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8 aprile 2015

Aritmie


Sono entrato in reparto l'1 Marzo us, e da allora la mia vita è cambiata. Dio solo sa se non ho provato con tutte le forze a resistere, ma un minimo di 12 ore di quotidiano lavoro di corsia fiaccano anche il più fiero degli spiriti. Chiariamo subito che non mi sono ancora arreso ad un'esistenza di ascetica contemplazione della vita biologica attraverso la medicina. Ho intenzione di vender cara la pelle. In ogni caso, se non stacco un po' e non ricarico le batterie qui ci tiro il calzino, e non lo dico così per dire.
In corsia tuttavia ho imparato qualche cosina interessante su come funziona il cuore e la volevo condividere con voi.
Chiamatela cardiologia per schiappe, ma secondo me è molto efficace.

Il cuore si contrae in maniera ordinata. Il ripetersi stereotipato dei battiti si chiama ritmo. Ogni cuore sano segue il suo ritmo, senza fare pause.
Il termine aritmia  deriva dal greco e significa assenza di moto costante.
Quest'ultima prevede sempre 3 concause:
  1. un fattore predisponente
  2. un fattore scatenante
  3. e un fattore perpetuante
Il primo coincide in maniera banale con come è fatto il vostro cuore: malformazioni, genetica, malattie varie e - per estensione - tutto quello che avete passato e che vi ha lasciato segni.
Il secondo dovete immaginarlo come un'anomalia elettrica, una scintilla in grado di incasinare il vostro ritmo, anche se per un momento soltanto.
Il terzo è di gran lunga il più raro e misterioso. Sostanzialmente è un meccanismo di mantenimento, in grado di rendere eterna un'avaria elettrica del cuore, altrimenti fugace.

Questo giochino apparentemente semplice, a mio modo di vedere nasconde dei risvolti a dir poco illuminanti.

  • A) Il cuore sano è estremamente monotono e ruotinario. Lo so, non sono nella posizione di poterlo dire...ma che palle che fa. Tutto preso dalle cose di tutti i giorni, finisce per scadere in un tum tum ripetitivo e senza attrattiva. E questo è ancora più vero se visto cogli occhi del cuore stesso, che altrimenti non farebbe di tutto per sfuggire al proprio ritmo - e intendo dire di tutto. Tachicardie reciprocanti, extrasistolie, fibrillazioni e blocchi atrio-ventricolari, non sono che alcuni dei mille espedienti con cui i cuori di mezzo mondo cercano di porre fine alla noia. Pensate che esistono anche aritmie mediate dai pacemaker, che sarebbe come dire che il cuore si mette ad utilizzare un aggeggio, che letteralmente serve a a generare un ritmo sano,  pur di dare di matto.
  • B) Ognuno, secondo come è fatto (alias fattore predisponente) cerca disperatamente una scintilla che illumini le cose: una canzone, una birra, una zingarata o una bella mora...che poi non è mai davvero "una qualsiasi" - o almeno non dovrebbe esserlo - ma una perché essenzialmente in linea con come siamo fatti e cosa abbiamo passato. In fin dei conti, questa scintilla di per sé non è né buona né cattiva; siamo noi a dargli il valore positivo o negativo. E nel farlo, è bene tenere conto che il 99% delle aritmie non sono letali, con pochissime approssimazioni.
  • C) Queste cazzate che avete appena letto, per quanto degne del più stupido degli oroscopi, sono scienza. 
Dal canto mio, confesso di aver passato decisamente troppe serate con la speranza - non particolarmente segreta - di incappare in un fattore scatenante, magari uno di quelli che davvero ti sconvolge le idee e ti guasta i piani della settimana. Allo stesso modo temo di dover ammettere di aver pressoché completamente ignorato il terzo punto della questione per un bel po' di tempo. Potrei anche dire che questa ricerca è diventata piano piano il mio ritmo di base.

Il fantomatico fattore perpetuante, a mio modo di vedere, non succede per caso. Non è un incidente di percorso o una fatalità, bensì l'espressione di una precisa volontà cardiaca di non tornare a battere come sempre. E guardate che senza questo trucco, il ritmo torna sempre inesorabilmente al suo personale tum tum. Forse è questo che ci tiene in vita - defibrillatori a parte - ma per fortuna la scienza è ancora molto lontana dal capire come vadano esattamente le cose. Ed io sicuramente lo sono ancora di più.

Adesso torno alla mia vita di minima, fatta di chiacchiere, sigarette, cartelle, lettere di dimissione e poco, pochissimo sonno. Però prima vi volevo lasciare con un ultimo pensiero: a volte è difficile distinguere un ritmo sano da un'aritmia...il che in soldoni significa che quando arriva una crisi, un momento di inceppamento, un periodo di merda - chiamatelo come vi pare - magari è la volta buona per cominciare a fare le cose in modo buono. Io almeno ci spero.



11 gennaio 2015

Il Nido del Cuculo



Parliamo di normalità.
Questo argomento mi è molto caro, per non dire che è diventato un'ossessione negli anni. Originalità, critica del senso comune, abolizione del concetto di gente...sono tra le poche idee in cui credo fermamente. Tuttavia, oggi vi risparmio il pippone autocelebrativo su quanto io possa essere bravo a sbattermene di tutti o a inventarmi un guardaroba fuori dal coro.

