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25 aprile 2018

Fibrillazione

"Primavera non bussa, lei entra sicura 
Come il fumo lei penetra in ogni fessura 
Ha le labbra di carne, i capelli di grano 
Che paura, che voglia che ti prenda per mano 
Che paura, che voglia che ti porti lontano"

Un pensiero a primavera non ve lo nego.

Il mattino ha l'oro in bocca e io la barba sbavata di dentifricio. Al fluoro mentolato segue l'amarezza del caffè stemperata dalla dolcezza di uvetta e sfoglia, ed infine sublimata dal calore di una nuvola di fumo. Il resto della giornata è scandita da parole masticate troppe volte per poterne ancora apprezzare il sapore. Si scopra il torace. Si sdrai sul lettino. Faccia dei respironi profondi. Tossisca. Formule magiche ripetute religiosamente, riempiendo i silenzi della mente ma senza che nessun prodigio si avveri.

Passi troppo poco tempo a farti domande e ancora meno a cercarne le risposte. Forse non ne senti più il bisogno. Forse dai troppa importanza ai minuti che avanzano al lavoro - quelli in cui non stai cercando del cibo o ricaricando le batterie - per sprecarli ad inseguire grilli per la testa. Forse non sei più felice di un tempo, hai semplicemente smesso di chiedertelo perso nell'inverno di un ospedale qualsiasi.

La cittadella dei malati dorme sicura dietro la severa facciata razionalista, mentre tu metti in letargo desideri e voluttà, ormai ipnotizzato dalla ninna-nanna fatta di bip e colpi di tosse.

Intanto però il verde si arrampica furtivo sulle mura di marmo bianco, cullato dalle tiepide piogge di Aprile. D'un tratto la fioritura esplode dalle finestre senza maniglie, in un arcobaleno di vetri rotti e profumi che intasano i condizionatori e i respiratori pieni di amuchina. Una tempesta di petali di geranio arrossa le gote anemiche, come leccate di una leonessa irruenta e materna. Il sole filtra la nebbia in una salva di colori che ferisce i pensieri mollicci e ammuffiti .


La battaglia si consuma in un lampo, mietendo stuoli di autoconvinzioni e sicurezze impolverate.

Tu rimani lì, a contare le vittime a tentoni, col fiato corto e le orecchie che fischiano, abbagliato da tanta bellezza. La vampata di calore scioglie in un momento i nodi alla gola e riaccende la fucina dei sogni. Ti risvegli nei panni del poeta da quattro soldi, con qualche capello in meno e tanta voglia di continuare a scrivere la tua novella.

L'accenno di abbronzatura e il sorriso sulle labbra non tradiscono però la ferita che si apre poco più sotto. Cercando di tradurre i pensieri in versi, sei inciampato in una di quelle parole che non fa rima con nessun'altra. Basta un solo verso sbagliato a rovinare una poesia. Una sirena sgraziata si alza, distorcendo la dolcezza della melodia appena dischiusa dal sole.

Il cuore perde un colpo, poi un secondo e infine un terzo. Non sa più tenere il ritmo di tanta vita tutta assieme. Nel breve silenzio che divide due battiti, il suono si fa largo. Sgradevole, cacofonico, dissonante e sfortunatamente familiare.


Preferisco raccontarvelo io che lasciare che le voci corrano. Da poco più di un anno soffro di fibrillazione atriale. Sì, lo so, sono il colmo di un cardiologo. Presto mi sottoporrò ad una procedura per cercare di farla andare via.

Sono amareggiato e un po' spaventato. La cosa è diventata ingestibile da quando mi sono trasferito a Milano, dove mi trovo tutt'ora per un periodo di formazione.

Dio quanto volevo fuggire da Pisa. Ed ora, ironia della sorte, proprio lì devo tornare per cercare di guarire.

Milano è bellissima in questo periodo e io in fondo mi sento fortunato per essere qui, anche se per poco tempo e col cuore che funziona a singhiozzi. E' un po' come quando sei innamorato, non è quanto la vedi o cosa fate assieme, quello che conta davvero è sapere che esiste - anche se ti fa stare male.

