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23 marzo 2017

Il miocardio ibernato - il risveglio

"La sveglia, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno…questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto un giorno sorge il ‘perché’ e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore." A.Camus

Era un po' che non scrivevo. Così come era un po' che non facevo un sacco di altre cose. Avere l'allergia ai platani per dirne una, oppure pulire le cozze, dormire accampato su un divano, cantare in strada o litigare con gente a caso. Certe cose un giorno le fai e quello dopo smetti, quasi senza accorgertene.


Per un motivo o per un altro, succede di mettere a dieta la personalità; di tentare, cioè, di soffocare quella nuvola di bisogni, pensieri, fantasie, vizi e schizofrenie che ti distinguono dagli altri. Il più delle volte, succede perché credi che siano proprio queste, le cose che ti impediscono di raggiungere i tuoi obiettivi. Altre volte, semplicemente perché non hai più il tempo di assecondarle. Allo stesso modo succede di stilare la lista delle priorità cui aderire assolutamente, ed elevarla a manuale pratico della felicità - che diviene quasi sempre solo più distante e sfocata. A questo punto, in genere succede che la pelle che indossi comincia a tirare, il culo si fa pesante, la schiena duole e il cuore perde qualche colpo. Nonostante tutto, succede di rimanere arroccato nella tua posizione, anche se forse lo fai più per la fatica di tentare una deviazione che per la convinzione di ottenere qualcosa perseverando così.

Succede ma non dovresti farlo succedere; a meno che tu non voglia trovarti a scoprire a tue spese le più sottili e variegate sfumature di termini quali stress o apatia.
Queste condizioni, per quanto più inerenti alla sfera psicologica e in particolar modo a quella fase speciale dello sviluppo umano che si chiama vita adulta - con tutta la valanga di luoghi comuni e cagate che si porta dietro - a mio modo di vedere hanno un corrispettivo cardiologico abbastanza eclatante.

Shahbudin H Rahimtoola, guru della cardiochirurgia, ha rivelato a noi poveri mortali che il cuore in condizioni di prolungata carenza di sangue e risorse energetiche, va incontro ad un fenomeno caratterizzato da perdita di contrattilità, definito "ibernazione".
Di primo acchito potremmo pensare che l'ibernazione cardiaca sia in realtà un romantico tentativo di fuggire dal ciclo infinito di contrazioni e rilasciamenti che ne scandiscono la grigia routine, ma - ahimè - le cose non stanno così. L'ibernazione del miocardio si verifica quando i vasi che ne perfondono le fibre sono quasi completamente chiusi e a malapena in grado di mantenere la sopravvivenza dei tessuti. Le cellule miocardiche cessano di contrarsi, generando un'inattività letargica a tratti indistinguibile da quella delle cellule infartuate, ed ugualmente in grado di compromettere la funzione della pompa cardiaca. Una vita di minima, insomma.

Rahimtoola fortunatamente ci insegna anche che questa deprecabile condizione è reversibile, almeno in teoria. Ripristinando un flusso coronarico idoneo infatti, il tessuto cardiaco riprende a funzionare in maniera corretta. Ciò che il guru non dice è come capire in quali casi il miglioramento della perfusione miocardica consenta l'effettivo recupero dell'attività cardiaca. Non sappiamo, cioè, quando sia effettivamente possibile salvare il miocardio ibernato dall'infarto - e quindi dalla morte.

Rahimtoola (al centro) all'uscita dall'American College of Cardiology dopo essere stato insignito del Lifetime Achievement Award
Con questa lunga metafora non voglio dire che avvicinarsi ai 30 anni sia come avere una stenosi serrata delle coronarie; piuttosto il nodo è attorno al cordone ombelicale da cui fino a poco fa succhiavi energie e fantasia. Un groviglio di impegni e stanchezza cronica che stringe alla base del mesencefalo, sopprimendo qualsivoglia attività cerebrale superiore e risparmiando solo quei nuclei basali che servono a mantenere il battito, la respirazione e poco più.
.
Vi risparmio la lista di incazzature, sfighe e acciacchi degli ultimi mesi perché è una cosa triste.

Più dolce è invece lo scoprire che se il nodo si allenta un po', il sangue ricomincia a fluire resuscitando parti della corteccia cerebrale che non ricordavi nemmeno di avere.  D'un tratto ti risvegli dalla bara foderata di pensieri balbettati, pagine accartocciate e palpitazioni in cui hai dormito negli ultimi mesi, senza riposarti mai davvero.


Tornano il buon umore e l'ironia che se forse non bastano a dare un senso allo stare al mondo, quantomeno lo rendono un posto più decente. Abbastanza da non aver voglia di passare le giornate a lamentarsi sulla qualità del vitto dell'ospedale, di quanto sia tremendo vivere nella città in cui abiti o tutte quelle altre crociate inutili con cui hai sapientemente riempito il tuo poco tempo libero.

Fortunatamente viaggiando dritto per la tua strada, finisci prima o poi di incontrare una retta incidente. Una X indelebile sulla carta bianca dove hai scritto finora. Un colpo di scena che riscrive il copione del film, e tu non puoi far altro che recitare la tua parte. 
A dire il vero, se ti guardi alle spalle le croci segnate ormai non si contano più. Un cimitero a perdita d'occhio in cui riposano occasioni perse, amori finiti, amicizie interrotte e sogni svaniti. Monumenti funebri a qualcuno che sei stato, magari solo per qualche minuto, su cui lasciare un fiore o una risata ogni tanto. Rimangono lì, a ricordarti com'è che ti ritrovi sulla soglia dei trenta a scrivere cazzate la sera, e senza grosse paturnie. Rimangono lì, anche se te n'eri dimenticato o hai cercato di cancellarle.

Sbocciano i fiori, tornano i pollini e l'allergia assieme al primo sole che brucia sulla pelle, ed è tanto bello scoprire di non essere ancora diventato un vampiro anemico.

17 settembre 2016

Bianco/nero - Ciclotimia


Ho la sensazione che il mio lato creativo stia lentamente sfumando, così come l'attaccatura dei capelli. Ogni mattina ne abbandono qualcuno al proprio destino sul cuscino, così come si saluta un amico caro che decide di tentar fortuna altrove. Spagna, Francia, Cina, Inghilterra e Brasile, puoi fare il giro del mondo sfogliando la rubrica del cellulare che non squilla più. Al contrario la polifonia della sveglia ogni santo giorno ti strappa a sogni e a ricordi che rimangono sepolti tra le federe. Brandine di ospedale, divani e letti occasionali in cui dormi senza mai riposare davvero. Il sonno che diventa una costante, così come la fame. In fondo è tutta una questione di cibo: tu sei quello che mangi. Ormai sono fatto per metà di bocconi amari e per un'altra metà di ringraziamenti sinceri. Un altro cinquanta per cento è fatto di risate e ironia, ma i conti non tornano. Così come i quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due - gli unici che vengono ancora a curiosare in questo deposito di parole impolverate. Uno sono io, e tu che leggi sei l'altro. Non ti ho scritto negli ultimi mesi, perché non avevo niente da dire. A te almeno. Oggi però c'è il temporale e la metereopatia muove le dita sulla tastiera assieme al malumore. Un elenco di parole che iniziano per mal: mal-essere, mal-inconia, mal-fermo, mal-destro, mal-pagato, mal-di-testa. Le tempie pulsano in preda al frastuono dei fulmini e dei giramenti di palle che lampeggiano alla finestra trasfigurando il paesaggio e il corridoio. Un tunnel tortuoso in cui la tristezza gioca a nascondino coll'allegria senza fare la conta. Bomba libera tutti. Liberaci dal male, dal peccato ma soprattutto dalle bombe e dai terroristi. Terroristi di Al Quaeda, terroristi dell'Isis, terroristi dell'IRA, terroristi dell'afa, terroristi del calcio, terroristi da esame, terroristi dell'ansia. Tutto il mondo sembra girare con le cinture esplosive pronte a farti saltare i nervi. La schiena si inarca mentre la muscolatura si contrae e le articolazioni scricchiolano sotto il peso di tanta negatività e stanchezza...Apri gli occhi ancora infilato nella tutina verde ormai elevata a pigiama ospedaliero ufficiale. Il corridoio comincia a riempirsi dei chiacchiericci del cambio turno infermieristico. Dall'avvolgibile filtra il celeste del cielo che si specchia nelle pozze color asfalto tutt'attorno al piazzale. La voce gutturale del vucumpra all'ingresso risuona attraverso il vetro. Buongiorno! Un aiuto, per favore! Il bicchiere delle elemosina vibra come una campana di Natale. Il sabato mattina ti regala l'allegria della festa, proprio come quella del villaggio di Leopardi. L'attesa del fine-settimana fuori distende i bronci e le rughe. Un esercito di guance scavate e denti caduti si risvegliano teneramente nel rapido giro visita delle 7. La vedova ottantenne al 32 ti stringe la mano al petto mentre chiede se hai la fidanzata. Il signore al 9 vuole assolutamente il tuo numero per portarti a caccia di quaglie o tordi o quello che è. Io però non ho mai avuto questa gran passione per gli uccelli. Sono sempre stato più interessato ai roditori. Le tope, ad esempio, le ho sempre trovate particolarmente simpatiche. La malizia a una certa età non fa più ridere, tranne quando è del tutto ingenua. Come me che ormai mi sono dato al fai-da-te, alle seghe, alle pialle e alla lavorazione del legno. Ho creato uno scaffale per la mia nuova stanza. Non te l'ho detto ma sono andato a vivere con due colleghe in una casa nuova e che ancora non racconta nulla di chi ci vive dentro. Anche se non ti dico più niente a me piace ancora scrivere. Butto giù quello che mi passa per la testa, senza filtri o nessi logici. Inseguo la difficile sensazione di essere libero anche quando non lo sei affatto - patendo come un cane quando invece la catena degli impegni stringe attorno al collo. Nella scrittura faccio quello che voglio. I periodi li inanello sulla suggestione di quello precedente. Potrà sembrarti una costruzione cervellotica, ma è proprio così che la mia testa funziona. Coi neri che si alternano ai bianchi senza soluzione di continuità. Si chiama essere juventino fin nel midollo oppure è semplicemente ciclotimia. Fai tu.