Vorrei invece parlarvi di normalità in un senso più preciso, almeno apparentemente, ossia quello medico. "Come fa un dottore a dire che un tizio sta bene? Voglio dire, decidere se uno è malato, è facile...ma come decide il medico chi sta bene?"
Il Dott. Biagini potrebbe rispondere citando le definizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di salute e di malattia che sono assolutamente condivisibili e rincuoranti - nonché un tantinello comode.
Io sinceramente la penso un po' diversamente però.
Premetto che fare un discorso generale su qualcosa di inverosimilmente complesso come la salute, fa dire delle cagate anche al più accorto dei professoroni...e di conseguenza mi limiterò a fare due esempi.
  • Numero 1: per dire che un cuore è malato, nel 99% dei casi è sufficiente fare un esame obbiettivo, un ecg, un'ecocardiogramma e un paio di esami del sangue. Se questi  parametri sono alterati, verosimilmente c'è qualcosa che non va.
    La domanda logica che segue, è "Chi ha deciso i valori di riferimento che indicano una possibile malattia?" l'osservazione empirica e, soprattutto, la statistica. Esempio: il 99% dei soggetti senza malattia coronarica ha valori di troponina I inferiori a 10 ng/ml, per cui avere un valore superiore è probabilmente dimostrazione di cardiopatia ischemica; se poi prendiamo la mortalità di tutti i soggetti e vediamo come varia in funzione della troponina I, ci accorgiamo subito che coloro che presentano valori alterati muoiono molto prima di quelli con valori normali. Chi è che sta bene? Chi ha valori normali - con pochissime eccezioni.
  • Numero 2: Per dire che una mente è malata, gli esami di imaging e di laboratorio ci aiutano solo ad escludere una causa organica (per lo più una lesione cerebrale o uno squilibrio ormonale) e quindi ci si basa sostanzialmente sui sintomi, che non possiamo misurare come gli enzimi, ma che possiamo appioppare - con una discreta approssimazione - alle persone.
    Anedonia, disforia, irritabilità, distimia etc...una lunga serie di parolone per descrivere comportamenti ritenuti non normali (in quanto le persone sane, statisticamente, non li mostrano e soprattutto, non te li raccontano). Dovrebbe essere chiaro già da adesso che qui la decisione su chi sta bene e chi sta male, comincia ad essere molto più sfumata.
Gli anglosassoni sono molto pragmatici - è la loro forza - e a questo tipo di problematiche rispondono sempre con un bel questionario dicotomico. Ne esistono centinaia, eppure le risposte si limitano quasi sempre a sì/no. Dormi bene? Pensi mai alla morte? Credi di essere meno felice degli altri? Sulla base delle risposte si calcola poi un punteggio - anch'esso validato da centinaia di migliaia di soggetti sani o malati - che ci dice se quella persona ha una malattia o meno. Il che, in soldoni, si traduce poi in prescrivere una terapia o no. E qui si apre un altro problema, o meglio, una voragine. Eh sì, perchè quasi sempre questi farmaci hanno un effetto sintomatico, ossia non curano la malattia ma si limitano a ridurne i sintomi.
Se avete seguito il ragionamento, avrete anche capito che se un paziente non presenta più quei sintomi (o comunque vengono attenuati) evidentemente il punteggio ottenuto al questionario che mi ha portato alla diagnosi, cambierà...per cui io, medico, potrei anche dire di averlo curato (o di averlo intontito al punto giusto).

Le soluzioni che oggi offre la psichiatria sono a mio modo di vedere inadeguate. I farmaci antipsicotici, alcuni antidepressivi e gli stabilizzanti dell'umore sono tra classi di farmaci più sporche (nel senso che non funzionano su un solo recettore, ma hanno miliardi di effetti diversi), tanto è vero che vengono prescritti in mille patologie diverse - e talvolta cercando di sfruttare quello che viene considerato un effetto collaterale, e non quello principale. Questo lo dico a dimostrazione che, in buona sostanza, non solo sappiamo pochissimo di come funziona la mente umana, ma che oltretutto "ci divertiamo" a dare sostanze senza poter sapere davvero il loro effetto sui pazienti. Gli psicofarmaci cambiano il tuo modo di pensare - il tuo modo di essere te stesso.
Attenzione, ciò non significa che non sia giusto o necessario tentare una terapia! Il primo compito del medico - dopo quello di non nuocere - è quello di aiutare, sempre. Ma appunto per l'estrema complessità di decidere dove sta la salute e la malattia prima di fare una diagnosi e di dare terapia, ci si dovrebbe pensare molto. Il farmaco è una risposta alla necessità di rispondere ad una richiesta di aiuto...ma lo psicofarmaco è qualcosa di cui ci si vergogna, di cui si ha paura e che si porta dietro l'etichetta di matto.
Io non sono nessuno per insegnare a fare il medico, tanto meno lo psichiatra. Sono però un testimone di come le cose non vadano assolutamente come si legge sui libri di medicina e di come lo stesso stato italiano non offra strutture dignitose per cercare di favorire l'inserimento dei diversi.
Il reparto di psichiatria è un'esperienza agghiacciante, senza il camice.

Ci tengo a dire che la mia in fondo è solo una provocazione che certo non vuole minare la validità della psichiatria in quanto tale. So perfettamente che alcuni di questi farmaci sono estremamente efficaci, per non dire insostituibili. Il punto su cui volevo farvi arrivare a ragionare è un altro: "chi dà il diritto a me, medico, di appiccicare una diagnosi di malattia mentale a qualcuno?" L'unica risposta che posso accettare è "se ritengo che faccia bene a qualcuno".


