sanjeev Kumar, il dolce commerciante di quartiere - e fornitore di buona parte degli ettolitri di alcol necessari alla sopravvivenza degli inquilini - che più volte ha partecipato alle cene di casa e il Gustami Kebab di Ali Moon, dove tutte le serate cominciano e finiscono.
Sponsor, nonché mascotte ufficiale dell'appartamento è il grande Riccardino Scamarcio, che salutiamo. Qui trovate la storia del nostro fugace ma intenso incontro.



Popolazione
Considerare come abitanti di Via Verdi 13 i soli paganti il canone di affitto, sarebbe oltremodo limitante. La lista di coloro che vivono le 4 pareti della casa, va in effetti estesa a coloro che hanno partecipato attivamente alle attività ludico-ginnico-gastronomiche settimanalmente tenute nell'abitazione, andando quindi a comprendere una stretta cerchia di amici degli inquilini e qualche Erasmus che ogni anno finisce per accasarsi presso gli stessi.
In primis va citato il gruppo storico degli omacci: Ciccio, Cipo, Ciaccia, Giggi, Guardu e Biagio. 6 pseudonimi, che nascondono altrettante teste di cazzo senza bisogno di alcuna altra presentazione.
Un posto d'onore va quindi riservato a Bia, o meglio Beatriz de Oliveira Alcantara Gomes, il cui nome tradisce un lignaggio antico, che richiama i conquistadores europei. Al contrario degli avi però, è stata la piccola Bia ad essere educata al civilizzato mondo moderno, svelando un naturale talento per i costumi della buona società fiorentina fatta di aperitivi superalcolici e compiaciuto ozio sul divano a scoprire i capolavori della cinematografia internazionale. Notevole la sua dedizione alle 12 ore di sonno - minime - che ha mostrato durante tutto l'arco della sua sfiancante avventura italiana. La migliore.
Non possiamo poi dimenticare la platinata Jessica e il suo smisurato cane Rolly. I volvoli di pelo volante che hanno abitato gli altrimenti lindi corridoi dell'appartamento, hanno donato alla casa quell'effetto villaggio fantasma western che tanto va di moda oggi. In una recente intervista, circa le abitudini culinarie di Jessica, rilasciata dagli attuali inquilini di VV13 hanno commentato:"Non ci piace".
Viene quindi il turno di uno dei primi veri uomini di casa, il già citato Marco - Il - Conte. Fino a quando non lasciò la casa alla volta dell'Est Europa (dove voci infondate affermano la sua affiliazione alla Chiesa Ortodossa Catto-Comunista della Seconda Rivelazione di S.Nicolaus - in cui rivestirebbe il ruolo di arcivescovo) Marco ha abitato ininterrottamente il divano di casa dalle ore 14.00 (orario della sveglia) fino alle ore 02.00 di ogni giorno, imbracciando il computer e svelando i complotti orditi da una stampa troppo asservilita ai poteri forti e corrotta. Memorabili i suoi dialoghi col televisore durante Ballarò: "Punto primo, mio padre è carrozziere..." forte di questa indiscutibile verità ha affondato colpi tremendi agli ospiti della tramissione, che per loro fortuna non potevano sentirlo.



Lorenzo - la manita - Borchi, Flavio - la voix - Di Lella e Davide - la mente - D'Errico insieme formano il favoloso trio acustico (e autistico) Put Your Money, attivo sulle vie fiorentine da anni ormai. Ebbene sì, i tre celebri musicisti sono parte integrante del sottobosco urbano che circonda Via Verdi 13, e proprio all'ombra del palazzo, in piazza Salvemini, il gruppo ha raggiunto la grande fama internazionale a forza di concerti in strada e di bottiglie di acqua riempite di Tequila. Intramontabili.
Menzione d'onore agli studenti esteri, in particolar modo alla bandaccia di francesi capitanate da Coline, alla dolce Caroline e i suoi coinquilini, a Eva Newman e alle indimenticabili spagnole di Lugo, Natalia e Albis. Se ci aveste dato un euro per ogni bevuta che avete scroccato, adesso avremmo un condizionatore vero in casa (e non i ventagli di carta fatti a mano da Ciccio colle copertine semi-rigide di "L'arte della Muratura oggi" edizione Del Prado). Ci mancate.
Infine ricordiamo Susanna e le sue amiche, promesse in sposa ad ognuno degli uomini di Via Verdi, senza che mai in effetti si presentassero. Non pervenute.