16 maggio 2016

Spesso il male di vivere ho incontrato - e sono scappato

“Quando l'uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l'infelicità nativa dell'uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia”

In generale io mi annoio. Mi annoio forte.
Questo forse mi rende umano o semplicemente infelice, non lo so. Sul concetto di infelicità si può ragionare quanto vi pare, ma a dire il vero lo trovo assai poco interessante.

Per come la vedo io, dalla noia o si scappa o si muore.
Questa sentenza lapidaria non la intenderei però in senso letterale: A) perché non esiste un luogo in cui la noia non possa trovarti - e temo che questo valga anche per quegli anfratti di mondo per definizione allegri e spensierati quali i Caraibi, Legoland o le cosce di Emily Ratajkowski; e B) perchè la morte per noia - per quanto non contemplata dalla medicina moderna - è in realtà una condizione deprecabile e comunissima, che in genere richiede una vita intera per compiersi.

"Fuggire dalla noia" forse va inteso in un altro senso, qualcosa di più vicino a "cambiare". Quindi esci e trovati una nuova donna o casa, o divano, mestiere, compagnia, bar, drink, look, dieta, pizza, canale, piano tariffario, film preferito, foto profilo, cellulare, orologio, portafoglio, portafortuna, sigarette, aria...Insomma, cambia. Serve davvero? Mi sa di no, però magari un paio di anni li sfanghi e finisci pure col collezionare un sacco di aneddoti che puoi rivenderti al bar o sulla bacheca di FB.

"Dalla noia si scappa" però potrebbe anche essere interpretato come "tieniti sempre occupato": prova a diventare un felice e produttivo essere umano inserito in una sana rete di relazioni sociali e lavorative che occupano il 95% del tuo tempo quotidiano, non te ne pentirai. Si sa infatti che il lavoro nobilita l'uomo, e soprattutto lo rende troppo stanco per pensare - se si esclude il fantasticare sul weekend e sull'ora di andare a letto. Confesso di avere la netta sensazione che nel mio caso diventare adulto più che fornire risposte ai grandi dubbi esistenziali, si limiti al farsi meno domande. Il che suona un po' come dire "continua a fare cazzate, ma senza chiederti perché".
Dai retta a me, girare colla testa piena di "Chi sono?" o di "Cosa mi piace davvero?" non è roba da trentenni - non di quelli felicemente inseriti nel mondo, almeno. Io di anni ne ho ancora ventotto, il che se da un lato mi costringe ancora ad un biennio di seghe mentali e malumori, dall'altro forse mi lascia un'ultima chance di sfuggire al cinismo che pervade la matura età.

Non esiste scampo alla noia, dunque?
Il post cominciava con una citazione erudita, e si conclude con una più illuminante. La letteratura - in fondo - nasce proprio come risposta al nostro bisogno essenziale di svago.

"L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio."



Parafrasi: trova qualcuno che ti faccia ridere e, se ti riesce, tienitelo stretto.

6 febbraio 2016

L'importante è andare avanti - Lettera aperta ad amici, compagni ed amanti

Non ci siamo sentiti per un po', è vero.
So che un semplice mi dispiace non ti basta, e che oltretutto suonerebbe ipocrita.
Ti devo delle spiegazioni, e sono qui per dartele - per quanto non sia sicuro che serva a migliorare la situazione.

Dall'ultima volta sono successe tante di quelle cose che non vale neanche la pena di stare qui a elencarle. E' sempre così con le cose: succedono - e in generale lo fanno troppo in fretta.

La vita da specializzando ha dei ritmi assurdi.
La rotazione trimestrale delle turnazioni genera una continua confusione nella tua giornata tipo, che oscilla tra la vacanza-studio pagata e lo sfruttamento di stampo negriero. Al trimestre di mezze giornate lavorative si succede un altro di segregazione in corsia, in cui parole come solitudine e stress assumono nuovi e terrificanti connotati. Nella monocromia della vita di reparto, la deprivazione sensoriale finisce col metterti in contatto col tuo animale guida interiore - anche solo per fare due chiacchiere con qualcuno che non sia in uniforme o in pigiama. Tanto per la cronaca, il mio è una volpe in doppio petto di velluto, nostalgica dei tempi passati a rubare galline di nome Mr Fox.


In questo costante ri-adattamento dei bioritmi impari a valorizzare veramente i momenti di tempo libero, per lo più seppellendoti nel letto alla ricerca del sonno perduto tra guardie di notte sfortunate e weekend di congressi. E così passano i giorni e i mesi, finché poi una mattina ti trovi in ambulatorio le nuove matricole senza che tu neppure ti sia accorto di non esserne più una.
Dove cazzo è finito il mio primo anno pisano?

La via dello specializzando è tutt'altro che rettilinea.
Assomiglia all'autostrada A 12, direzione Genova. La strada inizialmente fila dritta fin oltre la Versilia, scivolando sulla piana che scorre tra il litorale a occidente e le Alpi Apuane a oriente. Poi d'improvviso le montagne sembrano franarti addosso mentre la marea risale fino ad inondare la carreggiata, così che quando non sei costretto ad assecondare le asperità della costa ligure, finisci inghiottito da un tunnel.
Ogni volta che ne riemergi, la luce muta e con essa l'azzurro delle onde, ora blu cobalto e ora grigio plumbeo; il manto di ombra proiettato dall'arco di roccia bruna scompare dietro la curva e torna ad abbagliarti la distesa di abeti e faggi, baciati dai raggi di sole in un trionfo di verde.
La montagna però ha ancora fame e ti rivuole nella sua pancia nera e arancione per poi risputarti fuori, sotto il cielo, adesso ingolfato di nuvole fumose e gremite di pioggia. Mentre gli appennini continuano a masticarti, il tergicristalli scandisce come un metronomo lo scorrere dei chilometri che ti dividono da Genova. Una sottile patina di condensa si forma sopra il cruscotto, rendendo il golfo e le sue insenature un'unica macchia sfuocata di asfalto, su cui file e file di palazzi stanno ritte per magia come tasselli di domino.
Ormai il sole si spegne lontano, tuffandosi in una schiuma infiammata che separa il buio delle montagne dall'orizzonte. E' notte, e i lampioni sparsi sulla costa nera a malapena ne segnano il confine dalle acque altrettanto oscure.

Tu però sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.
Prima almeno ci provavi a telefonare agli altri, quelli rimasti a casa e quelli scappati altrove. La linea però, cade ad ogni maledetta galleria, e ben presto il fastidio per le conversazioni interrotte supera il bisogno esplicito di risentire le voci amiche.
Le chat e i social forse aiutano a sentire meno le distanze, ma sicuramente non funzionano con le mancanze.
Le cose che passano dal finestrino non ti colpiscono davvero. Le cose passano davanti agli occhi senza avere il tempo di fissarsi sulla retina e inchiodarsi in quello strato molliccio di cervello dove sta la memoria. Passano i paesaggi, i volti, le strette di mano e gli abbracci.
Tu tanto se sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.

Se ti dicessi che non ho più fatto salire nessuno a bordo, ti direi una cazzata. Tu mi conosci e sai bene come sono fatto. Anche i passeggeri come i panorami, passano e cambiano a cadenza trimestrale.

L'unica cosa che non cambia è l'ingenuità di essere lo stesso di quando ho girato le chiavi nel cruscotto poco più di un anno fa. Pur ammettendo che ciò sia possibile, se mi fermassi proprio in questo istante, mi troverei semplicemente solo e lontano. Lontano da te, dagli altri e da tutti quelli cui frega qualcosa di chi sono o di chi ero. Ma anche lontano da dove voglio arrivare...



Non volevo essere così pesante. Scusami. Oggi è una giornata piovosa, e la mia metereopatia non accenna a migliorare. A dire il vero, questo è un periodo fuori dal tunnel dell'ospedale e io sto sostanzialmente bene.
Questo ritmo frenetico ha il lato positivo di farti dimenticare tanto quei giorni indistinguibili gli uni dagli altri, quanto quelli in cui assisti alle tragedie vere.

L'importante è andare avanti.

Tu e gli altri siete rimasti indietro, ma almeno so dove guardare.
Se ti scrivo è per dirti che almeno tu non passi. Anche se forse a non passare, è solo la mia idea ingenua di te che avevo prima che girassi le chiavi nel cruscotto.

31 ottobre 2015

Primari

Avevo smesso di fumare. Ho riniziato. In realtà, è un vizio che non ho mai veramente perso.

Sono trascorsi un bel po' di anni dalla prima sigaretta rubata alla mamma di non ricordo chi, accesa nel campo dietro casa, al riparo da parenti e passanti. Devi aspirare. Girava di mano in mano nel più religioso segreto, tra risate e colpi di tosse.  Io aspiro sempre! Probabilmente ce ne sono state altre prima di quella in particolare, ma è la prima di cui mi ricordi e quindi fa lo stesso.
Ne ho dimenticato il sapore, ma ho ancora ben presente la soddisfazione misto senso di colpa di quella Malboro Light. Non posso dire lo stesso di praticamente tutte quelle che sono venute dopo.

In questo momento fumo una Camel in cucina. Il tizzone che si mangia il cilindro di carta produce uno sfrigolio peculiare. Un ticchettio che ha accompagnato questo gesto ripetuto Dio solo sa quante volte, e mai degnato di attenzione. Il rumore è sempre stato lì in mezzo alle chiacchiere, alle pause dalle lezioni, agli sguardi sollevati dal libro, ai treni che passavano, ai discorsi sconnessi, ai come stai? e ai ti è piaciuto? Una voce familiare appena udibile e che sostanzialmente non dice nulla. Queste Camel non sanno di un cazzo. A dire il vero è da un bel po' che hanno perso sapore. Quello che rimane sempre uguale è la nuvola di fumo che intasa i polmoni e colora di grigio bluastro l'aria qui intorno. A me neanche piace il grigio. A dirla tutta io odio il grigio. Eppure lo respiro di continuo, anche con l'accendino in tasca e il pacchetto vuoto.

