Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post

15 febbraio 2016

The Hateful Eight - L'odioso ottavo film di Tarantino



Sono cresciuto a pane, Tarantino e spaghetti western. Nonostante una buona educazione e anni di convivenza con persone di ogni genere e colore, non posso negare che un certo umorismo dal sapore squisitamente razzista e sessista riesca sempre a strapparmi qualche grassa risata compiaciuta. Questo mi rende una persona spregevole? Probabilmente sì, ma la cosa non mi turba molto. Vi dirò di più, quando mi sono seduto sulla poltroncina rossa al buio e davanti a me la scritta "l'ottavo film di Tarantino" appariva a lettere bianche su fondo nero, ho provato quella rara sensazione di essere il tizio giusto al posto giusto e pure circondato da miei simili.
Credo sia importante fare questa premessa per non essere frainteso in quello che sto per dire: The Hateful Eight è una delusione.

[ATTENZIONE: no spoiler - o quasi, non più del trailer comunque]
Intendiamoci bene, questo non è certo il primo buco nell'acqua del regista di Knoxville, alla cui lista di mezze cagate e filmucci dobbiamo ascrivere anche Jackie Brown e Grindhouse - A Prova Di Morte. Una media di 5 capolavori su 8 è un risultato invidiabile, ma evidentemente nel DNA di Tarantino è insita la tendenza a dover commettere un passo falso prima di sfornare pellicole del calibro di Pulp Fiction o Kill Bill.

Cerchiamo di mettere a fuoco le cazzate qui commesse da Quentin: mentre Jackie Brown peccava per una trama troppo lineare e la quasi totale assenza di originalità stilistica - il tutto condito da una delle peggiori interpretazioni di De Niro - il nuovo attesissimo lungometraggio non riesce a centrare l'obbiettivo per un'insopportabile pochezza di contenuti e un'insostenibile dilatazione dei tempi narrativi, che rendono i primi tre quarti abbondanti di film di una noia mortale.
Oltre a ciò, il film si distingue per dialoghi di volgarità epica anche rispetto al tutt'altro che politically correct Pulp Fiction. Diciamo pure che il numero di gomitate che "quella brutta troia succhiacazzi" di Daisy prende nei denti dall'inizio del film, smette già di essere simpatico raggiunta la dozzina - cosa che avviene nei primi venti minuti di riprese. Di gran gusto ho trovato anche la scena del pompino sotto la neve, che si distingue non solo perché l'unica girata in campo aperto - salvandoci dalla claustrofobia che domina il resto del film - ma soprattutto per la totale idiozia della cosa in sé. Infine riguardevole è anche il livello di splatter raggiunto tra teste spappolate, facials di vomito e palle esplose che rendono degno omaggio a quel cinema d'exploitation tanto caro al regista - cosa che aveva già più che abbondantemente dimostrato nell'altro flop A Prova di Morte.

Il punto debole del film comunque è sicuramente la trama: la pellicola non ha alcuna vicenda da narrare e si impernia sulla semplice idea - più o meno ben sviluppata - di mettere assieme otto loschi figuri dal grilletto facile. Mi immagino Tarantino che discuteva della sceneggiatura con quel coglione di Rodriguez dicendo; "Prendiamo una troia criminale, un bounty killer yankee, uno sceriffo mezza sega, un messicano del cazzo, un frocio di inglese, un generale sudista decrepito, un mandriano mammone e un fottutissimo negro cazzuto, li chiudiamo in una stanza e vediamo cosa succede". Indovinate voi. Anche il tentativo di dare un taglio originale alla storia, introducendo un narratore onnisciente che dialoga col pubblico tra una scena e l'altra, si traduce in fin dei conti in un mero esercizio stilistico, che non salva il film da una sostanziale piattezza - pistolettate e battutacce a parte.



La scelta del titolo, traducibile in L'Odiosa Ottavina, ci fornisce qualche altro spunto di riflessione circa le intenzioni originali dietro la sceneggiatura e i personaggi. Tarantino riutilizza due dei suoi attori feticcio, l'onnipresente Samuel L. Jackson (Pulp Fiction, Jackie Brown, Django Unchained e cammeo in Kill Bill e voce narrante in Bastardi Senza Gloria) e Michael Madsen (Le Iene, Kill Bill), assieme ad altri veterani Tim Roth (Le Iene, Four Rooms), Kurt Russell (Grindhouse) e Walton Goggins (Django Unchained) e su ciascuno di questi cuce un ruolo da perfetto figlio di puttana, completamente scevro di quel minimo di umanità presente in più o meno tutti i protagonisti degli altri film - per quanto nascosta sotto svariati strati di cattiveria. Il risultato è che il regista ci porta ad odiare ogni singolo elemento del gruppo, tenendo fede - almeno in questo - alle aspettative create.
Chi ha visto Django, sicuramente ricorda quanto disprezzabili fossero il maggiordomo Stephen (Samuel L. Jackson) e il mandriano Billy Crash (Walton Goggins), tanto che l'intera vicenda narrata trovava il suo acme nella trucidazione di entrambi. Bene, in Hateful Eight, Tarantino ripropone versioni alternative degli stessi due orribili bastardi e ce li innalza a pseudo-eroi della vicenda, quasi si divertisse proprio a far incazzare il pubblico. Anche in questo il regista riesce magistralmente, ma temo che a divertirsi nel farlo sia solo lui.