Testamento
Si chiude così la stagione fiorentina. Ci siamo divertiti tanto. Adesso arriva il momento degli addii, che già da un pezzo aleggia tra una birra e un filmato idiota di youtube. Abbiamo già rimpiazzato il 90% degli inquilini e in men che non si dica torneranno nuove risate ad abitare la cucina col suo tavolone in abete. Eppure, sinceramente, non ho voglia di cominciare tutto da capo. Non so come dirlo senza passare per un frocino smielato, ma mi mancherete, tanto.

8 giugno 2014

I diari di geriatria: Giorno 1 - Le lacrime di coccodrillo

5 Giugno 2014

Eccomi qui, appollaiato in poltrona sugli spalti centrali dell'Auditorium di Pistoia, a fingere di prendere appunti durante l'ennesimo congresso di geriatria. Blocco e penna omaggio sono un'occasione immancabile alla divagazione.



Il Dott. Francesco Biagini oggi veste mocassini di cuoio marroni, pantaloni a tubo beige e camicia azzurra a trama geometrica (Se l'eccessivo sfoggio d'eleganza vi stupisce, tenete di conto che il presidente ed organizzatore del congresso è il Dott. Padre, e la cosa mi turba, alquanto). Ho malditesta, sono ancora disidratato, credo. Ieri notte, al concerto dei la Femme, il Biagio vestiva stivaletti di pelle chiara alla caviglia,  chinos gessati, t-shirt amaranto, gilet di cotone scuro e l'immancabile fedora nero...almeno finchè l'ora e mezza di pogo incessante non ha trasformato il gilet in un asciugamano di fortuna e la maglietta in mezzo metro di allegria apppiccicaticcia. Due immagini del come, tutto sommato, io sia un po' fuori luogo ovunque.

"È una fase di passaggio" "Si tratta di un momento di cambiamento" eccetera, eccetera eccetera...Ma quando mai non lo è stato? Credo che la differenza sostanziale di questi giorni rispetto ai mesi - o agli anni - precedenti è che mentre io muto pelle come i serpenti, l'ambiente che mi circonda sembra non fare altrettanto. Ho un'idea abbastanza precisa di cosa sia l'intelligenza, e questa sta nel sapersi adeguare a quello che ci circonda o, ancora meglio, nell'adattare il nostro mondo a quello che vogliamo. Ed eccoci quindi al punto della riflessione: cosa voglio? Risposta secca: niente. Postilla: mi sento un coglione.

Citando un intramontabile testo della letteratura internazionale - Harry Potter e la pietra filosofale - l'uomo più felice della terra guardandosi nello Specchio delle Brame vedrebbe solo sé stesso, così com'è: una delle più grandi cazzate mai scritte, a mio modo di vedere (NB: la frase, non il libro). La vita è sentire la mancanza, è un desiderio continuo, è volontà. Uno che non desidera altro che la sua vita così com'è,o è in punto di morte oppure è in quel momento eccezionale che si raggiunge appena dopo aver concluso una grande impresa. Diciamo pure che vivere è una grandissima rottura di coglioni, ma è da idioti desiderarne la fine. Le grandi imprese sono passate da un po' ormai e la mia meritata vacanza sta assomigliando sempre più alla disoccupazione più impunita. Lavoricchio - ho anche preso il primo stipendio - ma la remunerazione è occasionale e le opportunità di un'occupazione fissa dipendono essenzialmente dal mio ingresso o meno in scuola di specializzazione (esame a Ottobre). Nel frattempo più che fare quello che voglio, ormai direi che mi gratto pruriti. Intendiamoci, sono proprio i pruriti e i fastidi che ci fanno muovere il culo dalla sedia - e fa sorridere questa frase scritta accovacciato nel bel mezzo dell'intrigante simposio sulla "comunicazione orale col paziente affetto da Alzheimer" - ma non è abbastanza. Sto evadendo da qui per non sprofondare nella poltrona. Ma la verità è che sto fuggendo anche dalle esagerazioni notturne, anche se al terzo bicchiere in genere me ne scordo. Comincio a credere che la mia sete venga più da un desiderio di eterna gioventù che da un reale bisogno di divertimento. Sto tentando di continuare a fare quello in cui sono diventato bravo, a perpetuare l'immagine mentale di un Biagio che non esiste se non da sbronzo - e che forse solo per questo mi appare tanto desiderabile.