Lo spettro della luce è composto in ugual misura da tre colori. Ciano, magenta e giallo. La loro combinazione a coppie produce rispettivamente il viola, l'arancio e il verde. Prendendo uno dei primi e mettendoli vicino alla combinazione degli altri due, si ottiene il massimo contrasto possibile. Questo è un vecchio trucco da sempre usato dagli artisti per trasmettere emozioni.


Campo di grano con volo di corvi - V. Van Gogh, 1890. 

Finito di dipingere Vincent quella sera tornò a casa, come sempre, quindi prese la rivoltella e si sparò nel petto. La pallottola si conficcò nel polmone, senza recidere arterie di grosso calibro o sfiorare il cuore. Gli ci volle un giorno intero ad andarsene. Trascorse le sue ultime ore in compagnia del fratello a chiacchierare e a fumare la pipa.

I colori sono tutto, non c'è bisogno che lo dica io. 

10 ottobre 2015

Malessere, definizione di.


L’orlo del vortice era formato da una larga fascia di spuma scintillante, ma nemmeno una goccia di tale frangia cadeva nella bocca del terrificante imbuto, il cui interno, fino dove arrivava l’occhio, era una parete d’acqua liscia, brillante, nerissima, inclinata a quarantacinque gradi sull’orizzonte, animata da un moto rotatorio e insieme ondulatorio lungo il perimetro esterno, capace di emettere un suono pauroso, per metà urlo e per metà ruggito, più intenso di quello che sia mai salito al cielo nella sua angoscia dalla possente cascata del Niagara. La base della montagna e la stessa roccia tremarono ed io, terrorizzato, mi gettai a terra abbarbicandomi ai radi ciuffi d’erba. 
«Questo», disse il vecchio, «questo non può essere altro che il grande vortice del Maelström.» 
Dicesi malessere quella condizione esistenziale simile a una spirale, nelle cui spire alle voglie si sostituiscono i pruriti, dove i si fanno assai più rari dei no, e dove alle strizzate d'occhio si avvicendano i sopraccigli inarcati. Una condizione in cui fondamentalmente le idee di bello o di giusto o di buono non trovano alcuna manifestazione tangibile. Se da una parte la risata diventa smodatamente cara e preziosa, dall'altra la cattiveria si fa tremendamente semplice e gratuita. Posti del cazzo, gente del cazzo, lavoro del cazzo, vita del cazzo. D'un tratto le due linee che separano lo squallore totale dalla fighettaggine più snob, si avvicinano al punto da ritagliare una striscia di mondo tanto sottile da starci stretto anche tu solo. Una posizione perdente, in buona sostanza - per non dire una posizione del cazzo. Ecco che la ricerca della tua felicità si fa invidia dell'altrui allegria, per poi degenerare in sincero disprezzo per il modo triste che tutti quanti hanno di stare serenamente al mondo. Ti ritrovi unico censore autoproclamato di un disagio diffuso e sbagliato, da combattere, da criticare e da farti il fegato amaro. Un censore tanto inutile quanto miope. Un censore del cazzo. Non ci vuole molto a capire che il problema sta da questa parte della scena, dietro il palco, in platea, lassù sulla tribuna da cui osservi lo spettacolo amaro con cui in genere s'intende la vita, o l'oggi, o la gente. Non ci vuole molto, ma per te è comunque decisamente troppo. Ormai hai perso completamente il gusto delle cose, delle persone, delle situazioni. Le poche cose che ancora ti suscitano un brivido sulla pelle, sono un bacio rubato, una scopata clandestina, un messaggino di buonanotte. Una buonanotte del cazzo. Per quello che ne sai la tua vita dovrebbe valere qualcosa di più del mero bisogno di ficcare l'uccello da qualche parte. A pensarci bene però forse non è poi così vero. La Bibbia recita testualmente andate e moltiplicatevi. Ed ecco che ti ritrovi a contare le volte in cui hai detto io non ti amo e scopri che sono molte di più di tutte le altre; quelle in cui, vittima della magia del momento, del sorriso, del profumo e del calore...ti sei ritrovato a dire quelle due paroline, certo che da quell'istante in poi le cose sarebbero state inevitabilmente diverse. Finché poi alla tristezza dell'ennesima delusione, si sostituisce la convinzione che in fondo è così gira il mondo, che solo un coglione poteva pensare diversamente. Una volta che hai finito di annegarti anche in questo fiume di lucida negatività, inizi a nuotare a ritroso nel tentativo di trovarne la fonte. E allora capisci che di base sei tu che non sai stare bene. Anche stare bene è da coglioni. Cercare la sbandata alla nostra età è da coglioni. Sognare è da coglioni. Ridere, divertirsi, ubriacarsi, staccare il cervello, conoscere sconosciuti, spendersi...tutta roba da coglioni. Ti esaurisci nella ricerca del motivo di tanta idiozia e ne trovi mille diversi, ma neanche mezzo che renda merito a quello che senti. Perchè la tua non è una sofferenza sincera. Tu vuoi stare male. Diciamocelo: è una sofferenza del cazzo. Tu vorresti sentire la mancanza di qualcosa - di qualcuno. Hai sempre pensato che in fondo si sta al mondo per trovare quelle cose che ti ci vogliono essenzialmente. E per essenzialmente si intende che quando se ne vanno via, ti fanno male. Tu cerchi quel male lì, di tutti quegli altri ne puoi fare a meno...assapori quindi l'inutilità della tua esistenza, come se potessi davvero provarci gusto. Ormai inebriato da tanta consapevolezza circa la tua grama condizione, per un momento ti senti come estasiato, quasi libero da quel fastidio di base che provoca il dover avere a che fare cogli altri, la famiglia, il mondo, il destino, il futuro, il tempo, il meteo, la pioggia, l'acqua, il vino, le piazze, i pedoni, i bus, le strade, i semafori, i colori, i vestiti, le mutande, le toilette, lo spazzolino e il letto...



Fin quando poi la mattina dopo ti svegli e riaffiori dal vortice di cazzate che hai scritto. E lì, davvero, ti accorgi di essere un coglione. Magari torni anche ad essere quel coglione. Il coglione allegro. E perchè no? Il coglione felice.

13 agosto 2015

Di Pisa, del caldo e di quell'artre 'azzate

La voglia di lavorare è ormai ridotta a poche stille che evaporano nel caldo insostenibile di quest'estate. Sono schiavo qui, a Pisa, altrimenti nota come la città più afosa dell'italica penisola.

Nel Dialogo Sui Massimi Sistemi, Galileo così diceva della sua terra natia: "Deh, ci si ribolle". E ancora nel Sidereus Nuncius "Pensa che sul Sole fa'n cardo bestia che pare di sta' a Pisa!".
Anche il Boccaccio ha scritto alcune righe in merito all'ex repubblica marinara "Era n'afa che un ci si riavea neanche dopo'l bagno in Arno". Celeberrimo è invece il passo del XXII canto dell'Inferno in cui Dante parla di come fecero i pisani a sfuggire al clima tropicale:

"D'estate, inver, sì caldo facea
che li pisani per frigerio trovar 
costruiro'l campanil che pendea:

in origin dritto lo dovean far
ma giacchè ombra a Pisa un c'era
alto e torto lo voller innalzar

sì che el diede maggior copertura
pel popolo che sotto si pigiava
e posar potea nella frescura"

Tra i grandi poeti del passato tuttavia, è sicuramente Leopardi quello che ci ha lasciato le più celebri parole dedicate alla città e al suo clima: "L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano, né a Roma, e veramente non so se in tutta l'Europa si trovino vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi nell'inverno con gran piacere, perché v'è quasi sempre un'aria di primavera: sicché in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho veduto mai altrettanto. A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua. Però a Pisa non si tromba."
Com'è noto il poeta, una volta lasciata Recanati, aderì ad un ferreo regime di droghe pesanti - già all'epoca particolarmente facili da reperire in Piazza Vettovaglie - il che spiega il 99% delle affermazioni che avete appena letto.
Tuttavia alcune delle osservazioni del Leopardi trovano riscontro nella realtà:

 - vi si sentono parlare dieci o venti lingue: e questo perché i Pisani non esistono. Vi posso assicurare che in tutta la città non c'è neanche l'ombra di un autoctono. Leggende urbane che si perdono nell'alba dei tempi, narrano che gli indigeni sarebbero migrati altrove, mossi dallo sdegno per l'ennesima invasione di barbari provenienti dall'Oriente - che giungevano a frotte in città per farsi ritrarre in Piazza dei Miracoli (mentre fingevano di arreggere la torre) fin dall'Alto Medioevo. Pensate che tutt'oggi la piazza è gremita da pullman e file di cinesi, eppure del Pisano Doc© ancora non c'è traccia. Se proprio sei fortunato puoi incontrare qualche nativo di Buti, Lari, Fauglia, S.Croce sull'Arnaccio, Pontremoli, Cascina e tutta quella serie di ridenti località campestri più celebri perché citati nei doppiaggi del Nido del Cuculo che per l'amenità dei loro scorci.

- A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua: I nati nella provincia di Pisa (visto che di pisani veri non ce ne sono), parlano un toscano imbastardito da inflessioni liguri e espressioni marinaresche, e che di bello sinceramente non hanno proprio nulla. Alle C aspirate del fiorentino, qui si preferiscono le R marcate e inopportunamente sostituite alle L: "e tu ha'visto un beR fiRme!" (hai visto un bel film! - trad. ti stai ingenuamente illudendo); si utilizza ovunque il deh  con funzione di interiezione esclamativa o interrogativa, di avverbio, preposizione, pronome o anche di particella a sé stante con dubbio significato: "Ma hai mangiato?" "Deh"; il pisano assomiglia tantissimo al livornese, ma chiunque a Pisa - calabresi, siciliani e albanesi inclusi - ti dirà che sono totalmente diversi. Per concludere, nel lessico pisano esiste una parola che da sola definisce questi caratteri non precisamente eleganti e aggrazziati del dialetto quivi parlato, ed è ghiozzo. Ebbene, il pisano è ghiozzo. 

- A Pisa non si tromba: per quanto alcuni filologi oggi mettano in discussione l'attribuzione della frase al sommo poeta, essa rappresenta a tutt'oggi una drammatica realtà. 