Il film è caratterizzato da una commistione di generi diversi, in linea con i lavori precedenti, da cui si discosta sensibilmente però per i temi trattati. L'ambientazione western di Django qui è solo una facciata, mentre manca quasi del tutto l'azione e la carica vendicativa di Kill Bill. Questa pellicola invece strizza l'occhio più al dramma psicologico/black comedy in stile Carnage di Roman Polanski, con un'infarinatura di giallo alla Agatha Christie, in cui le misteriose vicissitudini dei personaggi generano un vortice di conflitti personali e ideologici che costituiscono il vero motore della vicenda. Argomenti come la guerra di secessione, la schiavitù, e i "fottuti messicani" fungono però solo da sfondo al continuo gioco di sguardi di Leoniana memoria. Degne di nota in questo senso sono le classiche occhiate truci di Samuel L. Jackson - cui manca solo di dare una ciucciata dal bicchierone di Sprite e dilettarsi in citazioni bibliche, per rivestire i panni di Jules Winnfield di Pulp Fiction. Michael Madsen invece - ahimè - è ben lontano dai fasti del balletto col rasoio de Le Iene e dalla cordiale cattiveria di Kill Bill, per quanto il regista si sforzi di regalargli gli stessi primi piani dei suoi occhi di ghiaccio perennemente accigliati.


In conclusione nel film ci sono tutte quelle piccole cose che hanno reso celebre il regista, anzi forse ce ne sono fin troppe: dialoghi taglienti e volgari, primissimi piani di brutti musi, cattiveria pura, sangue, linea narrativa incasinata, colonna sonora perfetta e citazionismo sfrenato. A tal riguardo è impossibile non notare i riferimenti ai film di John Carpenter, con Kurt Russell al centro dello schermo circondato dal ghiaccio come ne "la Cosa" e che addirittura viene definito "jena" (vedi Fuga da New York e/o da Los Angeles). Tuttavia questi elementi, compreso il cast di primissimo ordine, non bastano a salvare la pellicola, che da un lato è orfana di una trama degna di una sceneggiatura alla "Tarantino" e dall'altra vittima di uno stile eccessivamente rilassato, compiaciuto e autoreferenziale.

Voto: 5 - da non (ri)vedere.

PS: Quentin, aspettiamo a gloria il prossimo capolavoro; sperando che davvero tu ti decida a girare il volume 3 di Kill Bill (o quantomeno a far rilasciare il materiale inedito già girato tra i primi due capitoli) oppure il lungometraggio dedicato ai Vega Brothers (Vic e Vincent, già protagonisti rispettivamente de Le iene e Pulp Fiction) che hai annunciato a più riprese.

1 marzo 2015

Puzzled 3.0 - Mancanze.



In questa settimana senza lavoro – a causa di un piccolo ma fastidioso intervento che mi ha fatto vincere 10 punti di sutura appena sopra l’inguine – è facile sentire la mancanza. Di cosa? Dei jeans, tanto per cominciare, perché la ferita duole sotto la presa dei pantaloni, nonché degli slip. Che altro? Beh sono qui fermo a letto – il vecchio lettone di casa Biagini, dove non dormivo da non so neppure io quando - e non ho nessuno da chiamare o il coraggio di farlo. Temo che questo stato di prostrazione fisica mi abbia reso fastidioso all'esistenza altrui.
E tutto questo pensare, dicevo, mi fa sentire le mancanze.

Io credo che una persona sola sia in grado di fare un numero molto limitato di esperienze. Per fare un paragone artistico, puoi passare tutta la vita sforzandoti di creare il tuo verde più brillante e il tuo celeste migliore, ma dovresti imparare quasi subito che - da soli - non fanno quasi mai una primavera. I colori degli altri dovrebbero essere visti come estensioni della tua tavolozza, un punto di arancio che non conoscevi, una sfumatura di lilla che non credevi poter realizzare. Certo, non tutti i quadri che verranno fuori saranno dei Monet o dei Van  Gogh, ma mischiando e sperimentando qualche tramonto decente ogni tanto verrà fuori.



Un gran giro di parole per dire due cose semplici: A) non si può vivere da soli, e B) non esiste qualcuno che ci completi. Eh no, perché le sfumature che puoi creare assieme alle altre persone è letteralmente infinito. Non voglio però essere frainteso, e quindi userò termini un pelo più prosaici. Non credo che il miglior modo di vivere sia trombare col pianeta intero tentando di completare le infinite combinazioni di razze e perversioni possibili, ma neppure che una persona possa ritenersi pienamente realizzata in un’altra soltanto, né dovrebbe aspirare a farlo. Questo vale per l’amore, l’amicizia e tutto il resto a pensarci bene. E ve lo dico perché quelli che mi mancano davvero oggi sono tutti i colori che ho creato nella mia vita passata. Mi sento solo? Può essere.