Per come la vedo io schizofrenia, disturbi di personalità, nevrosi etc. sono modi diversi di essere. Ed essere diverso, non sempre si sovrappone a malato. Potrà sembrare una cazzata, ma essere "matto" non per forza vuol dire stare male. Non sono qui a questionare se Mimmo Scialatiello - per tutti Goku - convinto di potersi trasformare in Super Sayan 3 e pertanto saltato dal 4° piano di casa invocando a gran voce la Nuvola Speedy, sia affetto o meno da malattia mentale...Tuttavia di sfumature tra questo tipo di manifestazioni e il vicino "di fuori come un terrazzo" perché non parla mai con nessuno, vaga senza metà apparente con la sua bicicletta e passa le giornate fissando le auto che passano, direi che ce n'è più di una.
Non c'è scritto da nessuna parte che il modo normale di essere sia quello giusto o il migliore. Il criterio con cui siamo portati a crederlo - senza averci quasi mai riflettuto per più di 2 minuti - è perché lo fanno quasi tutti, appunto.
La malattia mentale non sempre è sofferenza in sé stessa. Il dolore in gran parte deriva dall'incapacità di mettersi sullo stesso piano del resto del pianeta - dei normali, se preferite. E guardate che questa è un'esperienza che tutti abbiamo provato. Siamo noi stessi che ci facciamo male a vicenda in questo giochino macabro che si chiama "la gente", al quale non possiamo sottrarci - ma solo aderirvi o opporsi. Molti "matti" non hanno la forza di fare nessuna delle due cose, col risultato di finire schiacciati e tagliati fuori. E non accade perché sono folli, ma perché confrontarsi colla società è difficile, per tutti.
Oggi non si muore più di peste o vaiolo...ma in compenso abbiamo la depressione, e questo vale anche per i normali. Anzi, sono proprio gli psicopatici, i lunatici e gli squilibrati a riuscire a sbattersene un po' di più del mondo e delle sue regole. Forse è per questo che non vengono visti di buon occhio. Credo anche che anche la pietà dei medici, conoscenti, familiari etc. in tutto questo non sia di grande aiuto.

Noi pretendiamo di insegnare cosa sia lo stare bene, quando non c'è mezza persona che ci riesca veramente fino in fondo. Troppo spesso confondiamo l'essere sano, con l'essere normale. Mentre della salute se ne deve occupare il medico, della normalità a mio avviso nessuno ha il diritto di farlo.
L'unico atteggiamento possibile e auspicabile - e difficilissimo, ovviamente - è quello dell'accettazione. Una persona diversa, come non ha bisogno di sentirsi malato e alienato, non ha neanche bisogno di essere compatito o giustificato. Ci sono cose che non possono essere cambiate, ma solo accettate, e questo vale anche per la malattia.

La conclusione di tutta questa invettiva è che si fa presto ad appioppare l'epiteto di pazzo su chi non è normale, ma aldilà della stigmata sociale che questo nome si porta dietro, non aiuta veramente un cazzo di nessuno. Sarei curioso di leggere un referto psichiatrico di Van Gogh, intossicato tutta la vita da dosi da cavallo di luminale - che tra le altre cose fanno vedere aloni colorati attorno agli oggetti - o quello di Goya, affetto da encefalopatia da piombo, che gli causò l'alterazione della percezione cromatica - e la vista di qualche mostro qua e là.
Mi sapete dire una sola persona normale che abbia fatto qualcosa di veramente eccezionale?
In fondo Dalì diceva "L'unica differenza tra me e un folle è che io non sono folle".

La follia fa paura, ma personalmente mi spaventa di più il normale. E ancora di più il numero incredibile di volte che ho sentito dire "questo è psichiatrico" da colleghi o infermieri riferito al paziente di turno, colpevole 90 volte su 100 di essere un rompicoglioni o un fifone.

Una coda di 12 isolati di normali
I matti sono tanti, credo di saperne qualcosa. E se rivedessimo un momentino il criterio con cui queste persone sono reputate tali, credo che sarebbero i normali ad essere in netta minoranza. E sarebbe un bene, lo credo davvero.

25 settembre 2014

Karma (e sangue freddo)



In questi giorni pieni di coinquilini nuovi, ma in fondo vuoti, tra libri e stanchezza, l'argomento Karma è uscito fuori più volte.
Vorrei poter dire fieramente che non ci credo a queste cagate...ma col mondo che ultimamente gira tutt'intorno alla mia stanza, con poche risate e distrazioni, il lato superstizioso ritorna fuori come un avvoltoio in attesa di una carogna. La mia.
La domanda che tutti ci poniamo - ossia che io mi pongo al posto vostro - è: ma che cosa ho fatto di male per dovermi rompere i coglioni tutti i giorni davanti al computer? Sia stata quella volta che non ho dato l'euro alla zingara? Maledette zingare. Sia stata quella volta che mi sono seduto impunemente al posto di un altro all'UCI cinema? No, dev'essere per forza il sorpasso alla cassa del Conad alla vecchina indecisa su quale fila fare...
Sto mentendo però...so esattamente cosa ho fatto. Circa un mese fa, in uno dei miei mille viaggi Trenitalia© FI-PT (preso al volo dopo una corsa contro il tempo e i turisti che intasano i marciapiedi) mi sono trovato a dover aiutare un'adorabile signora tedesca che non riusciva a tirare lo sciacquone nel bagno del treno. La signora indicava un bottone accanto al water - profumatissimo - a cui era stato letteralmente strappato via l'adesivo che indicava la sua funzione. Lo premetti, ma non accadde nulla. Notai dunque un altro tasto, dal lato opposto del gabinetto, anch'esso privo di alcun simbolo, e colto dall'illuminazione divina, lo premetti.

Un fischio assordante. Il treno che comincia a rallentare. Il cuore che accellera ad ogni lampeggìo della scritta SOS che minacciosamente era apparsa dopo il mio gesto. Avevo azionato l'allarme del treno. Avevo fatto una di quelle cose da vecchie barzellette sui carabinieri o da film di serie B anni '80.
Credo di essermi tirato addosso le infamate di almeno metà del treno (e gli accidenti di tutti gli altri).