6 febbraio 2016

L'importante è andare avanti - Lettera aperta ad amici, compagni ed amanti

Non ci siamo sentiti per un po', è vero.
So che un semplice mi dispiace non ti basta, e che oltretutto suonerebbe ipocrita.
Ti devo delle spiegazioni, e sono qui per dartele - per quanto non sia sicuro che serva a migliorare la situazione.

Dall'ultima volta sono successe tante di quelle cose che non vale neanche la pena di stare qui a elencarle. E' sempre così con le cose: succedono - e in generale lo fanno troppo in fretta.

La vita da specializzando ha dei ritmi assurdi.
La rotazione trimestrale delle turnazioni genera una continua confusione nella tua giornata tipo, che oscilla tra la vacanza-studio pagata e lo sfruttamento di stampo negriero. Al trimestre di mezze giornate lavorative si succede un altro di segregazione in corsia, in cui parole come solitudine e stress assumono nuovi e terrificanti connotati. Nella monocromia della vita di reparto, la deprivazione sensoriale finisce col metterti in contatto col tuo animale guida interiore - anche solo per fare due chiacchiere con qualcuno che non sia in uniforme o in pigiama. Tanto per la cronaca, il mio è una volpe in doppio petto di velluto, nostalgica dei tempi passati a rubare galline di nome Mr Fox.


In questo costante ri-adattamento dei bioritmi impari a valorizzare veramente i momenti di tempo libero, per lo più seppellendoti nel letto alla ricerca del sonno perduto tra guardie di notte sfortunate e weekend di congressi. E così passano i giorni e i mesi, finché poi una mattina ti trovi in ambulatorio le nuove matricole senza che tu neppure ti sia accorto di non esserne più una.
Dove cazzo è finito il mio primo anno pisano?

La via dello specializzando è tutt'altro che rettilinea.
Assomiglia all'autostrada A 12, direzione Genova. La strada inizialmente fila dritta fin oltre la Versilia, scivolando sulla piana che scorre tra il litorale a occidente e le Alpi Apuane a oriente. Poi d'improvviso le montagne sembrano franarti addosso mentre la marea risale fino ad inondare la carreggiata, così che quando non sei costretto ad assecondare le asperità della costa ligure, finisci inghiottito da un tunnel.
Ogni volta che ne riemergi, la luce muta e con essa l'azzurro delle onde, ora blu cobalto e ora grigio plumbeo; il manto di ombra proiettato dall'arco di roccia bruna scompare dietro la curva e torna ad abbagliarti la distesa di abeti e faggi, baciati dai raggi di sole in un trionfo di verde.
La montagna però ha ancora fame e ti rivuole nella sua pancia nera e arancione per poi risputarti fuori, sotto il cielo, adesso ingolfato di nuvole fumose e gremite di pioggia. Mentre gli appennini continuano a masticarti, il tergicristalli scandisce come un metronomo lo scorrere dei chilometri che ti dividono da Genova. Una sottile patina di condensa si forma sopra il cruscotto, rendendo il golfo e le sue insenature un'unica macchia sfuocata di asfalto, su cui file e file di palazzi stanno ritte per magia come tasselli di domino.
Ormai il sole si spegne lontano, tuffandosi in una schiuma infiammata che separa il buio delle montagne dall'orizzonte. E' notte, e i lampioni sparsi sulla costa nera a malapena ne segnano il confine dalle acque altrettanto oscure.

Tu però sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.
Prima almeno ci provavi a telefonare agli altri, quelli rimasti a casa e quelli scappati altrove. La linea però, cade ad ogni maledetta galleria, e ben presto il fastidio per le conversazioni interrotte supera il bisogno esplicito di risentire le voci amiche.
Le chat e i social forse aiutano a sentire meno le distanze, ma sicuramente non funzionano con le mancanze.
Le cose che passano dal finestrino non ti colpiscono davvero. Le cose passano davanti agli occhi senza avere il tempo di fissarsi sulla retina e inchiodarsi in quello strato molliccio di cervello dove sta la memoria. Passano i paesaggi, i volti, le strette di mano e gli abbracci.
Tu tanto se sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.