Ci sono legami che si creano senza scegliere. La famiglia, per esempio, così come il vicino di casa rompicoglioni o il collega cialtrone. Ce ne sono altri invece che senza scegliere, si sciolgono. Ho quasi 27 anni, e penso che il numero di persone che ho perso lungo la strada, sia maggiore di quello che sono riuscito a tenere qui con me. Sarà razionale, ma non è molto allegro come pensiero.

Una di quelle cose di cui non crederesti mai di sentire la mancanza quando cambi città, è il senso di disagio e goffaggine che pochissime creature al mondo ti instillano dentro le spalle e le ginocchia, come piccoli aghi che ti pungono sul vivo. C'era qualcuno così a Firenze, ed è inutile dire che non sia mai riuscito a fare niente di rimarchevole in loro presenza - se non presentare timide e idiote versioni di me stesso.
Chiamatelo avere una cotta o un debole per chicchessia...fatto sta che un giorno ti alzi e realizzi che non capiterà più di incrociarle per sbaglio ad un aperitivo o in fila alla Conad. E capisci anche che nonostante anni di silenzi, di attese e di rinunce, da qualche parte in fondo al cervello avevi sempre pensato che prima o poi sarebbe arrivata l'occasione giusta.
Non è successo, e forse quello che più ti brucia non è tanto il fallimento di questa ricerca, quanto il non aver più nessuno da cercare con lo sguardo mentre scegli il dentrificio. Capisci che più di quegli occhi in particolare, era quello che provavi sotto il loro sguardo, anche se invisibile dall'esterno e sostanzialmente spiacevole, ad essere speciale. Era una parte di te, di quel te che vorresti essere, che vorresti provare a realizzare e che devi consolare o premiare quando chiudi gli occhi sul cuscino. Era una parte di te, e non c'è più.

C'è un film molto bello, si chiama "Adaptation" - italianizzato come "Il ladro di orchidee" - che parla proprio di come vivere non coincida quasi mai col sentirsi vivere. La pellicola è autobiografica, e tratta di Charles Kaufman, uno sceneggiatore che non riesce a scrivere il film che voi stessi state guardando. Sembra molto complicato, ma non lo è.

Charlie Kaufman: There was this time in high school. I was watching you out the library window. You were talking to Sarah Marsh.
Donald Kaufman: Oh, God. I was so in love with her.
Charlie Kaufman: I know. And you were flirting with her. And she was being really sweet to you.
Donald Kaufman: I remember that.
Charlie Kaufman: Then, when you walked away, she started making fun of you with Kim Canetti. And it was like they were laughing at *me*. You didn't know at all. You seemed so happy.
Donald Kaufman: I knew. I heard them.
Charlie Kaufman: How come you looked so happy?
Donald Kaufman: I loved Sarah, Charles. It was mine, that love. I owned it. Even Sarah didn't have the right to take it away. I can love whoever I want.
Charlie Kaufman: But she thought you were pathetic.
Donald Kaufman: That was her business, not mine. You are what you love, not what loves you. That's what I decided a long time ago.



1.0   2.0

29 maggio 2014

Svolte del destino - ovvero: come ho portato il VIP a Via Verdi

"Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo". La citazione non è casuale.
Succede che dopo aver passato anni ad identificare la sintesi di tutti i mali del cinema italiano in una certa categoria di attorucoli capaci di riempire le sale più per la loro graziosità che per il loro talento (pressoché assente), uno finisca per doversi ricredere - almeno un po'. Fa ridere perché se mi avessero dato un euro per ogni volta che ho infamato il VIP in questione, a quest'ora avrei potuto tranquillamente darmi allo strozzinaggio.



Alcuni miei compagni di quest'avventura, terrorizzati dalla penna di Alfonso Signorini, dalla copertina di Novella 2000 e soprattutto dall'ombra di Fabrizio Corona, preferiscono rimanere nell'anonimato. E come contraddirli? Qui si parla di gente troppo importante. Li chiameremo quindi con degli pseudonimi: Gigi, Vito, Ciccio e Billeri.