Seghe mentali, eh? Ebbene che vi aspettate possa scrivere qui dagli spalti? Volete la telecronaca de "il counseling continuativo al caregiver nei diversi contesti di cura"? Vedete da un lato sono stanco di essere il solito coglione di sempre, e dall'altro non ho nessuna intenzione di abbandonare tutto questo per cucirmi addosso un camice bianco. Tanto succederà comunque. La statistica dice che i medici che entrano in scuola di specializzazione escono fuori trentenni e sposati e - abbastanza spesso pure disoccupati - avreste voi davvero tanta furia di diventare specialista? Diciamo pure che che da qui a 10 anni mi vedo stressato, eccessivamente squattrinato e senza un briciolo di tempo libero. Soluzioni plausibili?
a) Fuga
b) Matrimonio con donna schifosamente ricca
c) Eroina
e ottimisticamente d) trovare almeno altri 100 ottimi motivi per cui valga la pena alzarsi dal letto ogni mattina.
A voi la scelta. Ovviamente B. 

Potrà sembrarvi idiota, ma vi giuro che una delle poche cose che desidero in questo momento è un bello scatolone Ikea ancora chiuso, possibilmente senza istruzioni. Ho veramente esaurito gli espedienti per passare le giornate, e oltretutto il problema è che non saprei più dove metterlo, il mobile. Uno ancora più grande è che non mi manca niente da troppo tempo. Questo, signori miei, per un ragazzo iperattivo con una spiccata inclinazione alla malinconia e alla drammatizzazione, è un disastro.


Eppure c'è una verità più dolce scritta in queste righe. Io sto bene, e questo è l'effetto che mi fa.
PS: Potrei cominciare a scrivere un libro anziché queste cagate insulse...ma qualcuno lo leggerebbe?

29 maggio 2014

Svolte del destino - ovvero: come ho portato il VIP a Via Verdi

"Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo". La citazione non è casuale.
Succede che dopo aver passato anni ad identificare la sintesi di tutti i mali del cinema italiano in una certa categoria di attorucoli capaci di riempire le sale più per la loro graziosità che per il loro talento (pressoché assente), uno finisca per doversi ricredere - almeno un po'. Fa ridere perché se mi avessero dato un euro per ogni volta che ho infamato il VIP in questione, a quest'ora avrei potuto tranquillamente darmi allo strozzinaggio.



Alcuni miei compagni di quest'avventura, terrorizzati dalla penna di Alfonso Signorini, dalla copertina di Novella 2000 e soprattutto dall'ombra di Fabrizio Corona, preferiscono rimanere nell'anonimato. E come contraddirli? Qui si parla di gente troppo importante. Li chiameremo quindi con degli pseudonimi: Gigi, Vito, Ciccio e Billeri.