Se ti dicessi che non ho più fatto salire nessuno a bordo, ti direi una cazzata. Tu mi conosci e sai bene come sono fatto. Anche i passeggeri come i panorami, passano e cambiano a cadenza trimestrale.

L'unica cosa che non cambia è l'ingenuità di essere lo stesso di quando ho girato le chiavi nel cruscotto poco più di un anno fa. Pur ammettendo che ciò sia possibile, se mi fermassi proprio in questo istante, mi troverei semplicemente solo e lontano. Lontano da te, dagli altri e da tutti quelli cui frega qualcosa di chi sono o di chi ero. Ma anche lontano da dove voglio arrivare...



Non volevo essere così pesante. Scusami. Oggi è una giornata piovosa, e la mia metereopatia non accenna a migliorare. A dire il vero, questo è un periodo fuori dal tunnel dell'ospedale e io sto sostanzialmente bene.
Questo ritmo frenetico ha il lato positivo di farti dimenticare tanto quei giorni indistinguibili gli uni dagli altri, quanto quelli in cui assisti alle tragedie vere.

L'importante è andare avanti.

Tu e gli altri siete rimasti indietro, ma almeno so dove guardare.
Se ti scrivo è per dirti che almeno tu non passi. Anche se forse a non passare, è solo la mia idea ingenua di te che avevo prima che girassi le chiavi nel cruscotto.

13 agosto 2015

Di Pisa, del caldo e di quell'artre 'azzate

La voglia di lavorare è ormai ridotta a poche stille che evaporano nel caldo insostenibile di quest'estate. Sono schiavo qui, a Pisa, altrimenti nota come la città più afosa dell'italica penisola.

Nel Dialogo Sui Massimi Sistemi, Galileo così diceva della sua terra natia: "Deh, ci si ribolle". E ancora nel Sidereus Nuncius "Pensa che sul Sole fa'n cardo bestia che pare di sta' a Pisa!".
Anche il Boccaccio ha scritto alcune righe in merito all'ex repubblica marinara "Era n'afa che un ci si riavea neanche dopo'l bagno in Arno". Celeberrimo è invece il passo del XXII canto dell'Inferno in cui Dante parla di come fecero i pisani a sfuggire al clima tropicale:

"D'estate, inver, sì caldo facea
che li pisani per frigerio trovar 
costruiro'l campanil che pendea:

in origin dritto lo dovean far
ma giacchè ombra a Pisa un c'era
alto e torto lo voller innalzar

sì che el diede maggior copertura
pel popolo che sotto si pigiava
e posar potea nella frescura"

Tra i grandi poeti del passato tuttavia, è sicuramente Leopardi quello che ci ha lasciato le più celebri parole dedicate alla città e al suo clima: "L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano, né a Roma, e veramente non so se in tutta l'Europa si trovino vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi nell'inverno con gran piacere, perché v'è quasi sempre un'aria di primavera: sicché in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho veduto mai altrettanto. A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua. Però a Pisa non si tromba."
Com'è noto il poeta, una volta lasciata Recanati, aderì ad un ferreo regime di droghe pesanti - già all'epoca particolarmente facili da reperire in Piazza Vettovaglie - il che spiega il 99% delle affermazioni che avete appena letto.
Tuttavia alcune delle osservazioni del Leopardi trovano riscontro nella realtà:

 - vi si sentono parlare dieci o venti lingue: e questo perché i Pisani non esistono. Vi posso assicurare che in tutta la città non c'è neanche l'ombra di un autoctono. Leggende urbane che si perdono nell'alba dei tempi, narrano che gli indigeni sarebbero migrati altrove, mossi dallo sdegno per l'ennesima invasione di barbari provenienti dall'Oriente - che giungevano a frotte in città per farsi ritrarre in Piazza dei Miracoli (mentre fingevano di arreggere la torre) fin dall'Alto Medioevo. Pensate che tutt'oggi la piazza è gremita da pullman e file di cinesi, eppure del Pisano Doc© ancora non c'è traccia. Se proprio sei fortunato puoi incontrare qualche nativo di Buti, Lari, Fauglia, S.Croce sull'Arnaccio, Pontremoli, Cascina e tutta quella serie di ridenti località campestri più celebri perché citati nei doppiaggi del Nido del Cuculo che per l'amenità dei loro scorci.