- Pisa è un misto di città grande e di città piccola: In soli venti minuti di passo tranquillo vai dalla torre alle spallette dei lungarni, con tanto di selfie e birra in piazza Cavalieri. Fuori le mura trovi ad attenderti la città nuova, dove i quartieri rinascimentali svaniscono in un lampo tra le palazzine anni '80 e i vialoni senza alberi. Ecco che la dolcezza della città che si specchia nell'Arno lascia il posto all'anonimato della più grigia periferia: se sovrappensiero ti allontani dal centro, d'un tratto alzi gli occhi e sei colto dalla sensazione di poterti trovare in un punto qualsiasi del globo. Inavvertitamente cerchi collo sguardo un qualsiasi campanile, edificio o lampione che penda, giusto per ricordarti dove sei. Se testardamente continui a camminare, prima o poi finisci nel quartiere di San Biagio, dove - ironia della sorte - sorge il grande ospedale universitario. A poco a poco vieni inghiottito dai padiglioni numerati del presidio di Cisanello, in una distesa infinita di mattoncini rossi e tetti a capanna sorretti da colonnine di cemento bianco. Sfuggito anche alla morsa del nosocomio, raggiungi infine il limite esterno della città, inanellato dai raccordi della superstrada che si snoda nella campagna verde, non ancora erosa dal cemento. Qui la tua fame di spazio e di aria trova infine appagamento nel profilo morbido dei colli, che si frappongono a Lucca, sul finire di una distesa d'erba e girasoli.


La mia esistenza pigiato sotto l'ombra della torre procede, e confesso che ormai un po' Pisano mi ci sento davvero - volente o nolente. Ho passato fin troppo tempo a friggere nei ricordi e a struggere nei rimpianti di quel pezzetto di esistenza fiorentina interrotta. Capisci di avere un problema quando un bel giorno ti alzi, ti metti un bel cappello, fermi una bella ragazza per strada e anziché chiederle il numero di telefono, le pianti un mega pippone sul come sia tremenda la tua nuova vita da specializzando a Pisa. La fanciulla, in tutta la sua innata grazia e cortesia, ti scruta coi suoi occhioni carichi di dubbio e, mossa dalla più sincera curiosità, ti chiede: "Ma che cazzo di problema hai?". Ottima domanda. Sono passati alcuni mesi da allora, e ancora non saprei ancora cosa rispondere...e questo perché mi sono reso conto che effettivamente è da idioti passare le giornate a cercare una risposta. 
Vi ho raccontato questo suggestivo aneddoto cercando di darvi una spiegazione per non aver scritto, per essere stato molto poco social e, in fondo, per essermene altamente fregato di tutti voi negli ultimi mesi. Che volete, in questo caldo demenziale anche i legami si sciolgono - e io ho lasciato che si allentassero, almeno un po'. Alcuni di questi erano come nodi che stringevano troppo, fino a togliere il fiato e strozzare le risate in gola, come si fa con gli starnuti.

A tutti voi che siete partiti per non tornare, a tutti quelli che si sono sistemati, e anche a tutti gli altri che per un motivo o un altro non incrocio più per strada o al bar, confesso che mi siete mancati tanto, e che mi avete fatto anche discretamente male. Non ne ve ne faccio una colpa...semmai ve ne rendo il merito: spero di poter conoscere ancora molte altre persone di cui poi soffrire la mancanza; di quelle altre se ne può fare anche a meno.

Ogni giorno che passa mi rendo conto di essere sempre più isolato nel mondo ospedaliero, a tratti molto pesante...però dopo aver lasciato un po' a fermentare al sole i giramenti di coglioni, i dispiaceri e le mancanze, mi è tornata la voglia di ridere, di rompere i coglioni e di condividere.
Sto vivendo un bel periodo.

21 giugno 2015

Il singhiozzo

Riprendo il regionale Pistoia-Pisa dopo oltre due mesi di totale astinenza da Trenitalia; tornano le mie due ore e mezza di musica e scrittura che dividono un letto dall'altro, gli amici dai colleghi, la famiglia dallo stetoscopio. Gli ultimi, sono stati 60 giorni di rottura - nel senso più distruttivo del termine. Sono andato giù fisicamente e psicologicamente. Tranquilli, non starò qui a tediarvi con la lista dei colpevoli o dei sospettati tali; sono stanco di trovare giustificazioni al mio umore o all'insonnia. La sensazione è quella di essermi ingozzato di stanchezza, malditesta e buoni propositi disattesi. Finalmente comincio a digerirli, ed è questo che conta - sebbene abbia il singhiozzo.

Le giornate da dottore si alternano alle serate da coglione col gusto prezioso di sentirti nei tuoi panni, in corsia come in piazza. Riscopri una curiosità negli altri e una fame di novità che non riuscivi neppure a scimmiottare fino a due settimane fa. Ritrovi il ruzzo di far ridere un paziente a letto o una ragazza al tavolino di un bar. Potresti chiamarla allegria, senza grandi approssimazioni. Quando d'un tratto ti fermi, perso dietro a quei momenti che sottili come spilli s'insinuano alla base del collo. Disperazioni leggere che riempono lo strato morbido su cui galleggia il cervello. Li chiamano disforie, disturbi dell'umore. Fluttuano e s'infrangono contro l'occipite, sciabottando mezzi pensieri e false speranze. Non è facile trovare qualcosa a cui aggrapparsi, e forse ci trovi anche un piacere tutto speciale a lasciarti sprofondare. Laggiù, sul fondo, nessuno ti rompe i coglioni di più di quanto non lo faccia già la vita. Ti senti così spento da provare pure un breve sollievo nell'ennesimo fallimento sociale. Una boccata d'aria tra un "come stai?" e "un bene grazie"; i cinque minuti di macabro desiderio che tutti spariscano. Ti ficchi le cuffie nelle orecchie e ti abbuffi di canzoni strane che piacciono solo a te - e che se così non fosse, con buona probabilità, neppure ne sentiresti l'appetito.
Poi, così come è arrivata, la marea si ritira lasciandoti nudo sulla rena a stendere i panni mezzi. Menomale che è caldo e la roba asciuga in fretta - specie colla compagnia giusta. Gli amici miei.

Sono reduce dal mio primo addio al celibato: 24 h di musica scassata, bottiglie vuote, andature a zigzag tra un piadinaro e un locale e tante - ma tante - risate. Buon tempo che scorre in un secondo, in spiaggia come in strada o in albergo; ed ecco che se le 4 ore di fila in autostrada fossero state 5, in fondo in fondo sarebbe stato meglio. Un tuffo nella fonte dell'eterna giovinezza - che non è il long island, ma la totale incapacità di prendersi sul serio.
Dio se mi mancava.

Vai in reparto col sonno ed esci fuori ridacchiando e col sapore buono in bocca di aver capito (quasi) tutto. Le porte della corsia si aprono e ti trovi l'estate, la moto e i vestitini corti che ti salutano sul viale alberato ancora soleggiato e verde. Accelleri fino a che la maglietta si alza e il vento ti scivola lungo la schiena sudata mentre l'acciaio del serbatoio ti sbruciacchia la pancia. I 120 all'ora senza guanti, giacconi o carene ti scuotono come una bandiera al sole.
Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica, e io non sono certo ricco - né mi sento tale. E così, per guadagnarmi un'ora di cazzate, devo sudare una giornata o una settimana. Sono così povero da non potermi permettere di assecondare i malumori o correre dietro ai sorrisi. Incastrare un umore malfermo in una tabella di marcia con ridottissimo spazio di manovra, non è roba da poco. Ci sono momenti neri, ma anche quelli bianchi scintillanti; l'importante è non dissolversi nel grigio della routine, scomparendo per sempre in quello che hai da fare, al punto da non sentire più la mancanza di quelle due o tre cose che credevi essere parte integrante del tuo essere te stesso. 
Questa cosa mi terrorizza al punto da farmi perdere il sonno - e non lo dico così per dire.

Ok, sto facendo il melodrammatico, non lo nego.

8 aprile 2015

Aritmie


Sono entrato in reparto l'1 Marzo us, e da allora la mia vita è cambiata. Dio solo sa se non ho provato con tutte le forze a resistere, ma un minimo di 12 ore di quotidiano lavoro di corsia fiaccano anche il più fiero degli spiriti. Chiariamo subito che non mi sono ancora arreso ad un'esistenza di ascetica contemplazione della vita biologica attraverso la medicina. Ho intenzione di vender cara la pelle. In ogni caso, se non stacco un po' e non ricarico le batterie qui ci tiro il calzino, e non lo dico così per dire.
In corsia tuttavia ho imparato qualche cosina interessante su come funziona il cuore e la volevo condividere con voi.
Chiamatela cardiologia per schiappe, ma secondo me è molto efficace.

Il cuore si contrae in maniera ordinata. Il ripetersi stereotipato dei battiti si chiama ritmo. Ogni cuore sano segue il suo ritmo, senza fare pause.
Il termine aritmia  deriva dal greco e significa assenza di moto costante.
Quest'ultima prevede sempre 3 concause:
  1. un fattore predisponente
  2. un fattore scatenante
  3. e un fattore perpetuante
Il primo coincide in maniera banale con come è fatto il vostro cuore: malformazioni, genetica, malattie varie e - per estensione - tutto quello che avete passato e che vi ha lasciato segni.
Il secondo dovete immaginarlo come un'anomalia elettrica, una scintilla in grado di incasinare il vostro ritmo, anche se per un momento soltanto.
Il terzo è di gran lunga il più raro e misterioso. Sostanzialmente è un meccanismo di mantenimento, in grado di rendere eterna un'avaria elettrica del cuore, altrimenti fugace.

Questo giochino apparentemente semplice, a mio modo di vedere nasconde dei risvolti a dir poco illuminanti.