L'unica cosa che mi consola è che, se le regole del karma sono universali, a quest'ora i maledetti che rubano pulsanti da Trenitalia staranno portando a casa la terza multa per divieto di sosta per lavaggio straordinario delle strade, presa per esser dovuti andare per la quarta volta alla lavanderia che ha perso le loro camicie firmate, che si erano sporcate perché si erano seduti su una panchina dove qualcuno aveva appiccicato una gomma da masticare...Confesso che stringerei volentieri la mano al bastardo in questione, se non fosse che il karma avrà qualcosa di macabro in serbo anche per lui.

Io comunque al karma in fondo in fondo non ci credo. Ai cornini napoletani sì. Quelli sì che funzionano invece...

10 giugno 2014

I Diari di Geriatria: Giorno 2 - Divorato dalla noia

6 Giugno

Eccomi al secondo (e ultimo) giorno di congresso geriatrico-pistoiese. Stessa poltrona sugli spalti, meno teste che spuntano in file ordinate sotto, sul campetto da pallavolo convertito per l'occasione in auditorium. Il primo simposio è LE PROFESSIONI SOCIO-SANITARIE: la professione dell'infermiere in Centro Diurno. Oggi parliamo di noia. La scelta del tema è scontata forse, ma non meno sentita.



Per leopardiana ammissione, la noia ci distingue dagli animali - che ne sono privi - ponendoci in una posizione assai più scomoda di polli e conigli. Ma come sarebbe bello starsene tutto il giorno sdraiati a grattarsi i coglioni e a mangiare! In effetti questa è l'occupazione principale di Jasmine, il mio pastore tedesco - esclusa la parte dei coglioni. Cosa non darei per mollare tutto e andare a vivere ai Caraibi, facendo surf dalla mattina alla sera. Aldilà della più o meno credibile passione che uno può provare verso il saltare su una tavola per 10 secondi (massimo) prima di finire a testa all'ingiù nell'oceano...non è un po' pochino per campare? 
Badate, non siamo qui a mettere in discussione l'istituzione del sogno a occhi aperti, fondamentale, specie mentre uno sgobba come un negro. Cosce abbronzate da cospargere di olio di cocco, bevendo cocktail cogli ombrellini colorati specchiandosi nelle acque cristalline di chissà quale isolotto tropicale, sono boccate di ossigeno durante le giornate di lavoro, studio e lezioni - quali L’assistente sociale nella rete dei servizi per la demenza tra emergenze sociali e complessità sanitaria. Ma, sinceramente, augurarsi una vita fatta di solo relax è frutto di eccessiva superficialità. 
Sarà che io al mare non so stare fermo un minuto, così come a letto, a colazione, sul tram, in fila al supermercato o al bar, durante una foto o una risonanza magnetica...ma nessuno mi leva dalla testa che anche la più fanatica patita dell'abbronzatura perfetta non resiste un anno a farsi foto a quelle gambine lisce distese al sole tutti i giorni. 

Il bisogno di relax nasce essenzialmente dall'incontrovertibile legge del voglio quello che non ho. Torniamo quindi dritti dritti al discorso di ieri: vivere è sentire la mancanza. La noia, viceversa, nasce dalla completezza, dalla sazietà. Ho l'impressione che molte persone non abbiano chiara quest'ovvietà, pensando alla noia come a mancanza di qualsivoglia cosa da fare...quando invece il problema è che perpetuano la loro quotidianità religiosamente, sognando nel frattempo il fine-settimana, l'estate o l'amore. I quattrini ci vogliono e lavorare è necessario, tutti d'accordo. Non tutti possiamo essere esploratori dei fondali oceanici o pornostar, ok. Ma la noia la proviamo tutti, e ci assale solo quando recitiamo da troppo tempo la stessa parte. Quanto sia questo troppo tempo è difficile da dire. Ci sono persone che sopportano meglio la noia - come tacchini e capre - e ci sono individui che ne sono totalmente allergici. Quale dei due estremi sia destinato a maggiore infelicità, non è oggi argomento di discussione.
Il lato più odioso della faccenda è che come un manto scuro che cala sulla finestra, la noia risucchia ogni altro desiderio di luce, lasciandoci in balia della più pericolosa delle compagnie: la gente - che per definizione è annoiata e sola. Sembra una cazzata, ma è così che nascono i grandi mali del mondo, come i regimi dittatoriali, il grande fratello e Maurizio Costanzo. Per inciso, distrarsi dalla propria giornata guardando altri coglioni che passano le giornate ha del perverso.

Torniamo alla noia però, che sennò mi perdo nei miei deliri anti-consumistici e misantropici. La noia è sazietà, si diceva. Non ci voleva certo Steve Jobs per capire la verità di "Stay Hungry. Stay Foolish". Così come non basterà la sua morte perché queste quattro parole non rimangano semplici decori su t-shirt già passate di moda. Basta via, la smetto.
Come si fa a non diventare sazi? Una soluzione è quella dell'ambizione, e cioè la seconda grande catastrofe che affligge il mondo. Boom. Il Grande Obbiettivo. Boom. Il Matrimonio. Boom. Diventare Astrofisico nucleare-Ingegnere Spaziale-Medico-Avvocato-Cavaliere del Santo Graal. Boom. Fare i Soldi. Booooooom.
Tutti persi a rincorrere orizzonti che non si avvicinano mai, sacrificando tutto, anche i capelli. Anche questo mi ricorda molto altri animali, le formiche in particolare. Anche se rimane da capire chi è che fa la parte della regina, in questo formicaio di cazzate che ho appena scritto. No, davvero, è facile perdere tutto nella gara a chi è disposto a dare di più. E anche qui c'è un risvolto macabro, e cioè il "cosa succede quando finalmente raggiungi la meta?" 