- A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua: I nati nella provincia di Pisa (visto che di pisani veri non ce ne sono), parlano un toscano imbastardito da inflessioni liguri e espressioni marinaresche, e che di bello sinceramente non hanno proprio nulla. Alle C aspirate del fiorentino, qui si preferiscono le R marcate e inopportunamente sostituite alle L: "e tu ha'visto un beR fiRme!" (hai visto un bel film! - trad. ti stai ingenuamente illudendo); si utilizza ovunque il deh  con funzione di interiezione esclamativa o interrogativa, di avverbio, preposizione, pronome o anche di particella a sé stante con dubbio significato: "Ma hai mangiato?" "Deh"; il pisano assomiglia tantissimo al livornese, ma chiunque a Pisa - calabresi, siciliani e albanesi inclusi - ti dirà che sono totalmente diversi. Per concludere, nel lessico pisano esiste una parola che da sola definisce questi caratteri non precisamente eleganti e aggrazziati del dialetto quivi parlato, ed è ghiozzo. Ebbene, il pisano è ghiozzo. 

- A Pisa non si tromba: per quanto alcuni filologi oggi mettano in discussione l'attribuzione della frase al sommo poeta, essa rappresenta a tutt'oggi una drammatica realtà. 

- Pisa è un misto di città grande e di città piccola: In soli venti minuti di passo tranquillo vai dalla torre alle spallette dei lungarni, con tanto di selfie e birra in piazza Cavalieri. Fuori le mura trovi ad attenderti la città nuova, dove i quartieri rinascimentali svaniscono in un lampo tra le palazzine anni '80 e i vialoni senza alberi. Ecco che la dolcezza della città che si specchia nell'Arno lascia il posto all'anonimato della più grigia periferia: se sovrappensiero ti allontani dal centro, d'un tratto alzi gli occhi e sei colto dalla sensazione di poterti trovare in un punto qualsiasi del globo. Inavvertitamente cerchi collo sguardo un qualsiasi campanile, edificio o lampione che penda, giusto per ricordarti dove sei. Se testardamente continui a camminare, prima o poi finisci nel quartiere di San Biagio, dove - ironia della sorte - sorge il grande ospedale universitario. A poco a poco vieni inghiottito dai padiglioni numerati del presidio di Cisanello, in una distesa infinita di mattoncini rossi e tetti a capanna sorretti da colonnine di cemento bianco. Sfuggito anche alla morsa del nosocomio, raggiungi infine il limite esterno della città, inanellato dai raccordi della superstrada che si snoda nella campagna verde, non ancora erosa dal cemento. Qui la tua fame di spazio e di aria trova infine appagamento nel profilo morbido dei colli, che si frappongono a Lucca, sul finire di una distesa d'erba e girasoli.


La mia esistenza pigiato sotto l'ombra della torre procede, e confesso che ormai un po' Pisano mi ci sento davvero - volente o nolente. Ho passato fin troppo tempo a friggere nei ricordi e a struggere nei rimpianti di quel pezzetto di esistenza fiorentina interrotta. Capisci di avere un problema quando un bel giorno ti alzi, ti metti un bel cappello, fermi una bella ragazza per strada e anziché chiederle il numero di telefono, le pianti un mega pippone sul come sia tremenda la tua nuova vita da specializzando a Pisa. La fanciulla, in tutta la sua innata grazia e cortesia, ti scruta coi suoi occhioni carichi di dubbio e, mossa dalla più sincera curiosità, ti chiede: "Ma che cazzo di problema hai?". Ottima domanda. Sono passati alcuni mesi da allora, e ancora non saprei ancora cosa rispondere...e questo perché mi sono reso conto che effettivamente è da idioti passare le giornate a cercare una risposta. 
Vi ho raccontato questo suggestivo aneddoto cercando di darvi una spiegazione per non aver scritto, per essere stato molto poco social e, in fondo, per essermene altamente fregato di tutti voi negli ultimi mesi. Che volete, in questo caldo demenziale anche i legami si sciolgono - e io ho lasciato che si allentassero, almeno un po'. Alcuni di questi erano come nodi che stringevano troppo, fino a togliere il fiato e strozzare le risate in gola, come si fa con gli starnuti.