La nostra storia inizia con un aperitivo. Il meraviglioso buffet a 4 euro della Salumeria di via dei Macci, che offre la possibilità di riempire per ben due - e sottolineo il due - volte il piattino di plastica con pasta, crostini e insalatine russe. Seduti su una trave poggiata su delle cassette di plastica a mo' di panchina, con un bicchiere di rosso scadente in mano e la bocca piena, stavamo lì a testimoniare quanto dolce può essere la vita del disoccupato. Con fare sprezzante guardavamo i clienti del rinomato ristorante Cibreo, seduti agli eleganti tavolinetti dall'altra parte della strada, a poco più di 3 metri. Firenze è unica in questo: turisti, signori, barboni e cazzoni che si divertono ognuno alla loro maniera nella stessa via e in piena tranquillità.
Ecco quindi che fa il suo ingresso in scena l'ospite a sorpresa. Arriva quasi di soppiatto - diciamo pure che nessuno di noi lo aveva riconosciuto - e si piazza proprio davanti alla nostra panchina. Incuriositi dal numero di persone che lo fermavano per farsi una foto, realizziamo in breve tempo di chi si trattava: niente popò di meno che di Riccardo Scamarcio. La scoperta fu accompagnata da sonori commenti. "Mah, nun è mica così fio..." "Ma che cazzo ci fa lui lì da solo al ristorante?" "Chissà le fie che nun s'è trombato" "Scusate, ma che film ha fatto?"
È curioso notare come alla domanda "Hai visto 3 metri sopra al cielo?" l'uomo italico abbassi lo sguardo e risponda a) sì per colpa (di quella troia) della mia ex; oppure fieramente afferma b) col cazzo.
Mentre spettegolavamo come gallinelle, il vino finisce e andiamo a prenderci un'altra bottiglia di rosso al vinaino lì dietro, lasciando Ricky da solo davanti al locale. Una volta tornati, il nostro eroe era seduto al tavolinetto lì di fronte, alle prese con l'antipasto, ancora solo. Era decisamente l'ora di rompergli i coglioni. "Vieni Giggi che ci facciamo una foto con Scamarcio" "Ma cu' cazz', non me la facc'a foto cu' sto strunz. Manco fosse o cantante degli Aerosmith." (scusate il pessimo napoletano)
Io e Vito andiamo (noncuranti del fatto che ci aveva sentito mezza strada). "Scusa lo so che ti si rompe i coglioni a cena, ma ci si può fare una foto?" Risposta inaspettata: "certo, venite di qua" e con un gesto ci invita al tavolo. "Volete un bicchiere di vino?" "Che vino è?" e lui, svelando indubbie doti enologiche: "È buono, è biologico!".  Non sono precisamente il tipo che fa tanti complimenti, tanto meno che rifiuta un calice, e quindi il momento dopo eravamo lì a parlare, gomito a gomito. Vito e Ricky sono conterranei, e la conversazione vira presto sulla Puglia, sull'emigrare, sul futuro di questo paese. Inaspettatamente Scamy si lancia in accorate filippiche dal gusto squisitamente marxista, un po' in stile autogestione del liceo. Ci dava del tu, e noi facevamo altrettanto. Il passo di lì a scroccargli le sigarette era breve, e noi prendiamo confidenza abbastanza alla svelta.
Si trovava a Firenze per il derby del cuore, dove aveva giocato per la squadra di Emergency, di cui è un grande sostenitore. Era rimasto in città per girare un film dei fratelli Taviani, le cui riprese peraltro sono iniziate nella mia Pistoia, dove ancora si trovava la troupe...il che spiegava il perché Scamy si trovasse lì da solo.
Le chiacchiere continuavano, intervallate da continue richieste di foto da parte di ragazzine, fidanzati di ragazze, signorotte e passanti. Ci racconta dei suoi due grandi sogni: fare il contadino e l'attore. "Sono stato fortunato, perché ho potuto fare entrambi. Sono un ZappAttore." (no comment)
Dopo una ventina di minuti anche il restio Gigggi si avvicina al tavolo, seppur senza mostrare un minimo di apprezzamento per Scamy, il quale invece continuava ad ammaestrare la folla coi suoi discorsi e a giostrarsi in mezzo alle richieste di foto allo stesso tempo. "Ma tu sei Scamarcio?" "No, sono Gabriel. Gabriel Garko."
In maniera molto dolce ed educata, io lo incalzavo cercando di carpire qualche aneddoto di piccole avventure amorose, qualche segretuccio del suo indubbio successo col gentil sesso. L'interrogativo che gli ho più volte riproposto, specie coll'aumentare dei bicchieri, suonava più o meno così: "Via giù, Ricca, qual'è la meglio fia che ti sei trombato?" E qui bisogna che spezzi una lancia a favore di Ricky, perché in tutta franchezza avrebbe potuto raccontarci qualsiasi stronzata, anche la peggiore delle sboronate, e noi ce la saremmo bevuta...ma quello alzava gli occhi, aspirava la sigaretta e rispondeva "Ragà, sono fidanzato."
Niente. Nulla. Ci ha lasciato a bocca asciutta.