Nella stesura originale del post c'era qui una lunga digressione su una delle miei immagini poetiche preferite: l'Ulisse di Dante. Sapete quello di fatti non foste a viver come bruti ma a seguir virtute e canoscenza... Quello che dopo aver combattuto un decennio a Troia, girato i sette mari per altrettanto tempo, sconfiggendo ciclopi, mostri marini, sirene e trombato Nausicaa, Calipso e Circe, finalmente torna da quella poverina di Penelope. Qui stermina tutti gli spasimanti della moglie - che ci provavano da almeno dieci anni, e che quindi qualche diritto di stare a Itaca secondo me ce l'avevano - e si stabilisce come re. Finché poi non finisce coll'annoiarsi della dolcezza del figlio, della pietà del padre e dell'amore della consorte e riparte per scoprire dove finiva il mondo, col finale che tutti conosciamo. Arrivato a scriverlo a casa, però mi sembrava più efficace questo video qui.


Ed è proprio così che va. Non c'è cosa abbastanza bella da non potersene annoiare. Vittoria compresa.
Essere felici è assai più facile che il rimanerlo. Per metterla sul filosofico, l'uomo più felice della terra è quello che non ha niente, che ha tutto da guadagnare e che non vedrà mai sciogliersi tra le dita le sue grandi conquiste in una pozza di banale quotidianità. Per metterla sul terra terra, lavorare, possibilmente divertendosi e smettere di dare biblica importanza a lauree, matrimoni, figli e mondiali di calcio. Qualcosa di buono ne viene fuori di sicuro.

E adesso sorgono spontanee le ultime domande. Qualcuno vorrebbe passare il tempo con me? Do io qualcosa agli altri per non essere noioso? È possibile che io sia sempre interessante per qualcuno? Direi che la risposta alle questione non può che essere cazzo, no. Il che va inteso in chiave del bisogno continuo di cambiare, che non coincide per forza di cose col migliorare. Dallo stesso bisogno di non annoiarsi, deve nascere il desiderio di non essere noiosi, e specie ai nostri stessi occhi. Inutile dire che se lo scrivo qui è perché evidentemente è così che mi sento. Ragion per cui nel prossimo post vi racconterò un po' delle stronzate collezionate in questi mesi; e che adesso, complice il momento di bonaccia di Firenze e dei suoi abitanti, si stanno via via rarefacendo.

Adesso vi saluto girandovi a voi la domanda. Com'è che pretendete di non annoiarvi se passate la metà del tempo a lamentarvi della vostra giornata o della città, della vostra donna o di tutte in generale, dello stato e della politica, dei locali e del tempo...e l'altra metà continuando a fare sempre le stesse cose?

5 settembre 2013

Dio è morto.

Dio è morto: non dico niente di nuovo; è sotto gli occhi di tutti, anche se molti non riescono a vederlo. Non era così evidente quando Nietzsche lo profetizzava, infatti lui era un figo.
C'era un mondo in cui ogni uomo sapeva che non si poteva sapere tutto. La Bibbia spiegava abbastanza - o quantomeno ci provava - da poter vivere sereni; a tutto il resto ci pensava il timore di Dio. Il gregge del Signore cresceva e si moltiplicava in un recinto che dava un senso alle misure. A quel tempo grande o piccolo, bello o brutto, giusto o sbagliato, avevano caratteri precisi. Mi spiego meglio: mentre la morale cristiana - tuttora valida seppur immancabilmente inattesa - continua a definire per i credenti cosa sia il bene o il male, un tempo la fede includeva anche un concetto predefinito di grande o di piccolo, e anche di bello o di brutto, così come di vecchio o di nuovo e via dicendo. Quando la maggior parte delle persone crede qualcosa o vive come se lo facesse - che anche se non sono la stessa cosa, il risultato non cambia - le loro idee di giusto, di grosso e di rotondo, di malato e di verde, diventano concreti paragoni contro cui tutto si confronta. Con un punto di riferimento immobile e indiscutibile - in questo caso Dio - era facile dare i nomi alle cose...e ancora di più definirne le qualità. Non so dire quand'è che Esso sia venuto meno, e sinceramente il mio scopo non è scoprirlo. Fatto sta, che quando i pazzi sono diventati più numerosi dei sani,  le camice di forza hanno cambiato braccia. E' una mera questione statistica: è la vittoria del relativismo, un relativismo molto umano. Esempi: l'arca di Noè doveva essere sicuramente molto grande, per non parlare del monte del Purgatorio o dei sette cieli...però, diciamocelo, non costituiscono esattamente l'attuale esempio della possenza o della magnitudine. Allo stesso modo il diavolo o la morte devono essere molto brutti, tant'è vero che nessuno se li tatuerebbe sulle braccia o le utilizzerebbe per grafiche stampate su zaini o t-shirt (per non parlare di alcuni pazzeschi protagonisti di romanzi o film). Era un universo finito, ordinato e accessibile, attraverso la fede. C'era sempre un massimo, un migliore, un perfetto...Dio. Il mondo si è retto su queste misure certe per millenni.  Senza scadere nel banale, riflettiamo un momento su Adamo ed Eva e sul diabolico serpente. Alla luce dei ritrovamenti di Lucy (il cui nome deriva da una canzone dei Beatles, per chi non lo sapesse...e pensare che molti si arrabbiarono quando Lennon ammise che erano più famosi di Gesù!) e tutti gli altri australopitechi, credo si possa candidamente affermare che la Genesi sia una risposta sbagliata alla domanda "Da dov'è che veniamo?". Prima però non era lecito, né accettabile il porsi il quesito - e probabilmente vivevano tutti più tranquilli. Il fatto che la storia dei primi due amanti possa ancora fornire un insegnamento etico, non è argomento di discussione.