La nostra storia inizia con un aperitivo. Il meraviglioso buffet a 4 euro della Salumeria di via dei Macci, che offre la possibilità di riempire per ben due - e sottolineo il due - volte il piattino di plastica con pasta, crostini e insalatine russe. Seduti su una trave poggiata su delle cassette di plastica a mo' di panchina, con un bicchiere di rosso scadente in mano e la bocca piena, stavamo lì a testimoniare quanto dolce può essere la vita del disoccupato. Con fare sprezzante guardavamo i clienti del rinomato ristorante Cibreo, seduti agli eleganti tavolinetti dall'altra parte della strada, a poco più di 3 metri. Firenze è unica in questo: turisti, signori, barboni e cazzoni che si divertono ognuno alla loro maniera nella stessa via e in piena tranquillità.
Ecco quindi che fa il suo ingresso in scena l'ospite a sorpresa. Arriva quasi di soppiatto - diciamo pure che nessuno di noi lo aveva riconosciuto - e si piazza proprio davanti alla nostra panchina. Incuriositi dal numero di persone che lo fermavano per farsi una foto, realizziamo in breve tempo di chi si trattava: niente popò di meno che di Riccardo Scamarcio. La scoperta fu accompagnata da sonori commenti. "Mah, nun è mica così fio..." "Ma che cazzo ci fa lui lì da solo al ristorante?" "Chissà le fie che nun s'è trombato" "Scusate, ma che film ha fatto?"
È curioso notare come alla domanda "Hai visto 3 metri sopra al cielo?" l'uomo italico abbassi lo sguardo e risponda a) sì per colpa (di quella troia) della mia ex; oppure fieramente afferma b) col cazzo.
Mentre spettegolavamo come gallinelle, il vino finisce e andiamo a prenderci un'altra bottiglia di rosso al vinaino lì dietro, lasciando Ricky da solo davanti al locale. Una volta tornati, il nostro eroe era seduto al tavolinetto lì di fronte, alle prese con l'antipasto, ancora solo. Era decisamente l'ora di rompergli i coglioni. "Vieni Giggi che ci facciamo una foto con Scamarcio" "Ma cu' cazz', non me la facc'a foto cu' sto strunz. Manco fosse o cantante degli Aerosmith." (scusate il pessimo napoletano)
Io e Vito andiamo (noncuranti del fatto che ci aveva sentito mezza strada). "Scusa lo so che ti si rompe i coglioni a cena, ma ci si può fare una foto?" Risposta inaspettata: "certo, venite di qua" e con un gesto ci invita al tavolo. "Volete un bicchiere di vino?" "Che vino è?" e lui, svelando indubbie doti enologiche: "È buono, è biologico!".  Non sono precisamente il tipo che fa tanti complimenti, tanto meno che rifiuta un calice, e quindi il momento dopo eravamo lì a parlare, gomito a gomito. Vito e Ricky sono conterranei, e la conversazione vira presto sulla Puglia, sull'emigrare, sul futuro di questo paese. Inaspettatamente Scamy si lancia in accorate filippiche dal gusto squisitamente marxista, un po' in stile autogestione del liceo. Ci dava del tu, e noi facevamo altrettanto. Il passo di lì a scroccargli le sigarette era breve, e noi prendiamo confidenza abbastanza alla svelta.
Si trovava a Firenze per il derby del cuore, dove aveva giocato per la squadra di Emergency, di cui è un grande sostenitore. Era rimasto in città per girare un film dei fratelli Taviani, le cui riprese peraltro sono iniziate nella mia Pistoia, dove ancora si trovava la troupe...il che spiegava il perché Scamy si trovasse lì da solo.
Le chiacchiere continuavano, intervallate da continue richieste di foto da parte di ragazzine, fidanzati di ragazze, signorotte e passanti. Ci racconta dei suoi due grandi sogni: fare il contadino e l'attore. "Sono stato fortunato, perché ho potuto fare entrambi. Sono un ZappAttore." (no comment)
Dopo una ventina di minuti anche il restio Gigggi si avvicina al tavolo, seppur senza mostrare un minimo di apprezzamento per Scamy, il quale invece continuava ad ammaestrare la folla coi suoi discorsi e a giostrarsi in mezzo alle richieste di foto allo stesso tempo. "Ma tu sei Scamarcio?" "No, sono Gabriel. Gabriel Garko."
In maniera molto dolce ed educata, io lo incalzavo cercando di carpire qualche aneddoto di piccole avventure amorose, qualche segretuccio del suo indubbio successo col gentil sesso. L'interrogativo che gli ho più volte riproposto, specie coll'aumentare dei bicchieri, suonava più o meno così: "Via giù, Ricca, qual'è la meglio fia che ti sei trombato?" E qui bisogna che spezzi una lancia a favore di Ricky, perché in tutta franchezza avrebbe potuto raccontarci qualsiasi stronzata, anche la peggiore delle sboronate, e noi ce la saremmo bevuta...ma quello alzava gli occhi, aspirava la sigaretta e rispondeva "Ragà, sono fidanzato."
Niente. Nulla. Ci ha lasciato a bocca asciutta.