Il tempo passava e la cena era finita, credo che lui non volesse stare in mezzo alla gente, fatto sta che quando gli propongo di venire a bere un bicchiere a Via Verdi 13, Scamy accetta di buon grado. Confesso che ci ha reso tutti molto contenti. Immediatamente scatta la telefonata a Ciccio (che era a casa). "Ci', ti porto a casa un ospite a sorpresa" "Sì, già me lo immagino...Vedi che io devo finire di studiare!" (il giorno successivo, mi avrebbe confessato che si aspettava di trovarsi in salotto un barbone di Piazza Salvemini.)
Vito, Giggggi, io ed altri - di cui non so se posso fare il nome - salivamo le scale a 3 a 3, finché non ci troviamo davanti all'uscio dell'appartamento. Ricky entra in casa e trova ad accoglierlo una selva di segnaletica e luminaria stradale, fermate dell'autobus, Manuela la manichina, bandiere scritte a mano e l'immancabile cartello: AMICI MIEI QUI SI TROMBA...e gli piace. Grande.
Ciccio lo vede "E tu cosa ci fai qui??!". Bia, la coinquilina brasiliana, invece lo osserva con un impagabile sguardo da "Quindi questo qui sarebbe un attore famoso e bello?".
Ci mettiamo sui divani, il vino rosso scende e la conversazione adesso ruota attorno a...Pasolini. Per rispetto, non citerò niente, ma vi racconto che Scamy insiste per farci vedere un video più o meno incomprensibile, argomentandolo in maniera altrettanto criptica. A salvarci dalla deriva culturale, interviene l'ultimo coinquilino. La porta di casa si spalanca, e Billeri percorre il corridoio a grandi falcate fino al soggiorno.
"O te?" "Il che ci fai qui?" "Biagio, quando tu m'ha detto che c'era gente famosa a casa, pensavo ci fosse gente importante davvero. Che so...Magalli." Ridono tutti. Scamarcio compreso.
"Senti ma ce l'hai dove dormire?" "Grazie, ma sì." "No via, diccelo...vuoi rimanere qui?" "Tranquillo, ho una camera" "Sei sicuro?" "Ma li vuoi due euro? Non fare complimenti" Ricky ride ancora, e noi con (di) lui. Viene stappata un'ultima bottiglina di rosso, di quella del nonno del Billeri. Un vinellino onesto, che anche l'attorone dimostra di apprezzare.
La serata giungeva infine al termine, lo accompagniamo tutti all'hotel, vicino al Ponte Vecchio. Prima di uscire Scamy ci autografa il muro. Sulla strada altre persone ci fermavano per le foto, finché Ciccio "E con me la foto non ve la fate?" "Tu chi saresti?" "Come chi sono io?! Io sono la Rivelazione. Ho fatto un Medico in Famiglia." Scena meravigliosa: Ricky che fa la foto a Ciccio con i suoi fan.
Arrivati al ponte è il momento dei saluti e degli autografi. Billeri in particolar modo tira fuori un quadernone, glielo mette in mano e comincia a dettare "Scrivi: la situazione..." "La situazione te la scrivi da solo." E con quest'ultima cazzata lo salutiamo.

Insomma, a voi il giudizio...il mio è che nonostante non abbia mai visto un film con Riccardo Scamarcio, tranne Romanzo Criminale - che è bello - ne ho sempre avuto una brutta opinione. Ho sbagliato, e mi scuso. Non era da tutti assecondare dei cretini come noi.