A tutti voi che siete partiti per non tornare, a tutti quelli che si sono sistemati, e anche a tutti gli altri che per un motivo o un altro non incrocio più per strada o al bar, confesso che mi siete mancati tanto, e che mi avete fatto anche discretamente male. Non ne ve ne faccio una colpa...semmai ve ne rendo il merito: spero di poter conoscere ancora molte altre persone di cui poi soffrire la mancanza; di quelle altre se ne può fare anche a meno.

Ogni giorno che passa mi rendo conto di essere sempre più isolato nel mondo ospedaliero, a tratti molto pesante...però dopo aver lasciato un po' a fermentare al sole i giramenti di coglioni, i dispiaceri e le mancanze, mi è tornata la voglia di ridere, di rompere i coglioni e di condividere.
Sto vivendo un bel periodo.

21 giugno 2015

Il singhiozzo

Riprendo il regionale Pistoia-Pisa dopo oltre due mesi di totale astinenza da Trenitalia; tornano le mie due ore e mezza di musica e scrittura che dividono un letto dall'altro, gli amici dai colleghi, la famiglia dallo stetoscopio. Gli ultimi, sono stati 60 giorni di rottura - nel senso più distruttivo del termine. Sono andato giù fisicamente e psicologicamente. Tranquilli, non starò qui a tediarvi con la lista dei colpevoli o dei sospettati tali; sono stanco di trovare giustificazioni al mio umore o all'insonnia. La sensazione è quella di essermi ingozzato di stanchezza, malditesta e buoni propositi disattesi. Finalmente comincio a digerirli, ed è questo che conta - sebbene abbia il singhiozzo.

Le giornate da dottore si alternano alle serate da coglione col gusto prezioso di sentirti nei tuoi panni, in corsia come in piazza. Riscopri una curiosità negli altri e una fame di novità che non riuscivi neppure a scimmiottare fino a due settimane fa. Ritrovi il ruzzo di far ridere un paziente a letto o una ragazza al tavolino di un bar. Potresti chiamarla allegria, senza grandi approssimazioni. Quando d'un tratto ti fermi, perso dietro a quei momenti che sottili come spilli s'insinuano alla base del collo. Disperazioni leggere che riempono lo strato morbido su cui galleggia il cervello. Li chiamano disforie, disturbi dell'umore. Fluttuano e s'infrangono contro l'occipite, sciabottando mezzi pensieri e false speranze. Non è facile trovare qualcosa a cui aggrapparsi, e forse ci trovi anche un piacere tutto speciale a lasciarti sprofondare. Laggiù, sul fondo, nessuno ti rompe i coglioni di più di quanto non lo faccia già la vita. Ti senti così spento da provare pure un breve sollievo nell'ennesimo fallimento sociale. Una boccata d'aria tra un "come stai?" e "un bene grazie"; i cinque minuti di macabro desiderio che tutti spariscano. Ti ficchi le cuffie nelle orecchie e ti abbuffi di canzoni strane che piacciono solo a te - e che se così non fosse, con buona probabilità, neppure ne sentiresti l'appetito.
Poi, così come è arrivata, la marea si ritira lasciandoti nudo sulla rena a stendere i panni mezzi. Menomale che è caldo e la roba asciuga in fretta - specie colla compagnia giusta. Gli amici miei.

Sono reduce dal mio primo addio al celibato: 24 h di musica scassata, bottiglie vuote, andature a zigzag tra un piadinaro e un locale e tante - ma tante - risate. Buon tempo che scorre in un secondo, in spiaggia come in strada o in albergo; ed ecco che se le 4 ore di fila in autostrada fossero state 5, in fondo in fondo sarebbe stato meglio. Un tuffo nella fonte dell'eterna giovinezza - che non è il long island, ma la totale incapacità di prendersi sul serio.
Dio se mi mancava.