Il tempo passava e la cena era finita, credo che lui non volesse stare in mezzo alla gente, fatto sta che quando gli propongo di venire a bere un bicchiere a Via Verdi 13, Scamy accetta di buon grado. Confesso che ci ha reso tutti molto contenti. Immediatamente scatta la telefonata a Ciccio (che era a casa). "Ci', ti porto a casa un ospite a sorpresa" "Sì, già me lo immagino...Vedi che io devo finire di studiare!" (il giorno successivo, mi avrebbe confessato che si aspettava di trovarsi in salotto un barbone di Piazza Salvemini.)
Vito, Giggggi, io ed altri - di cui non so se posso fare il nome - salivamo le scale a 3 a 3, finché non ci troviamo davanti all'uscio dell'appartamento. Ricky entra in casa e trova ad accoglierlo una selva di segnaletica e luminaria stradale, fermate dell'autobus, Manuela la manichina, bandiere scritte a mano e l'immancabile cartello: AMICI MIEI QUI SI TROMBA...e gli piace. Grande.
Ciccio lo vede "E tu cosa ci fai qui??!". Bia, la coinquilina brasiliana, invece lo osserva con un impagabile sguardo da "Quindi questo qui sarebbe un attore famoso e bello?".
Ci mettiamo sui divani, il vino rosso scende e la conversazione adesso ruota attorno a...Pasolini. Per rispetto, non citerò niente, ma vi racconto che Scamy insiste per farci vedere un video più o meno incomprensibile, argomentandolo in maniera altrettanto criptica. A salvarci dalla deriva culturale, interviene l'ultimo coinquilino. La porta di casa si spalanca, e Billeri percorre il corridoio a grandi falcate fino al soggiorno.
"O te?" "Il che ci fai qui?" "Biagio, quando tu m'ha detto che c'era gente famosa a casa, pensavo ci fosse gente importante davvero. Che so...Magalli." Ridono tutti. Scamarcio compreso.
"Senti ma ce l'hai dove dormire?" "Grazie, ma sì." "No via, diccelo...vuoi rimanere qui?" "Tranquillo, ho una camera" "Sei sicuro?" "Ma li vuoi due euro? Non fare complimenti" Ricky ride ancora, e noi con (di) lui. Viene stappata un'ultima bottiglina di rosso, di quella del nonno del Billeri. Un vinellino onesto, che anche l'attorone dimostra di apprezzare.
La serata giungeva infine al termine, lo accompagniamo tutti all'hotel, vicino al Ponte Vecchio. Prima di uscire Scamy ci autografa il muro. Sulla strada altre persone ci fermavano per le foto, finché Ciccio "E con me la foto non ve la fate?" "Tu chi saresti?" "Come chi sono io?! Io sono la Rivelazione. Ho fatto un Medico in Famiglia." Scena meravigliosa: Ricky che fa la foto a Ciccio con i suoi fan.
Arrivati al ponte è il momento dei saluti e degli autografi. Billeri in particolar modo tira fuori un quadernone, glielo mette in mano e comincia a dettare "Scrivi: la situazione..." "La situazione te la scrivi da solo." E con quest'ultima cazzata lo salutiamo.

Insomma, a voi il giudizio...il mio è che nonostante non abbia mai visto un film con Riccardo Scamarcio, tranne Romanzo Criminale - che è bello - ne ho sempre avuto una brutta opinione. Ho sbagliato, e mi scuso. Non era da tutti assecondare dei cretini come noi.



18 aprile 2014

La grande vuotezza

Se il vuoto che ti riempie
muta nobili vocazioni
in trite evasioni scempie,
ricercando ispirazioni,
nella musica, perditi;
sperando che la melodia
risvegli pensieri sbiaditi
nelle stagioni di amnesia.
Imprigionarli tu non puoi
come la mano con il fumo,
sol coi polmoni, se vuoi,
riassaporane il profumo.

Costruiamo su cadaveri
vissuti sul palcoscenico
della vita, fino a ieri.

Insegui sempre l'autentico:
coprendosi di squallore,
andando di bocca in bocca,
non muterà mai di colore.

Niente realmente ti tocca,
non è alle idee altrui,
che devi della coerenza,
ma a te stesso solamente:
bisogna che ti riabitui
al pensier, all'irriverenza,
e al viver unicamente.

Ho passato gli ultimi due giorni più o meno in ciabatte e pantaloncini, senza mai mettere il naso fuori di casa tranne che per comprare le sigarette. Sì, ho ricominciato a fumare - come se avessi mai davvero smesso. E allora mi chiedo io, quali sono le grandi idee cui dovrei la mia coerenza in questi giorni? Sono stanco, non dormo bene, come sempre. Un tempo credevo che fosse colpa dell'ansia - quella di ogni studente di medicina - esami, scadenze e menate varie. Poi ho creduto dipendesse dalla situazione in casa, i soliti casini, coi loro alti e bassi. Adesso che sono un felice essere umano inserito in una rete di relazioni sociali, comincio a sospettare che il  mio corpo ritenga ci sia qualcosa di meglio da fare che dormire. La domanda quindi forse è un'altra. Cosa fare oggi?
Ho questo bisogno costante di parlare, di correre, di conoscere persone, di scrivere, di studiare, di lavorare, di divertirmi...credo che quest'irrequietezza di base sia legata a un bisogno segreto - poco originale, peraltro. La necessità di non sentire. Che cosa? Il niente, l'inutilità di questa e quella cosa che facciamo, l'inutilità di un po' tutto, in fondo. Comincio a credere che, in fondo, noi vogliamo avere da fare. Gli obblighi e le scadenze ci spingono fuori di casa, ad usare il cervello e le mani. Il famoso otium latino, non è roba da tutti, sicuramente non da me. Direi che è un po' triste, ma tanto queste sono chiacchiere.

Forse però il niente che sento e da cui sto cercando di fuggire è qualcosa un po' più profondo; e non saprei dire in quale misura esso dipenda dal non riuscire a trovare niente per cui valga la pena di spaccarmi il culo, e quanto invece dal non avere le palle di lottare per quello che credo di volere.