Dio è morto, e con lui tutti le altre divinità, gli ideali morali e spirituali; hanno lasciato un buco che  - seppur non sia stato riempito nel modo con cui Nietzsche auspicava - ha permesso il libero sfogo di noi esseri umani e finiti.

Ognuno di noi ha oggi la responsabilità di capire cosa sia grande o piccolo per sé stesso; tanto più quella di scoprire quale sia la propria idea di bello. Notare che responsabilità non implica che se qualcuno disattende tale richiesta, finisce dritto all'inferno. Anche l'inferno direi che è sostanzialmente morto. Credo che la responsabilità stia nel dover realizzare quello che il tuo cervello, influenzato dall'ambiente e dalla tua naturale inclinazione, ritiene essere giusto o sbagliato. Si tratta di un dovere che abbiamo verso noi stessi e la nostra natura, qualunque essa sia, pena l'infelicità - o peggio, l'indifferenza. In questo senso la morale cattolica, o buddista, o di qualsiasi altra ispirazione, non perdono di valore in senso stretto, semmai di universalità e di assolutezza in quanto non più riferibili a tutti noi. Il Vangelo resta un bellissimo esempio di virtù morale. Se tutti quanti ne seguissimo l'esempio, il mondo sarebbe un posto migliore; è ovvio anche per me che non faccio fatica a professarmi ateo. Questo infatti prescinde dal ritenere che effettivamente quel ragazzo morto sulla croce sia resuscitato o meno. Ama il prossimo tuo come Io ti ho amato - e cioè al punto di farMi ammazzare per te -, direi che non fa ancora una grinza come ragionamento.

Arriviamo adesso al punto centrale di tutto questo panegirico: chi ha riempito il buco di divina fattura? Molto semplice, la gente. Se ci fermiamo un secondo a pensare allo scopo di Facebook, delle trenta t-shirt, delle venti paia di scarpe, del diploma, del dvd del Titanic o di Pulp Fiction, dell'album degli Ac-Dc o di Britney Spears, di aver studiato 30 anni o lavorato altrettanti, di aver bevuto ettolitri di Coca-Cola o di Birra, della dieta o della palestra, del televisore da 50 pollici e della Mini Cooper...di quante possiamo giustificarne l'esistenza con un "perchè è necessario al mio modo di essere". Sembra una banalità, ma non lo è assolutamente: col mondo ci si confronta. Il non me ne frega niente di quello che gli altri pensano di me non esiste, è una cazzata. Tu sei e sarai sempre te stesso in funzione degli altri. Nell'incontro e nello scontro. Nessun uomo è un'isola. Tu non sei così perché ti ci hanno fatto, tu sei quello che fai, il modo in cui ti muovi e decidi. E questo si embrica in un gioco immenso di modelli e contatti virtuali, reali o televisivi che ti lega a tutto il resto del pianeta. Alla luce di questo appare molto difficile trovare valide scuse al fatto che sembriamo essere tutti uguali
Chi è la gente quindi? L'ambiente e la società con i suoi costumi e pregiudizi, suona un po' semplicistica come risposta. La gente è anche e soprattutto il sottile meccanismo con cui le mode e le idee si inculcano nella nostra mente...e quest'ultimo ha un nome preciso: marketing. Dio è morto, e al suo posto abbiamo eletto il consumismo più sfrenato. Un consumismo tanto materiale quanto intellettuale e spirituale. Non c'è un giudizio morale in questa mia affermazione.
Come in ogni epoca, ci sono persone capaci di sottrarsi a questo giochino diabolico, la cui personalità si esprime violentemente imponendosi sul resto della popolazione. Direi che mai come oggi ci è data quest'occasione di realizzazione come individui! Se non altro perché non rischi di finire arso vivo nel tentare...anzi, piuttosto ti staccano un assegno da qualche milione di dollari, se ci riesci. Certo, questa forma di vittoria è ben lontana dal superuomo - o Oltreuomo - tuttavia si sovrappone ad esso nella misura in cui quest'ultimo riesce a far coincidere la volontà del destino - o in questo caso della gente - con la propria.
Dobbiamo aspirare a questo? Beh se il discorso si limitasse all'imposizione sugli altri del proprio gusto musicale o nel vestirsi, probabilmente la risposta sarebbe no. Se però stessimo parlando di insegnare al mondo la propria idea di bello, o di grande, o di giusto direi che cominciamo ad avvicinarci all'obbiettivo. Galileo, Einstein, Picasso, Dalì, Gandhi e mille altri (anche se mille sono tristemente pochi) si sono avvicinati a questo. Gesù c'è indubbiamente riuscito, anche se magari la Chiesa non ha esattamente fatto propri tutti i suoi insegnamenti. In questa chiave, penso che anche figure come Hitler o Stalin abbiano raggiunto questo traguardo, seppur in un modo del tutto deplorevole e con i mezzi più abominevoli. Un ultimo esempio banale e molto limitato nel tempo ci è fornito da Steve Jobs: con le sue idee rivoluzionarie in fatto di estetica e di prestazioni, ha imposto uno standard, più o meno universalmente riconosciuto, nell'ambito dell'informatica e della telecomunicazione. Il suo iphone, a 5 anni dal suo lancio, è ancora l'incarnazione del concetto di telefono. (Un po' come Giuda col suo tradimento è stato la quinta essenza della bastardaggine per un paio di millenni...ma erano altri tempi.)