  • A) Il cuore sano è estremamente monotono e ruotinario. Lo so, non sono nella posizione di poterlo dire...ma che palle che fa. Tutto preso dalle cose di tutti i giorni, finisce per scadere in un tum tum ripetitivo e senza attrattiva. E questo è ancora più vero se visto cogli occhi del cuore stesso, che altrimenti non farebbe di tutto per sfuggire al proprio ritmo - e intendo dire di tutto. Tachicardie reciprocanti, extrasistolie, fibrillazioni e blocchi atrio-ventricolari, non sono che alcuni dei mille espedienti con cui i cuori di mezzo mondo cercano di porre fine alla noia. Pensate che esistono anche aritmie mediate dai pacemaker, che sarebbe come dire che il cuore si mette ad utilizzare un aggeggio, che letteralmente serve a a generare un ritmo sano,  pur di dare di matto.
  • B) Ognuno, secondo come è fatto (alias fattore predisponente) cerca disperatamente una scintilla che illumini le cose: una canzone, una birra, una zingarata o una bella mora...che poi non è mai davvero "una qualsiasi" - o almeno non dovrebbe esserlo - ma una perché essenzialmente in linea con come siamo fatti e cosa abbiamo passato. In fin dei conti, questa scintilla di per sé non è né buona né cattiva; siamo noi a dargli il valore positivo o negativo. E nel farlo, è bene tenere conto che il 99% delle aritmie non sono letali, con pochissime approssimazioni.
  • C) Queste cazzate che avete appena letto, per quanto degne del più stupido degli oroscopi, sono scienza. 
Dal canto mio, confesso di aver passato decisamente troppe serate con la speranza - non particolarmente segreta - di incappare in un fattore scatenante, magari uno di quelli che davvero ti sconvolge le idee e ti guasta i piani della settimana. Allo stesso modo temo di dover ammettere di aver pressoché completamente ignorato il terzo punto della questione per un bel po' di tempo. Potrei anche dire che questa ricerca è diventata piano piano il mio ritmo di base.

Il fantomatico fattore perpetuante, a mio modo di vedere, non succede per caso. Non è un incidente di percorso o una fatalità, bensì l'espressione di una precisa volontà cardiaca di non tornare a battere come sempre. E guardate che senza questo trucco, il ritmo torna sempre inesorabilmente al suo personale tum tum. Forse è questo che ci tiene in vita - defibrillatori a parte - ma per fortuna la scienza è ancora molto lontana dal capire come vadano esattamente le cose. Ed io sicuramente lo sono ancora di più.

Adesso torno alla mia vita di minima, fatta di chiacchiere, sigarette, cartelle, lettere di dimissione e poco, pochissimo sonno. Però prima vi volevo lasciare con un ultimo pensiero: a volte è difficile distinguere un ritmo sano da un'aritmia...il che in soldoni significa che quando arriva una crisi, un momento di inceppamento, un periodo di merda - chiamatelo come vi pare - magari è la volta buona per cominciare a fare le cose in modo buono. Io almeno ci spero.



16 marzo 2015

La città dei pini volanti




Il vento mi ha spazzato via il ventisettesimo compleanno, mezza macchina e tre pini di quarant'anni. Le radici divelte hanno spaccato il giardino, aprendo voragini nel terreno abbastanza grandi da inghiottirmi con tutto il cappello. Eppure quei tronchi stranamente orizzontali non sembrano tristi colla loro chioma aguzza e sempreverde. La superficie del prato poi, sollevata in zolle simili a colline, non aveva mai avuto un profilo tanto interessante. Certo, nessuno potrà più giocarci a calcio o a bandierina...ma sono passati talmente tanti anni dal'ultima volta che è successo, che in fondo il danno è solo teorico. Forse è solo l'idea di non poterlo fare più che disturba.
Abbiamo un bisogno innato di serenità e dovremmo sforzarci di appagarlo con pensieri dolci.

Il primo che mi viene in mente è che, per una volta, anche i pini abbiano provato a volare. Il pino in effetti non ha un fusto adatto al volo, la sua struttura massiccia non lo rende adatto al decollo e tanto meno all'atterraggio. Ma le conifere - si sa - sono alberi testardi, e come tali se si mettono in testa qualcosa, non è semplice far loro cambiare idea. Tutti quanti prima o poi finiamo col sentire il prurito di dimostrare di non essere messi lì solo a fare ombra al sole. Se a questo aggiungete il consiglio malizioso di un vento forte e nuovo, la frittata è fatta. Potrebbe anche essere, quindi, che nel cervello di un giovane albero - tanto ispirato quanto poco avveduto - sia preso il ruzzo di provare a spiccare il più goffo dei salti. Chiamatelo pazzo oppure geniale, ma il tonfo che ha prodotto non è passato inosservato e come ogni novità ha fatto proseliti: ecco che in un momento frotte di piante si precipitavano ad imitare il grande volo. Un pino particolarmente calcolatore prendeva la rincorsa ondeggiando prima di qua e poi di là, assieme a lui c'era quello frettoloso che spingeva i vicini, poco più in là uno un po' sbadato finì coll'appoggiarsi a un tetto, mentre uno bastardo decise che la traiettoria migliore passava sopra la macchinetta parcheggiata vicino. Comunque decidessero di gettarsi, il risultato non fu che uno soltanto, e cioè una città ricoperta da tonnellate di legno fracassate a terra assieme a tegole e mattonelle. Uno spettacolo che confonde e disorienta, un po' come l'arte contemporanea. A noi adesso non resta altro che guardare quei fusti sdraiati, colle radici per aria, e chiederci se tutto questo abbia un senso davvero o se siamo noi a non saperlo cogliere.

Il ciclone, quando arriva, 'un t'avverte. Passa, piglia e porta via. E a te 'un ti resta che rimanere lì, bono, bono a guardare e a capire che se 'un fosse passato, sarebbe stato parecchio, ma parecchio peggio.


A me, però, fa sentire solo sradicato.

1 marzo 2015

Puzzled 3.0 - Mancanze.



In questa settimana senza lavoro – a causa di un piccolo ma fastidioso intervento che mi ha fatto vincere 10 punti di sutura appena sopra l’inguine – è facile sentire la mancanza. Di cosa? Dei jeans, tanto per cominciare, perché la ferita duole sotto la presa dei pantaloni, nonché degli slip. Che altro? Beh sono qui fermo a letto – il vecchio lettone di casa Biagini, dove non dormivo da non so neppure io quando - e non ho nessuno da chiamare o il coraggio di farlo. Temo che questo stato di prostrazione fisica mi abbia reso fastidioso all'esistenza altrui.
E tutto questo pensare, dicevo, mi fa sentire le mancanze.

Io credo che una persona sola sia in grado di fare un numero molto limitato di esperienze. Per fare un paragone artistico, puoi passare tutta la vita sforzandoti di creare il tuo verde più brillante e il tuo celeste migliore, ma dovresti imparare quasi subito che - da soli - non fanno quasi mai una primavera. I colori degli altri dovrebbero essere visti come estensioni della tua tavolozza, un punto di arancio che non conoscevi, una sfumatura di lilla che non credevi poter realizzare. Certo, non tutti i quadri che verranno fuori saranno dei Monet o dei Van  Gogh, ma mischiando e sperimentando qualche tramonto decente ogni tanto verrà fuori.



Un gran giro di parole per dire due cose semplici: A) non si può vivere da soli, e B) non esiste qualcuno che ci completi. Eh no, perché le sfumature che puoi creare assieme alle altre persone è letteralmente infinito. Non voglio però essere frainteso, e quindi userò termini un pelo più prosaici. Non credo che il miglior modo di vivere sia trombare col pianeta intero tentando di completare le infinite combinazioni di razze e perversioni possibili, ma neppure che una persona possa ritenersi pienamente realizzata in un’altra soltanto, né dovrebbe aspirare a farlo. Questo vale per l’amore, l’amicizia e tutto il resto a pensarci bene. E ve lo dico perché quelli che mi mancano davvero oggi sono tutti i colori che ho creato nella mia vita passata. Mi sento solo? Può essere.

Ci sono legami che si creano senza scegliere. La famiglia, per esempio, così come il vicino di casa rompicoglioni o il collega cialtrone. Ce ne sono altri invece che senza scegliere, si sciolgono. Ho quasi 27 anni, e penso che il numero di persone che ho perso lungo la strada, sia maggiore di quello che sono riuscito a tenere qui con me. Sarà razionale, ma non è molto allegro come pensiero.

Una di quelle cose di cui non crederesti mai di sentire la mancanza quando cambi città, è il senso di disagio e goffaggine che pochissime creature al mondo ti instillano dentro le spalle e le ginocchia, come piccoli aghi che ti pungono sul vivo. C'era qualcuno così a Firenze, ed è inutile dire che non sia mai riuscito a fare niente di rimarchevole in loro presenza - se non presentare timide e idiote versioni di me stesso.
Chiamatelo avere una cotta o un debole per chicchessia...fatto sta che un giorno ti alzi e realizzi che non capiterà più di incrociarle per sbaglio ad un aperitivo o in fila alla Conad. E capisci anche che nonostante anni di silenzi, di attese e di rinunce, da qualche parte in fondo al cervello avevi sempre pensato che prima o poi sarebbe arrivata l'occasione giusta.
Non è successo, e forse quello che più ti brucia non è tanto il fallimento di questa ricerca, quanto il non aver più nessuno da cercare con lo sguardo mentre scegli il dentrificio. Capisci che più di quegli occhi in particolare, era quello che provavi sotto il loro sguardo, anche se invisibile dall'esterno e sostanzialmente spiacevole, ad essere speciale. Era una parte di te, di quel te che vorresti essere, che vorresti provare a realizzare e che devi consolare o premiare quando chiudi gli occhi sul cuscino. Era una parte di te, e non c'è più.

C'è un film molto bello, si chiama "Adaptation" - italianizzato come "Il ladro di orchidee" - che parla proprio di come vivere non coincida quasi mai col sentirsi vivere. La pellicola è autobiografica, e tratta di Charles Kaufman, uno sceneggiatore che non riesce a scrivere il film che voi stessi state guardando. Sembra molto complicato, ma non lo è.

Charlie Kaufman: There was this time in high school. I was watching you out the library window. You were talking to Sarah Marsh.
Donald Kaufman: Oh, God. I was so in love with her.
Charlie Kaufman: I know. And you were flirting with her. And she was being really sweet to you.
Donald Kaufman: I remember that.
Charlie Kaufman: Then, when you walked away, she started making fun of you with Kim Canetti. And it was like they were laughing at *me*. You didn't know at all. You seemed so happy.
Donald Kaufman: I knew. I heard them.
Charlie Kaufman: How come you looked so happy?
Donald Kaufman: I loved Sarah, Charles. It was mine, that love. I owned it. Even Sarah didn't have the right to take it away. I can love whoever I want.
Charlie Kaufman: But she thought you were pathetic.
Donald Kaufman: That was her business, not mine. You are what you love, not what loves you. That's what I decided a long time ago.