Basta lamenti, questi sì, che non servono a un cazzo.
Ho visto la "Grande Bellezza": mi è piaciuto moltissimo. L'ho trovato spietato e adorabile. Jep Gambardella - Tony Servillo - è una creatura assolutamente affascinante, nonostante il fare lezioso e la vacuità della sua esistenza. Una contraddizione vivente, al limite del surreale, e per questo del tutto irresistibile...un po' come tutta quella massa di cialtroni da due soldi che ci vengono presentati nelle due ore di feste, palazzi e giardini: inizi col disprezzarli, poi ne hai pietà e quindi finisci per capirli. La grande bellezza forse è un po' il niente di cui parlavo prima, solo che Sorrentino lo sa spiegare meglio. Molto meglio. Non ho i mezzi tecnici per descrivere in maniera decorosa le riprese del film, in ogni caso ci tengo a dire che ci sono scene del film che sono visioni di una perfezione assoluta.


Capisco perché abbia vinto l'oscar: cosa può piacere agli americani più del casino, dei soldi e della fessa? L'altro giorno mi è capitato di vedere l'Mtv Movie Awards...la sola deduzione logica che se ne può trarre è che l'unica cosa più figa di una bella topona coperta di gioielli e seminuda che fa battutine sessuali su un palco davanti a milioni di giovani coglioni, sono due belle topone seminude che ballano. Sono un popolo di selvaggi, diciamocelo - scusate il razzismo. Noi non siamo molto meglio, però per fortuna abbiamo Roma che ci ricorda sempre che cos'è bello davvero.

21 settembre 2013

The Royal Tenenbaums

ATTENZIONE SPOILER: la seguente recensione svela particolari della trama. 
Se siete interessati alla visione del film, fatelo prima di leggere.
Se non siete interessati, prima leggete e poi andate comunque a noleggiare il dvd.
Se avete già visto il film e vi ha fatto cagare, date libero sfogo alle offese.
Una perla. Wes Anderson crea fin dai primi 30 secondi una cornice perfetta, dipingendo una casa delle bambole dove si muovono personaggi magistralmente caratterizzati, al tempo di una colonna sonora cucita su misura per ogni inquadratura. In questa pellicola c'è tutto: affetto, odio, depressione, droga, funerali, cani, tute dell'Adidas e dolcezza - tanta dolcezza. Una commedia che fa ridere sottovoce, senza volgarità e senza disturbare il vicino...e non sono molti i film che possono vantare tanto.
E' la storia di una famiglia speciale, composta da dieci bizzarre creature e tenuta assieme da 22 anni di tradimenti, litigi, incomprensioni e fallimenti - nonché dall'amore di una mamma ingrigita.
Da una parte sta Royal Tenenbaum, un padre deplorevole nella sua infinita bastardaggine,che si strugge nel tentativo di riconquistare l'amore dei figli e della splendida moglie, anche se spinto più dal capriccio che da un reale sentimento: è un bugiardo patentato che ricorre ai più meschini dei trucchi per raggiungere i suoi scopi, finendo però con lo scoprire un amore sincero verso i suoi cari - seppur fallendo miseramente nella sua impresa. Dall'altra ci sono i giovani Tenenbaum, in cui genialità e stupidità s'intrecciano formando un arcobaleno di caratteri che abbraccia quasi tutte le persone del pianeta. Il maggiore è Chas, un vedovo nevrotico che non riesce a piangere la recente perdita, ridotto a sfogarsi nell'ossessivo affetto per i figli, sue fotocopie sputate - stile Mini Me - e nell'inspiegabile disprezzo per il proprio cane. Viene quindi il dolce Richie, tennista profondo e sensibile, appassionato pittore e ritrattista dal dubbio talento, che gira per il mondo cercando di guarire dalle pene di un amore poco ortodosso. Ed infine la figlia adottiva Margot: un mistero biondo e maledetto che nasconde una drammaturga libertina colpita dal blocco dello scrittore, nonché da un velo di depressione.
Adoro questo film, è inutile nasconderlo...nel rivederlo decine e decine di volte, prima di dormire, si scoprono quei particolari sottili che il regista ha nascosto con cura maniacale nei ritratti appesi al muro, nei trofei in camera di Richie, nei taxi inspiegabilmente malconci - gipsy cabs - o nelle pagine dei libri che annunciano i capitoli della storia.
Un cast d'eccezione impreziosisce il tutto: l'inossidabile Gene Hackman interpreta il pater familiae, sfoggiando una sorprendente interpretazione comica, che lo rende degno protagonista e fulcro di tutta la pellicola; viene poi la splendida Anjelica Huston, non a caso eletta a musa ispiratrice di Wes Anderson, che intrepeta Etheline Tenenbaum ossia la quintessenza della maternità e della femminilità; Gwyneth Paltrow, Ben Stiller e Luke Wilson, sono invece tre giovani rampolli di cui sopra; in particolare quest'ultimo - oltre ad essere co-autore della sceneggiatura - risulta assolutamente indimenticabile nella sua tenerezza; infine Owen Wilson e Bill Murray - altra costante delle commedie del regista americano - concludono il quadretto familiare con la loro stravanganza genuina.
Una scena su tante: l'incontro tra Richie e Margot alla stazione dell'autobus.
In buona sostanza, si tratta di uno dei miei film preferiti: il voto è chiaramente 10, anche se non credo di poter essere molto oggettivo.