Arriviamo ora alla conclusione. Cosa implica l'assenza di un Dio - buono o cattivo che sia - che ci guidi e ci insegni dove sta il sopra e il sotto? La libertà. Anche in questa affermazione non c'è alcun giudizio etico. Un tempo si nasceva, si studiava o si lavorava, ci si sposava, si faceva dei figli, gli si costruiva una casa, si insegnava loro un mestiere e quindi si moriva nella speranza di una vita nell'Aldilà. Che si vivesse o meno secondo i dettami della religione era una scelta individuale, ma inevitabile: o si campava nel terrore dell'inferno, rigando dritto fino alla tomba, oppure si peccava bestemmiando e divertendosi. Questi sono due estremi ovviamente, ma il punto è che in entrambi i casi ci si scontrava necessariamente con un sistema definito e ordinato di regole e di precetti: l'idea di bene di stampo religioso o filosofico. O si aveva fede nel Signore e se ne seguiva il modello, o no, e se ne pagava - o godeva - le conseguenze. In un mondo ordinato secondo Dio, ossia un principio universale e perfetto, non c'erano alternative.

Oggi quasi nessuno, almeno della mia generazione, conosce più certi problemi. Magari non bestemmiamo (anche se solo per pura superstizione), così come non pecchiamo nel senso biblico del termine...eppure chi può affermare davvero che la nostra vita si esaurisca nella propria dedizione al Signore in vista di un bene superiore? Ci sono altri modelli da seguire, accettati dalla società, imposti dalla gente. Alzi la mano chi ritiene che non fornicare prima del matrimonio costituisca una buona regola di vita! V'immaginate sposarsi e poi trovarsi male a letto colla propria moglie? Assomiglia più o meno alla ricetta dell'infelicità. Il mondo dove siamo cresciuti noi non ha un recinto definito, né tanto meno un occhio che ci guarda dall'alto minaccioso. Noi non viviamo nel terrore di Dio, né sulla scia della sua promessa di una vita eterna per cui sacrificare la nostra. Certo, c'è a chi piace pensare di essere buono abbastanza per il Paradiso, e magari anche chi lo è davvero...ma ormai la loro fede ha perso quella forza di legge divina che prima sottometteva tutti quanti. Questi ultimi cristiani comunque, con una buona approssimazione, sono persone buone. E non è cosa da poco.

La libertà, intesa come l'assenza di un termine di paragone assoluto, ha un prezzo molto caro. Trovare la propria strada è diventato difficile. Messi davanti alla possibilità di scegliere qualsivoglia carriera, o donna, o canzone preferita etc. andiamo tutti più o meno in crisi. Ed ecco che scegliamo l'università basandoci più sull'idea del guadagno o del prestigio presso la gente, che sull'attenta scoperta delle nostre inclinazioni: quest'anno saranno oltre 2500 i ragazzi che affolleranno i banchi del test di medicina a Firenze, e credo sia lecito il domandarsi quanti abbiamo ricevuto il fuoco sacro di Ippocrate - e il perché il loro numero aumenti di anno in anno. Allo stesso modo il divorzio è diventata ormai una fisiologica fine di un amore. Per lo stesso motivo, belle bionde americane, che non sanno scrivere tre versi in rima, vendono milioni di copie di dischi - anche in paesi in cui nessuno capisce il testo. Mancando un idea assoluta di buono o di bello, ci si appella a qiella più condivisa - che spesso non coincide con la più condivisibile. Affidarsi alla gente è la soluzione più facile. Adesso abbiamo il Dio gente, che ovviamente di divino non ha proprio nulla. 

Ci sono però creature troppo fragili per poter sopportare questo mondo troppo grande da capire, e privo di una mappa. Anche loro tristemente crescono nel numero di anno in anno: sono quelli che chiamiamo pazzi, sciagurati, drogati, barboni, ritardati etc. Persone che non riescono a decidere per sé stessi, né a vivere secondo i costumi di una società a tratti obbiettivamente irrazionale. La dolce parabola dell'essere fighi ad ogni costo, ricchi e famosi...riscalda i cuori dei più ma chiude per sempre quelli degli altri. Non è un caso che i farmaci di gran lunga più prescritti al mondo siano ansiolitici e antidepressivi. Un tempo era la peste nera a mietere il gregge del Signore, oggi ci pensa la depressione. Ovviamente non tutte, ma buona parte di queste creature un tempo sarebbe riuscita ad avere una vita dignitosa, nel senso cattolico del termine. Il lavoro te lo trovava il babbo, la moglie te la raccomandava il prete, i figli più o meno li facevano tutti, anche perché c'era bisogno di braccia per lavorare. Sì, qui c'è un giudizio morale: la morte di Dio ha creato una selezione innaturale dei più fragili, che non sopporto. Nonostante m'ingozzi quotidianamente a questo buffet apparecchiato che è il mondo e sia quindi il meno indicato per dire certe cose, ho conosciuto sulla pelle della mia famiglia la sofferenza che crea il non riuscire a coincidere con i dettami del Dio gente. Creature interrotte, sospese in un limbo di pensieri e di sogni, sempre più impolverati col passare degli anni, costrette a ritagliarsi fette di pianeta sempre più piccole per poter stare bene. Mi rendo conto di partecipare io stesso a questo malefico gioco delle parti, essendo anch'io un pezzettino della gente. E sinceramente odio tutto questo. Non ha comunque senso il soffrirne. Semmai davvero dovrei impegnarmi per trovare il modo di cambiarla.

Siamo liberi di scegliere quello che vogliamo, e finiamo quasi sempre per farci del male o per fare come gli altri, a volte entrambe le cose. Eppure questa è la nostra occasione. Probabilmente l'ultima. 