1.0   2.0

13 gennaio 2015

Il paninaro di fiducia - La Fame



Vivo da solo...da un po' - anche se la solitudine sinceramente cerco di scansarla come i gatti neri. In effetti, non ho mai vissuto solo solo...ho sempre condiviso la casa con altri inquilini - ma ci siamo capiti, no?
Dividere gli spazi con persone che non hanno il tuo stesso sangue nelle vene ti forza a dover essere sempre un pelino meno cagacazzo di quanto tu non sia per naturale inclinazione. E questo - con le dovute eccezioni - è un bene, almeno per me.
Non avere né il modo né il tempo di poter assecondare la malinconia di un pomeriggio piovoso produce il doppio effetto di poter essere una persona costruttiva e inserita in una rete di rapporti interumani non basati sulla mera sopportazione reciproca...al tempo stesso il costante tentativo di smussare i propri angoli per adeguarli a quelli di chi gironzola per casa tua, rischia di farti dimenticare cosa ti piace davvero.

Perché vi dico questo? Probabilmente perché oggi a pranzo ho mangiato solo un pacchetto di cracker alla macchinetta di Cisanello, dopo aver passato una giornata gomito gomito con una strutturata che non conosce il concetto di pausa pranzo. Se questo non bastasse, nonostante abbia cambiato casa e città, divido ancora la casa con vegetariani. Ormai le verdure mi perseguitano. E pensare che c'era un tempo in cui il pasto era fondato sulle sacre istituzioni di salsiccia, nduja e pancetta. Vi giuro che mi sogno ancora la mitica carbonara di Ciccio, rigorosamente cucinata alle 11 di sera, dopo la chiusura di ogni supermercato e con quelle 7 o 8 Morettone da 66 cl ad innaffiare le conversazioni.
Quello che mi manca di tutta quella dieta grassa e unta però, forse sono le risate sguaiate e le offese nei vari dialetti di casa. Gli scherzi a tavola al cospetto di zucchine e melanzane hanno invece un sapore eccessivamente fresco e salutare, che sa più di dieta ipocalorica che di franco divertimento - e non perché i miei coinquilini non siano super simpatici. Dev'essere un effetto secondario del broccolo: anche le risate sono sciape.

Chiariamo un punto cruciale: i miei gusti sono quantomai elastici, ma questo non significa che mangi tutto. Qualche post fa credo di aver già esposto più che chiaramente come la penso sul fast e/o junk food. A dirla tutta neanche il kebab mi fa impazzire...tuttavia, come dicevo, vivere da solo costringe ad adeguarsi al mondo. Specie quando trovi che mangiare e cucinare da soli sia la quintessenza della tristezza. Lo confesso, soffro di depressione da frigo vuoto.



Perché poi fare la spesa quando puoi mangiare fuori?
Di conseguenza, oggi, parliamo di paninari.
Parto col dirvi che negli anni ho messo a punto un metodo tutto personale e mafiogeno per ingraziarmi baristi e ristoratori. 

  • Anzitutto, la prima volta che arrivi in un locale ti presenti al disgraziato/a dietro il banco con una richiesta qualunque, seguita da un bel "fammelo bono mi raccomando che sto cercando un posto di fiducia per prendere un cocktail/panino/stinco maiale sui fagioli borlotti". Ci sono molte scuole di pensiero, però. Mio fratello per esempio ha un approccio più spicciolo...roba del tipo "mi hanno detto che qui si mangia meglio e costa meno che nell'altro posto". Dipende molto dalle vostre attitudini.
  • A questo deve - e dico deve - seguire la presentazione personale. Nella fase attuale della mia vita, questa parte è facilissima e di effetto sicuro, perché al "Ciao mi chiamo Biagio" segue il "e sono nuovo in città" che fa leva sulla naturale disposizione socievole dell'oste, il quale in genere ti fa una personale panoramica della città, dei quartieri, della vita diurna o notturna che sia. Consiglio personale: non vi sbottonate troppo. Un briciolo di mistero deve sempre rimanere ad alimentare la conversazione.
  • Mai dimenticare il nome di un/una barista
  • La prossima volta che vai nel locale, portati dietro altre persone. Meglio se non ci sono mai state, così puoi fare lo splendido salutando al volo il gestore chiamandolo per nome o con una bella strizzata d'occhio. "Bada quanta gente t'ho portato!". Se avevi fatto colpo, lo vedi subito. Barman e cameriere sono abituate al baccaglio da parte della clientela...ma se si ricordano il tuo nome, è fatta.
  • Passa sempre a salutare quando passi di lì vicino. Tanto più per le feste. La vita dietro al banco, può essere noiosissima specie fuori dall'orario di punta, e vedere qualcuno sorridente che viene a vedere come stai, senza volere null'altro, fa sempre piacere. A me lo farebbe di sicuro.
  • Se siete dei nostalgici dei film noir di una volta - o semplicemente avete poca fantasia culinaria/alcolica - potreste chiedere sempre lo stesso cocktail o lo stesso piatto. "Ale, fammi il solito" ed ecco che arriva un Negroski in tutta la sua splendida aurea arancione. A me il solito suona tanto figo.
  • E poi la regola più importante di tutte: non fare il simpatico o il premuroso o l'interessato per avere lo sconto. La cosa importante è mangiare o bere bene, e come dicevo prima, il sapore delle cose dipende tanto da chi c'è intorno. Broccoli a parte.
Chiaramente questo è il mio metodo, il che significa che non ha una pretesa di universalità. Dovete lavorare sui vostri punti di forza. I miei indubbiamente sono un naso facilmente riconoscibile e una scarsa timidezza. Anche l'importante routine alcolica probabilmente aiuta a fare breccia.
Riletto in maniera impersonale, il mio decalogo potrà sembrare la Bibbia della persona sola in cerca di compagnia. La cosa mi dovrebbe lasciare un po' perplesso, in effetti. 

Comunque sia, così facendo ho già un caffè di riferimento per...il caffè, appunto. Si chiama la Sapienza, ed è proprio sotto casa mia. Un posto abbastanza anomalo, in cui le due bariste si mangiano le paste più bone e ti prendono rigorosamente per il culo per 5 minuti prima di prepararti il caffè e raccontarti gli affari loro come se fossi di famiglia. Vi assicuro che una colazione può durare un'ora partecipando al teatrino che si genera spontaneamente tra personale e avventori.
C'è poi il mio posto preferito per bere, il Bar Ibaldi. Un buchino allegro in Piazza Garibaldi, tappezzato di post-it e gestito dal mitico duo Ale/Tommy che tra un'offesa e una Madonna ti fanno sentire quella sgarbata ospitalità che puoi trovare solo nella Toscana più vera. Sinceramente è stato molto bello avere due persone con cui prendersi per il culo sul serio fin dalla prima settimana a Pisa.

Tutti i miei locali della nuova città non ve li racconto però...anche perché devo ancora finire di lavorarmi altri gestori (e perché sennò non fa lo stesso effetto quando vi ci porto).
In compenso però vi narro del mitico Sanjeev, il gestore del miglior negozio di alimentari di Firenze. Un amico, di quelli che vai a trovare all'ospedale se si rompe una gamba. Dopo il lavoro (più o meno alle 2 di notte) venne anche a casa a prepararci i piatti della tradizione napoletana che ha imparato quando faceva il cuoco da ragazzo. Fu lui a regalarci Manuela, la mascotte di Via Verdi 13.
Poi vi cito Paolo del Club del Gusto, Ali Moon del Gustami Kebab, Marco e consorte di Pane e Toscana, del Biondo dell'Enoteca dei Macci e via dicendo...ma ora mi fermi perché quest'elenco comincia ad assomigliare a un discorso di ringraziamenti - e io non ho vinto nessun premio o titolo. Forse giusto quello di bischero.

11 gennaio 2015

Il Nido del Cuculo



Parliamo di normalità.
Questo argomento mi è molto caro, per non dire che è diventato un'ossessione negli anni. Originalità, critica del senso comune, abolizione del concetto di gente...sono tra le poche idee in cui credo fermamente. Tuttavia, oggi vi risparmio il pippone autocelebrativo su quanto io possa essere bravo a sbattermene di tutti o a inventarmi un guardaroba fuori dal coro.