10 settembre 2013

Non è un paese per vecchi

ATTENZIONE SPOILER: la seguente recensione svela particolari della trama. 
Se siete interessati alla visione del film, fatelo prima di leggere. 
Se non siete interessati, prima leggete e poi andate comunque a noleggiare il dvd.
Se avete già visto il film e vi ha fatto cagare, date libero sfogo alle offese.
Si tratta di uno dei film più discussi degli ultimi anni. Per alcuni un capolavoro, per altri una cagata pazzesca - o peggio: la quint'essenza della noia. Panorami spettrali e silenzi dilaganti fanno da protagonisti in una delle pochissime pellicole volutamente senza colonna sonora. Tre personaggi si districano tra i nodi di una trama inconsistente, in un inseguimento infinito e inevitabile. Un triangolo bizzarro che collega un veterano del vietnam a l'hitman più spietato della storia del cinema e ad un poliziotto ingrigito. Tommy Lee Jones è il vecchio del titolo, uno sceriffo che sente il peso dei suoi troppi inverni in sella al cavallo. Egli non concepisce la violenza del traffico di droga che devasta il Texas degli anni '70, tanto meno la follia omicida dei primi serial killer. A mio parere è il personaggio meno riuscito, colla sua nostalgica passione che, sostanzialmente, aggiunge molto poco al nucleo del film - costituito da un duello di sguardi e stratagemmi. Filtra la realtà col suo incredulo disprezzo, che si aggiunge sicuramente a quello della platea che non ne capisce le farneticazioni.
Nell'estenuante attesa che precede lo scontro tra Llewelyn e l'inarrestabile Chigurh, ci viene presentato un sottile gioco mentale che, in definitiva, non porta a niente. Se volete, è un po' il film delle aspettative tradite; eppure è sorprendente nei suoi colpi di scena che smuovono una vicenda apparentemente lineare.
L'uniformità della storia è strettamente legata al personaggio di Javier Bardem: qualsiasi proiettile lo ferisca, o qualsiasi cosa esploda, sai sempre e comunque che lui arriverà dove deve, con in mano il suo fucile silenziato. L'attore spagnolo sfoggia una delle più grandi interpretazioni di un cattivo, valsagli un oscar sacrosanto. Tanto più se si prendono in considerazione i ruoli sdolcinati o strappa lacrime cui ci aveva abituato con Il Mare Dentro o L'Amore Ai Tempi Del Colera, e proseguiti con Vicky Cristina Barcelona. Il suo killer non ha niente di umano nello sguardo vacuo, nell'andatura ferma e leggera, nella ferocia fredda e priva di passione. E' uno squalo che insegue una sottile scia di sangue, lasciandosi dietro un mare impregnato di rosso. Il taglio di capelli da angelo, la tenuta di jeans da coglione americano, l'immancabile bombola di ossigeno - normalmente utilizzata per abbattere le vacche: ecco cosa riflettono i suoi occhi neri senza fondo, quando ti fissano: bestiame, carne da macello o poco più. Disumana è l'attenzione che mette nel non sporcarsi i piedi e la sua serenità nel far roteare in aria una moneta. "Scegli" "No. Io non voglio scegliere." "Scegli" "Non è la moneta che decide; a decidere sei tu" "Io e la moneta siamo arrivati allo stesso punto". Sovrumana è la sua ineluttabile presenza: sembra il cupo mietitore che con la falce in mano raccoglie, sempre, i mesti frutti del suo operato.
Ha delle regole. Una disciplina folle che si giustifica da sola, nella costante vittoria sui suoi avversari.

Il tratto più enigmatico del film è probabilmente il finale. Cercando su internet ho trovato più richieste di una spiegazione al riguardo...senza peraltro trovarne una convincente: apparentemente fedele alle sue regole, Chigurh si reca nella casa della vedova Moss, per mantenere fede alla tremenda promessa fatta al defunto marito. I Coen ci lasciano intuire l'accaduto dal modo con cui il killer si studia gli stivali sulla soglia di casa...eppure non sappiamo quale sia stato il risultato del lancio della monetina. Che l'infallibile Chigurh, preso in contropiede dalla reazione di lei, abbia sparato senza averla lasciata decidere? Questo forse spiegherebbe il tremendo incidente che colpisce il maniaco: un destino angustiato per questa sua mancanza - o altrimenti del tutto inspiegabile - lo ha ripagato facendo bucare un rosso ad un autista qualsiasi, fracassandogli un braccio.
La pellicola si chiude con i due sogni dello sceriffo ormai in pensione che, se messi assieme al discorso di apertura, dovrebbero giustificare il titolo del film (e del romanzo da cui è tratto). Nel primo, suo padre - anch'egli sceriffo - gli aveva prestato dei soldi che lui ha perso. Nel secondo il genitore lo precede a cavallo con una torcia in mano. Credo che l'unica interpretazione possibile sia proprio quella della mitizzazione dei bei tempi andati , che egli personifica nel padre - più volte citato durante la pellicola. Il primo è la sensazione di fallimento che prova guardando ai suoi giorni. Il secondo è la soddisfazione di aver comunque tentato di seguire le orme del padre nella sua carriera.