2 aprile 2012

Darwin

Ho riscoperto il mio amore per la guida. Io, la macchina, l'ipod e la strada. Una di quelle poche situazioni familiari che descrive la tua esistenza nel riposo, in tranquillità. Mi piace cantare al volante, lo faccio dai 18 anni, dalla patente. Sono esercitatissimo. Ormai le serate karaoke sono diventate un must, nonostante la prima volta sia salito sul palchettino di un locale sia diventato tutto rosso e abbia perso di botto la voce e l'intonazione (nonchè la dignità e la spavalderia). Mi piace cantare De Gregori, di lui ho già scritto, l'unico autore che ha colto riflessi e colori che giurerei di aver visto da dietro i miei stessi occhiali...vorrei aver imparato a suonare una chitarra e a mettere in rima le mie idee. Adoro l'indie rock degli anni 2000, quello della mia generazione, inizialmente ignorato e sconosciuto e oggi giorno (ahimè) abusato e sbandierato dalle magliette anche di chi nel lontano 2001 (anno di pubblicazione di Is This It degli Strokes) era ancora tutto perso dietro Gigi D'agostino, Eminem, Britney Spears e tutta il resto della merda musicale con cui ci hanno torturato (e continueranno a farlo in eterno) le nostre radio. Adoro le sperimentazioni elettroniche e la musica intelligente, quella che non si balla per forza o si canta nei club, i nuovi generi che quotidianamente vengono introdotti nel panorama internazionale senza che nessuno all'ombra delle Alpi sembra accorgersi. Mi nutro di Radiohead e bevo Pink Floyd. Se potessi, farei di Up Patriots To Arms di Battiato un manifesto politico. Mi piace quello che mi piace, frase stupida ma non scontata, dettata dalla sensazione che troppo spesso piaccia ciò che piace ad altri. La mia macchina è il mio palcoscenico, il mio metro quadrato di libertà e di sollievo. Non posso imporre agli altri il mio gusto, nè fare mio il loro; un concetto decisamente più chiaro di mesi fa, ma ancora non poi così tranquillizzante. Mi sento diverso come sempre, ma ho visto per una volta le mie idee e posizioni sotto una luce nuova anche se forse intuibile già prima di partire/scappare.
Cose come normalità e stranezza sono puri concetti statistici basati sul numero variabile di individui attribuili alla prima o alla seconda categoria. Non so scoprire, per quanto mi sia sforzato, quale forza attragga i singoli soggetti verso l'una o l'altra via, ma quando i numeri cambiano vi assicuro che il mondo appare completamente invertito. Sono giunto alla conclusione - forse un po' banale - che chi si sente adeguato nel suo mondo, il paesino del Bottegone, la cittadina di Pistoia o il capoluogo fiorentino, ha raggiunto un livello di adattamento tale che sempre gli sarà difficile aderire ai modi e ai costumi di altri luoghi, terre, regioni, nazioni. Per questo chi ha saputo adeguarsi al proprio luogo tenderà sempre a rimanervi o a ritornarvi, creando e rafforzando lo stile e la mentalità che maggiormente aderiscono a quelle di chi, come lui stesso, vive e definisce quella stessa parte di mondo, e lo farà serenamente, senza dubbi o eccessivi aggrottamenti di sopracciglia o incomprensioni. La conseguenza di questi due concetti apparentemente slegati tra loro è una soltanto: essere chi vuoi essere, o più semplicemente chi sei, e magari stare bene nel farlo, dipende da quanto sei un disadattato e da chi hai intorno. Io sto bene in un posto grande, con tanta gente e poche posizioni fisse, poche idee predefinite sul come fare le cose o vestirsi; ergo io non sono adatto a vivere a Bottegone, a Pistoia o a Firenze; ma al contempo coloro che lo sono, molto spesso non sono in grado di apprezzare il restante mondo, se non nella misura in cui quest'ultimo è effettivamente simile al luogo in cui sono adattati e divenuti contenti. E questo ovviamente vale per la Toscana, ma a ben vedere anche per qualsiasi altro luogo sul pianeta. Io però non avverto questo disagio nella mia macchina, nella mia stanza, nelle piazze piene di turisti e in vacanza.
Credo ci sia una verità più profonda dietro tutto questo artificioso giro di parole, ossia che alla fine si possa trovare il modo di adattarsi a vivere in un posto anche canticchiando in macchina, svuotandosi lo stomaco da tutto il brutto che ogni giorno mangiamo stando a giro, e riscoprendo il bello, il nostro e il vostro; io stesso devo essere tanto brutto agli occhi di molti e mi dispiace se i miei discorsi - così come i vostri agiscono su di me - vi infastidiscono e vi fanno perdere di vista ciò che siete e che amate, se non per metterlo a confronto/scontro con gli altri. Basta scontri o litigi, e se proprio ci devono essere, laviamoci colle voci e le chitarrre, i pianoforti e i sintetizzatori. Esiste un posto per cui ognuno è adatto, ma se non lo trovate magari saremo in grado di essere felici un po' ovunque.
E ora, alla fine di tutte queste sibilline elucubrazioni dal gusto tristemente post-adolescenziale, vi lascio con una canzone, tutta per voi e per il vostro mondo

17 luglio 2011

Cappotto

"Ma cosa vuol dire il "bene" e la "felicità"? sono cose troppo difficili per essere definite. Quei cretini di filosofi che hanno passato le loro vite a parlare di queste cose pensando di sapere chissà che...Guarda che sono buono a farlo anch'io, tanto puoi dire qualsiasi cosa...Io, sono felice."
Federico B.