Vorrei invece parlarvi di normalità in un senso più preciso, almeno apparentemente, ossia quello medico. "Come fa un dottore a dire che un tizio sta bene? Voglio dire, decidere se uno è malato, è facile...ma come decide il medico chi sta bene?"
Il Dott. Biagini potrebbe rispondere citando le definizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di salute e di malattia che sono assolutamente condivisibili e rincuoranti - nonché un tantinello comode.
Io sinceramente la penso un po' diversamente però.
Premetto che fare un discorso generale su qualcosa di inverosimilmente complesso come la salute, fa dire delle cagate anche al più accorto dei professoroni...e di conseguenza mi limiterò a fare due esempi.
  • Numero 1: per dire che un cuore è malato, nel 99% dei casi è sufficiente fare un esame obbiettivo, un ecg, un'ecocardiogramma e un paio di esami del sangue. Se questi  parametri sono alterati, verosimilmente c'è qualcosa che non va.
    La domanda logica che segue, è "Chi ha deciso i valori di riferimento che indicano una possibile malattia?" l'osservazione empirica e, soprattutto, la statistica. Esempio: il 99% dei soggetti senza malattia coronarica ha valori di troponina I inferiori a 10 ng/ml, per cui avere un valore superiore è probabilmente dimostrazione di cardiopatia ischemica; se poi prendiamo la mortalità di tutti i soggetti e vediamo come varia in funzione della troponina I, ci accorgiamo subito che coloro che presentano valori alterati muoiono molto prima di quelli con valori normali. Chi è che sta bene? Chi ha valori normali - con pochissime eccezioni.
  • Numero 2: Per dire che una mente è malata, gli esami di imaging e di laboratorio ci aiutano solo ad escludere una causa organica (per lo più una lesione cerebrale o uno squilibrio ormonale) e quindi ci si basa sostanzialmente sui sintomi, che non possiamo misurare come gli enzimi, ma che possiamo appioppare - con una discreta approssimazione - alle persone.
    Anedonia, disforia, irritabilità, distimia etc...una lunga serie di parolone per descrivere comportamenti ritenuti non normali (in quanto le persone sane, statisticamente, non li mostrano e soprattutto, non te li raccontano). Dovrebbe essere chiaro già da adesso che qui la decisione su chi sta bene e chi sta male, comincia ad essere molto più sfumata.
Gli anglosassoni sono molto pragmatici - è la loro forza - e a questo tipo di problematiche rispondono sempre con un bel questionario dicotomico. Ne esistono centinaia, eppure le risposte si limitano quasi sempre a sì/no. Dormi bene? Pensi mai alla morte? Credi di essere meno felice degli altri? Sulla base delle risposte si calcola poi un punteggio - anch'esso validato da centinaia di migliaia di soggetti sani o malati - che ci dice se quella persona ha una malattia o meno. Il che, in soldoni, si traduce poi in prescrivere una terapia o no. E qui si apre un altro problema, o meglio, una voragine. Eh sì, perchè quasi sempre questi farmaci hanno un effetto sintomatico, ossia non curano la malattia ma si limitano a ridurne i sintomi.
Se avete seguito il ragionamento, avrete anche capito che se un paziente non presenta più quei sintomi (o comunque vengono attenuati) evidentemente il punteggio ottenuto al questionario che mi ha portato alla diagnosi, cambierà...per cui io, medico, potrei anche dire di averlo curato (o di averlo intontito al punto giusto).

Le soluzioni che oggi offre la psichiatria sono a mio modo di vedere inadeguate. I farmaci antipsicotici, alcuni antidepressivi e gli stabilizzanti dell'umore sono tra classi di farmaci più sporche (nel senso che non funzionano su un solo recettore, ma hanno miliardi di effetti diversi), tanto è vero che vengono prescritti in mille patologie diverse - e talvolta cercando di sfruttare quello che viene considerato un effetto collaterale, e non quello principale. Questo lo dico a dimostrazione che, in buona sostanza, non solo sappiamo pochissimo di come funziona la mente umana, ma che oltretutto "ci divertiamo" a dare sostanze senza poter sapere davvero il loro effetto sui pazienti. Gli psicofarmaci cambiano il tuo modo di pensare - il tuo modo di essere te stesso.
Attenzione, ciò non significa che non sia giusto o necessario tentare una terapia! Il primo compito del medico - dopo quello di non nuocere - è quello di aiutare, sempre. Ma appunto per l'estrema complessità di decidere dove sta la salute e la malattia prima di fare una diagnosi e di dare terapia, ci si dovrebbe pensare molto. Il farmaco è una risposta alla necessità di rispondere ad una richiesta di aiuto...ma lo psicofarmaco è qualcosa di cui ci si vergogna, di cui si ha paura e che si porta dietro l'etichetta di matto.
Io non sono nessuno per insegnare a fare il medico, tanto meno lo psichiatra. Sono però un testimone di come le cose non vadano assolutamente come si legge sui libri di medicina e di come lo stesso stato italiano non offra strutture dignitose per cercare di favorire l'inserimento dei diversi.
Il reparto di psichiatria è un'esperienza agghiacciante, senza il camice.

Ci tengo a dire che la mia in fondo è solo una provocazione che certo non vuole minare la validità della psichiatria in quanto tale. So perfettamente che alcuni di questi farmaci sono estremamente efficaci, per non dire insostituibili. Il punto su cui volevo farvi arrivare a ragionare è un altro: "chi dà il diritto a me, medico, di appiccicare una diagnosi di malattia mentale a qualcuno?" L'unica risposta che posso accettare è "se ritengo che faccia bene a qualcuno".


Per come la vedo io schizofrenia, disturbi di personalità, nevrosi etc. sono modi diversi di essere. Ed essere diverso, non sempre si sovrappone a malato. Potrà sembrare una cazzata, ma essere "matto" non per forza vuol dire stare male. Non sono qui a questionare se Mimmo Scialatiello - per tutti Goku - convinto di potersi trasformare in Super Sayan 3 e pertanto saltato dal 4° piano di casa invocando a gran voce la Nuvola Speedy, sia affetto o meno da malattia mentale...Tuttavia di sfumature tra questo tipo di manifestazioni e il vicino "di fuori come un terrazzo" perché non parla mai con nessuno, vaga senza metà apparente con la sua bicicletta e passa le giornate fissando le auto che passano, direi che ce n'è più di una.
Non c'è scritto da nessuna parte che il modo normale di essere sia quello giusto o il migliore. Il criterio con cui siamo portati a crederlo - senza averci quasi mai riflettuto per più di 2 minuti - è perché lo fanno quasi tutti, appunto.
La malattia mentale non sempre è sofferenza in sé stessa. Il dolore in gran parte deriva dall'incapacità di mettersi sullo stesso piano del resto del pianeta - dei normali, se preferite. E guardate che questa è un'esperienza che tutti abbiamo provato. Siamo noi stessi che ci facciamo male a vicenda in questo giochino macabro che si chiama "la gente", al quale non possiamo sottrarci - ma solo aderirvi o opporsi. Molti "matti" non hanno la forza di fare nessuna delle due cose, col risultato di finire schiacciati e tagliati fuori. E non accade perché sono folli, ma perché confrontarsi colla società è difficile, per tutti.
Oggi non si muore più di peste o vaiolo...ma in compenso abbiamo la depressione, e questo vale anche per i normali. Anzi, sono proprio gli psicopatici, i lunatici e gli squilibrati a riuscire a sbattersene un po' di più del mondo e delle sue regole. Forse è per questo che non vengono visti di buon occhio. Credo anche che anche la pietà dei medici, conoscenti, familiari etc. in tutto questo non sia di grande aiuto.

Noi pretendiamo di insegnare cosa sia lo stare bene, quando non c'è mezza persona che ci riesca veramente fino in fondo. Troppo spesso confondiamo l'essere sano, con l'essere normale. Mentre della salute se ne deve occupare il medico, della normalità a mio avviso nessuno ha il diritto di farlo.
L'unico atteggiamento possibile e auspicabile - e difficilissimo, ovviamente - è quello dell'accettazione. Una persona diversa, come non ha bisogno di sentirsi malato e alienato, non ha neanche bisogno di essere compatito o giustificato. Ci sono cose che non possono essere cambiate, ma solo accettate, e questo vale anche per la malattia.

La conclusione di tutta questa invettiva è che si fa presto ad appioppare l'epiteto di pazzo su chi non è normale, ma aldilà della stigmata sociale che questo nome si porta dietro, non aiuta veramente un cazzo di nessuno. Sarei curioso di leggere un referto psichiatrico di Van Gogh, intossicato tutta la vita da dosi da cavallo di luminale - che tra le altre cose fanno vedere aloni colorati attorno agli oggetti - o quello di Goya, affetto da encefalopatia da piombo, che gli causò l'alterazione della percezione cromatica - e la vista di qualche mostro qua e là.
Mi sapete dire una sola persona normale che abbia fatto qualcosa di veramente eccezionale?
In fondo Dalì diceva "L'unica differenza tra me e un folle è che io non sono folle".

La follia fa paura, ma personalmente mi spaventa di più il normale. E ancora di più il numero incredibile di volte che ho sentito dire "questo è psichiatrico" da colleghi o infermieri riferito al paziente di turno, colpevole 90 volte su 100 di essere un rompicoglioni o un fifone.

Una coda di 12 isolati di normali
I matti sono tanti, credo di saperne qualcosa. E se rivedessimo un momentino il criterio con cui queste persone sono reputate tali, credo che sarebbero i normali ad essere in netta minoranza. E sarebbe un bene, lo credo davvero.

18 novembre 2014

Scelte - Cardiobiagio

Lo scrivo qui e spero che rimanga per sempre. Ho deciso che mi specializzerò in cardiologia. Dopo aver passato gli ultimi due anni in geriatria - splendidi, peraltro - sento il bisogno di chiarire questa scelta a tutti quanti, perché questa non suoni come un ripiego o altro.
Non entrerò nel merito dell'esame di specializzazione perché tanto è già stato detto e scritto, perché già troppi si sono incazzati e soprattutto perché lamentarsi non serve a un cazzo, tanto meno su internet. Il punto è che dopo il famigerato concorso mi sono trovato a mettere in discussione la mia posizione circa il mio futuro. In buona sostanza, dopo la prima pubblicazione delle graduatorie - il 10 Novembre scorso - mi sono trovato a dover scegliere tra anestesia a Pisa, cardiologia a Perugia e geriatria a Napoli. Le graduatorie dicevano anche che avevo molte persone davanti a me per poter ottenere un posto a Firenze in caso di eventuali rinunce, tanto in cardio quanto in geria, e di conseguenza in quel momento il mio desiderio di continuare il mio percorso fiorentino si era come volatilizzato. Rimaneva dunque da scegliere tra due città sconosciute, due scuole sconosciute, guidato da un solo consiglio ripetuto allo sfinimento da famiglia e amici: ma tu cosa vuoi fare da grande? 


Avevo poco più 48 ore per sciogliere un dubbio cui non avevo trovato risposta in 6 anni, e questo mi ha sinceramente mandato in crisi. Vedete, geriatria a me piace molto, ma un conto è la scuola di Firenze - la prima e la migliore d'Italia - e un altro sono tutte le altre.
A chiarirmi le idee è stato principalmente il non voler essere il secondo Biagini geriatra. Io non sono il figlio del Dott. Biagini - se non geneticamente parlando. A tutto questo va aggiunta una malcelata fifa di trovarmi male a Napoli.
Ho cliccato sul computer l'accettazione della borsa a Perugia...e che cardiologia sia.