Voto: 8. Una trama singolare, un finale agghiacciante e il killer più figo di sempre...tre motivi più che sufficienti per guardarlo.

18 marzo 2013

Noi siamo infinito

Un ragazzino abbraccia la vita in piedi sul cassone del furgoncino lanciato in galleria, stringendo sulle note del Duca Bianco un attimo che vale sedici anni, o venticinque. E' innegabile, stiamo invecchiando. E con il passare dei giorni di quotidiano impegno e costruttiva abnegazione al futuro, si dissolvono piano piano i sogni e le canzoni, le sigarette fumate, il gioco ossessivo, le prove di resistenza all'alcol e al pubblico ludibrio che hanno colorato il passato.
Non ci assomiglia più neppure la foto qui nel blog.
Oggi pensavo che forse non serve a niente sforzarsi tanto di andare avanti se poi finiamo col perdere quello che più ci piaceva...ma perché allora troviamo il rimanere indietro così soffocante? Troppo spesso la maturità appare costruita sull'oblio forzato di cosa vuol dire essere giovani. Il tentativo di essere migliori degli altri non è meno infantile del non voler abbandonare un'esistenza fatta di giochi ed egocentrismo.
Ruggisce dentro di me la voglia di scrivere il mio nome su ogni muro della città, il bisogno essenziale di far sì che ogni gesto urli al mondo la mia presenza, che ogni mio pensiero s'incida nella mente di ciascuno...e fatalmente si scontra colla quotidiana ricerca di normalità e riconoscimento degli altri che alimentano il motore di una sana integrazione sociale.
Poi alla fine l'ho capito: sono fortunato a poter passare la vita a tentare di risolvere questi problemi.

Ho visto un film molto bello, si chiama Noi Siamo Infinito (titolo originale The Perks of Being a Wallflower) ; inutile dire che ha finito col dare una bella girata al mappamondo di pensieri che da forse troppo tempo si annoiavano gravitando nell'orbita di una vita monotona.



21 dicembre 2012

Io volevo essere Barry Lyndon

E' bastato uno sguardo al televisore ieri sera per ritrovarmi steso sul divano che non esiste più nel soggiorno della casa che non è più la mia: sono lì, a sognare ascoltando il nonno che spiega i retroscena di un film troppo bello per essere capito da un bambino - né forse sarebbe opportuno il mostrarglielo; da piccoli vedendo una pellicola con una persona cara si finisce coll'affezionarsi alle scene, impariamo a fischiettare la marcetta militare, chiudiamo gli occhi ogni volta per non vedere la pallottola che trafigge il protagonista, e ridiamo sempre quando il nostro eroe si batte a mani nude col colosso dai capelli rossi e questo accade nell'incoscienza degli intrecci della trama e di tutto il resto; da grandi si guardano i vecchi film e si scopre la magia delle celebri riprese al lume di candela, la colonna sonora perfettamente disegnata, ridiamo a denti stretti per la sottile ironia del narratore...e mentre cerchiamo di spiegare agli altri quello che ci ha emozionato - più o meno inutilmente a dire il vero - sprofondiamo nel nostro passato.

Ci sono pellicole meravigliose, ho passato anni alla loro ricerca e collezione; ma la verità è che un film è bello davvero solo quando le scene diventano un pezzo della tua infanzia, o un ricordo, una sera passata nudi sul tappeto di camera raggomitolati nel piumone strappato al letto per scaldarci, o un sogno, vivere una vita come quella disegnata sulla luce bianca dello schermo.
Barry Lyndon è uno di questi pezzetti del mio passato, forse quello più impolverato, ma non meno dolce. Mi manca mio nonno. Mi manca chi ero quando lo guardavamo. Mi manca il modo con cui guardavo il futuro da bimbo.
Credo o forse credevo di avere abbastanza sale in zucca e palle per fare quello che volevo della mia vita. Oggi faccio fatica a riconoscere il mio stesso naso sotto la coltre di vesti che la quotidianità ti costringe a portare. Ho ancora una ragazza bellissima che si scioglie al telefono in una cascata di riccioli mori e risate. Ho trovato un appartamento, una casa, piena abbastanza di gioventù liquida e di situazioni  da sollevarmi delicatamente dalle ore spese immerso in un ultimo anno di università altrimenti grigio, inesauribilmente grigio. Mi trovo proiettato in ambienti e situazioni mai vissute anche se già a lungo studiate sui manuali di medicina. Mi manca il sognatore incantato che passava i pomeriggi a fumare guardando fuori dalla finestra e rumoreggiava nelle notti preda dell'alcol e della frenesia. Ma soprattutto mi mancano nuovi ricordi.
La vita, ancora una volta, in questi autunni noiosi si incaglia e rallenta, nonostante il tempo corra veloce come sempre.
Domani ho il primo vero esame di questo ultimo anno, sabato 22 Dicembre: Neurologia...eppure io ora dovrei essere perso da qualche parte in Europa, magari a guadagnarmi da vivere come soldato o vagabondo e a conoscere il mondo di cui, pur essendo sempre lo stesso, ci dimentichiamo di quanto sia grande e quanto poco sia il tempo che ci rimane per scoprirlo.