Vai in reparto col sonno ed esci fuori ridacchiando e col sapore buono in bocca di aver capito (quasi) tutto. Le porte della corsia si aprono e ti trovi l'estate, la moto e i vestitini corti che ti salutano sul viale alberato ancora soleggiato e verde. Accelleri fino a che la maglietta si alza e il vento ti scivola lungo la schiena sudata mentre l'acciaio del serbatoio ti sbruciacchia la pancia. I 120 all'ora senza guanti, giacconi o carene ti scuotono come una bandiera al sole.
Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica, e io non sono certo ricco - né mi sento tale. E così, per guadagnarmi un'ora di cazzate, devo sudare una giornata o una settimana. Sono così povero da non potermi permettere di assecondare i malumori o correre dietro ai sorrisi. Incastrare un umore malfermo in una tabella di marcia con ridottissimo spazio di manovra, non è roba da poco. Ci sono momenti neri, ma anche quelli bianchi scintillanti; l'importante è non dissolversi nel grigio della routine, scomparendo per sempre in quello che hai da fare, al punto da non sentire più la mancanza di quelle due o tre cose che credevi essere parte integrante del tuo essere te stesso. 
Questa cosa mi terrorizza al punto da farmi perdere il sonno - e non lo dico così per dire.

Ok, sto facendo il melodrammatico, non lo nego.

24 aprile 2015

Leoni in gabbia

Rinchiuso a soli 27 anni in un ospedale: condizione esistenziale indubbiamente riduttiva.
Chi me l'ha fatto fare? Non ve lo dico. Non siamo qui a rispondere alle grandi questioni quali perché esistano almeno 8 varietà di zanzara diverse o perché Ligabue resista così strenuamente al baby-pensionamento. Piuttosto siamo qui a non prenderci sul serio, il che non guasta mai. Le persone che si prendono troppo sul serio finiscono quasi sempre prese per il culo. Noi giochiamo di anticipo.