Automaticamente sono stato eliminato dalle graduatorie di anestesia e geriatria e sono iniziati i primi scorrimenti. Dopo una settimana ho scoperto che anche se avessi accettato geriatria non sarei comunque riuscito a fuggire da Napoli, mentre per cardio ero già scalato a Pisa. Non solo, ho scoperto di essere l'unico studente di tutto il mio anno di medicina a Firenze ad avere ottenuto un posto in cardiologia.Tuttavia, restavo fuori da Firenze per uno 0,1 di punteggio, con una sola persona avanti a me. A questo va aggiunto che nel frattempo avevo ottenuto anche una borsa in urologia a Firenze e una in igiene a Bologna.
Passa un'altra settimana e gli scorrimenti mi lasciano comunque nel mio posto in cardiologia a Pisa, ormai praticamente certo di trascorrere i futuri 4 anni all'ombra della torre che pende. Contemporaneamente però, scopro che a questo punto gli scorrimenti mi avrebbero fatto entrare in geriatria - nonché a igiene - a Firenze. Un brutto colpo. Non tanto per l'occasione persa (o per il fatto che qualsiasi altra scuola avessi scelto sarei potuto rimanere in Via Verdi 13), quanto perché adesso la mia scelta assume un insopportabile velo di irriconoscenza nei confronti delle persone con cui ho lavorato negli ultimi due anni. Mi dispiace davvero molto non poter ripagare l'investimento che è stato fatto su di me in termini di lavoro e fiducia - e soprattutto mi mancheranno il mio professore e gli altri specializzandi.
Tuttavia ormai il dado è tratto. Sarò cardiologo. Come in ogni scelta della mia vita, mi sono affidato più al mio naso che al cervello, e finora mi sono sempre trovato bene.



E ora bando alle ciance e dedichiamo qualche riga alle note allegre di tutta questa faccenda. Lascio Firenze. Dopo che tutti i compagni di questi anni di feste e sbronze mi hanno lasciato, è arrivato infine il momento anche per me di partire. So che queste parole possono suonare strane se dette da uno che ha dichiarato innumerevoli volte il suo amore sconfinato per questa città, però mi piace l'idea di salutarla come il luogo dove sono stato bene più che in ogni altro. Non voglio ridurla al grigio contorno di giornate di lavoro in ospedale. 
Questo inoltre comporta un'altra cosa: grande e devastante ultima notte di Via Verdi 13. Tutti invitati, tutti.

Infine ultima postilla, tanto la modestia non è mai stato il mio forte: dopo 20 anni ho finalmente concluso il mio percorso scolastico. E con questa ne approfitto per mandare un ultimo, cordiale e divertito saluto a chi ha bisogno di vomitare la propria ansia sugli altri, ai terroristi da esame, ai megalomani della facoltà impossibile, e soprattutto a quelli dello studio e della medicina come bene supremo cui sacrificare la propria gioventù.
Io non ho mai preso un'insufficienza, mai bocciato un'esame, mai rimandato un appello o perso un concorso...e soprattutto mai rifiutato un bicchiere di vino.
Non siete bravi perché studiate tanto, o perché fate medicina o perché non siete usciti il sabato sera per ripassare farmacologia. Siete bravi se state bene, fate quello che volete e soprattutto non lo fate pesare agli altri.

Ciao,
Cardio-Biagio

15 ottobre 2014

Pane, amore e...follia

Non credo di esagerare nel dire che la vita, senza qualcosa in grado di farti brillare gli occhi ogni tanto, non sarebbe molto viva, appunto.
Dormire, bere, mangiare e trombare. In fin dei conti il senso biologico di un uomo si riduce a sole quattro attività...e per quanto trombare sia senza dubbio la più piacevole, ciò non la rende necessariamente un modo dignitoso di riempire il tempo che ci divide dalla tomba. In sostanza, visto che tutti dobbiamo trombare, cercate di farlo bene, e soprattutto con delle belle topone, o anche se non sono belle che almeno vi attirino in maniera inevitabile. In questo sport credo che noi uomini abbiamo molto da imparare dalle donne: non mi stancherò mai di dirlo, se solo i belli trombassero, la quasi totalità degli omini sarebbe vergine. A mio modo di vedere, l'unica buona sensazione su cui fondarsi per scegliere una cosa cui dedicare il vostro tempo è il "Mi ci vuole". E se per l'amore è indubbiamente vero, certo non lo è meno per il vino o per il cibo.
Se non lo avete ancora capito, stasera parliamo di passioni. Le mie spero, un po', le conosciate. Per chi comunque capita qui per caso, faccio un brevissimo elenco. La musica, il cinema, la scrittura, le donne, i motori e la cucina. Che cosa hanno in comune tutte queste, per me? Il fatto che puoi passare una vita a studiarle, senza poter mai davvero dire capirne abbastanza. Sì, forse io sarò un nerd ma se una cosa mi piace (e mi piace davvero, non perché la fanno gli altri - semmai il contrario) non posso fare a meno di impararne il più possibile. E non mi pesa. Il come si faccia a studiare le donne, sarebbe argomento quantomai divertente, ma ve lo risparmio perché nonostante muoia dalla voglia di fare lo sborone - come ogni uomo che ha trombato più due ragazze in vita sua - non credo sia cosa di cui parlare su internet. E poi c'è già qualcuno molto più bravo di me da cui tutti possiamo imparare.


Quindi di cos'è che parliamo stasera? Ma di cucina, che altro?!
Partiamo col dire che cucinare, nonostante sia molto di moda di questi tempi, è tutt'altro che una faccenda poco seria. La Prova del Cuoco, Master-chef e Le Ricette di Benedetta, sono per loro stessa natura enormi cazzate, nate da un palinsesto tv ormai così scarno di nuove idee che il poter vedere una frittata di carote su la 7 assomiglia all'evento mediatico del giorno. No, no, no...qui stiamo parlando della cucina vera, ossia quella mangiata. N.B: Impiattare non è cucinare. L'occhio vorrà la sua parte, ma nella cucina, i protagonisti assoluti sono le vostre bocchine e i vostri nasini. Purtroppo quest'eterna verità viene ormai offuscata dagli incessanti bombardamenti pubblicitari che propongono hamburger saltellanti saporitissimi e panini multicolor freschissimi. Gli stessi che portano i più ingenui di noi ad affollare i vari McDonalds o Autogrill di questo paese. Per non parlare poi di coloro che credono che due fili di glassa di aceto balsamico, un ravanellino rosso e una foglia d'insalata su una raviera, valgano bene gli 80 euro spesi per un filettino al pepe verde di grammi 150. Per tutti loro, purtroppo, temo non ci sia più molta speranza. Ma per voi che sapete distinguere uno scalogno da un tubetto di aglio essiccato o il prosciutto di cinta senese dal crudo dell'Apprezzo, beh, per voi è il regno dei cieli.

Mangiare bene è l'ultimo sacrosanto baluardo dietro cui ogni italiano dovrebbe arroccarsi e vender cara la pelle. Purtroppo noi non siamo i figli delle mamme cuciniere di una volta, noi siamo cresciuti a suon di "non mi piace" e vittime dei 4 salti in padella Findus. Forse questa però è un'occasione, perché arrivare a 30 anni senza aver mai mangiato la finocchiona o una burrata fresca, ci dovrebbe far sentire ancora piccini, pure nel Bel Paese - che poi tanto bello forse non è più.  Intendiamoci, anche la cucina "etnica" è un altro universo da scoprire. Indiana, pakistana, vietnamita, giapponese ma anche brasiliana, messicana, peruviana, africana, libanese, ceca e chi più ne ha più ne metta. Unica eccezione va fatta per quella tedesca, che è per definizione una merda: parafrasando un noto spot automobilistico, saprete fare le macchine, non siete simpatici e soprattutto non capite un cazzo di cibo. Quando la più grande conquista gastronomica di un popolo sono salsicce bollite, crauti e insalata di patate con acqua, qualcosa davvero non va. Concludo l'argomento dicendo che i piatti della cucina tedesca, sono gli unici che sono molto più buoni se cucinati all'estero - vedi Trentino e zone limitrofe - rispetto che in patria.

Okay, la pianto perché non siamo qui a fare i fichi, ma semmai a cercare di capire perché lo siamo così tanto. Due buoni motivi: l'olio d'oliva e il pomodoro. A mio modo di vedere, è demenzialmente semplice creare qualcosa di commestibile, e poco di più il renderlo decente. Un filo d'olio, una cipollina fresca e un po' di pomodoro. Hai vinto, sicuro. Tuttavia quello che ci sfugge è cosa c'è dietro tanta semplicità. Io personalmente l'ho scoperto vivendo all'estero. Non puoi trovare un pomodoro come il san marzano aldilà delle Alpi - e se lo trovi, ha un peculiare colorito arancione, con qualche vaga sfumatura di vermiglio qua e là - e faresti meglio a lasciarlo dov'è. L'olio d'oliva poi, spagnolo o israeliano che sia, non assomiglia neppure lontanamente a quello nostrano. Non me ne vogliano gli stranieri, ma noi siamo più fortunati. Direte voi che è tutta una questione di gusti...certo, io stesso amo il gulash, l'escondidinho, le tapas, i paté o le quiches. Cazzo, a me piacque anche l'haggis o le frattaglie di pecora al formaggio dentro un cornetto di pasta frolla! Ma mentre questi troiai sono il risultato di miscugli di mille ingredienti e droghe, la cucina italiana è l'unica che non ha bisogno di niente per essere speciale, se non di qualche odore. A questo va aggiunto una ricchezza e una diversità che solo mille anni di guerre, santi, poeti, cretini, dominazioni straniere e confini geografici impervi possono ricreare, e il gioco è fatto. Insomma, solo per scoprire tutto quello che c'è da mangiare in Italia, con tutta probabilità non basta una vita. Se a questo aggiungiamo tutto il resto del mondo, cominciate forse a capire il perché di tanta mia rabbia nei confronti dei tredicenni in fila per il big tasty, o ancora peggio del deficiente americano che viene a Firenze per mangiare pasta colle polpette di carne.
Quello che volevo cercare di trasmettervi con tutta questa filippica è quel poco di allegria che cucinare per qualche amico - o ancora meglio per una bella gnocca - mi dà. Dubito di esservi riuscito, ma magari recupererò quando verrete qui in via verdi 13 a provarla di persona. 
PS: forse era meglio se si parlava di fica. Però quella si rimanda a dopo l'esamone del 28, vai.