La sveglia suona alle 7 e 32. Le prime note di chitarra di Here comes the sun dei Beatles portano un raggio di luce sul lettone perennemente disfatto. Tu però alla sveglia gli vai in culo: sei già sveglio dalle 7 e 15 coll'occhio incispato per riscoprire le mitiche avventure di Pollon in tv. Mastichi fieramente il cornetto integrale del mulino - 40 punti fragola Esselunga - mentre scorri i 500 messaggi della chattona di reparto. Gli aggiornamenti telegrafici sulle procedure del giorno prima tipo "Caf abl FA ok, proc diff" accompagnano i 5 minuti necessari a sorbirti il cappuccino e ripensare a quando il ciguettio di whatsapp ancora suscitava un certo brivido. Ormai sono le 7 e 55 e il secondo meteo di Sottocorona ti ha già convinto che anche quest'oggi mezza Italia andrà a cogliere margherite per le campagne e a far all'amore sotto gli argini dei ruscelli, mentre tu ti abbronzerai alla luce dei neon di corsia: è l'ora di andare. Ti cacci le cuffie giù per i meati acustici e monti in sella al sempre-verde Suzuki Burgman 250 felicemente battezzato su strada nel lontano 2000 e intriso dall'asfalto misto ginocchia sbucciati di almeno 3 generazioni di Biagini. La musica assordante e lo slalom ritmico tra pedoni e auto ti galvanizzano finché lo scoppiettio della marmitta non ti riporta cogli occhi sul semaforo rosso, ad attendere l'attraversamento della scolaresca di turno.
Arrivi in reparto alle ore 8 e 10, via la musica. Il chiacchiericcio e il bip delle telemetrie rioccupa lo spazio intorno a te. Adesso c'è il briefing, dobbiamo decidere del destino dei nostri ricoverati: fotocopia le consegne, stampa gli esami, e - mi raccomando - quando ti verrà fatta una domanda, quell'unica domanda sulla creatinina del paziente al letto 21, entrato ieri sera alle 20 meno 15 e visitato dal collega, praticamente omonimo di quello al 14 che ha due trapianti di reni alle spalle, temporeggia. Ricorda: la diplomazia aiuta. Un "Non fa schifissimo" mentre ti getti alla caccia della cartella - rimasta in stanza eco dal giorno prima - in genere ti dà l'occasione di accedere al pc più vicino e scandire con voce ferma e suadente "0,86: normale".
Qualcuno ha messo la moka sul fuoco proprio quando comincia il giro-visite. Mentre lo strutturato fa gli onori di casa in stanza 1, ti rendi sonoramente conto che la stampa della radiografia del paziente 18 non può aspettare oltre. Corri in tisaneria, due risate - ma due - cogli infermieri - una tazzina - ma ina ina - di caffé e poi di nuovo in stanza 1 - ovviamente non prima di aver confermato che nel torace del paziente 18 ci siano ancora un cuore e due polmoni.
Il carrello delle cartelle si sposta lentamente di uscio in uscio. Un buongiorno e un arrivederci scandiscono i tempi della processione di medici lungo i corridoi. Medicazioni, STU, consulenze, richieste di esami. Esami esami esami.
Scatta il momento delle lettere di dimissione. Il letterificio apre a mezzogiorno e in genere per le 2 del pomeriggio ha sfornato 5 documenti ancora caldi fumanti e in attesa di correzione. Se sei abbastanza sveglio nel frattempo sei riuscito ad accaparrarti la pasta del letto 6, oggi a digiuno perché atteso in sala di elettrofisiologia. Penne bianchicce, riportate allo stato solido dal microonde, e forse una braciolina di qualche animale - che fatichi a capire come abbia potuto respirare un tempo - ti dividono dalle dimissioni.
"In bocca al lupo per tutto, signora". "Sì, lo può mangiare un po' di salame, ma senza esagerare". "No, il pace maker non fa suonare l'allarme alle casse della Conad".
Nuovo cafferino in tisaneria. Ci sono i ragazzi più grandi, decisamente più tranquilli nonostante sgobbino come negri. Ognuno ha il proprio modo di affrontare le giornate, un equilibrio che trasuda dal modo in cui si muovono e parlano. Dopo il caffè una sigaretta sul tetto ci scappa sempre, così come un consiglio e qualche risata in piedi in cima all'ospedale, a ricordarsi che la vitamina D viene prodotta stando al sole.
Sono già le 4, gli infermieri hanno già messo a letto i primi ingressi. Con un diario clinico ancora intonso ti avvii in corridoio verso il primo arrivato. La formula di presentazione corretta prevederebbe: "Buonasera signore, sono il Dott. xx. Per quale motivo si ricovera?" tuttavia già dopo il trentesimo "Ah dottore un lo so mica. Se n'occupa la mi moglie di queste 'ose" hai imparato a celebrare il rito abbreviato "Buonasera, ha portato documentazione medica con sé?". Mentre spulci i due quintali di ricoveri e visite ambulatoriali, ti annoti le narrazioni del paziente senza essere giunto ancora a capire per quale arcano motivo il destino abbia deciso il vostro fatale incontro. Ed ecco che proprio nel mezzo dell'aneddoto sul mal di denti alla cresima della nipotina, spunta l'oggetto della tua ricerca: "Blocco atrio-ventricolare totale in paziente con recente infarto miocardico acuto già trattato con triplo bypass aorto-coronarico, ipertensione arteriosa, diabete mellito tipo 2, ipercolesterolemia etc." Mal celando la soddisfazione chiedi:"Che terapia assume a casa?" Dopo aver rapidamente vagliato la lista di 17 pasticche, cominci davvero ad avere le idee chiare. Le domande si fanno più mirate, l'intervista stringente ed esaustiva. Ormai ci sei. In un baleno riempi la cartella in tutte le sue parti e cominci a spiegare in scienza e coscienza in cosa consiste la procedura cui il signore sarà sottoposto. Se sei stato bravo, ci scappa una stretta di mano e qualche sorriso.
Ripeti la cerimonia, adattandola di volta in volta. Plasmi il tono della voce, cambi il registro della conversazione, le chiacchiere di cortesia, le domande cliniche a seconda di chi hai davanti, della sua età, genere, istruzione e quantità di fifa. Conosci il paziente, si crea un legame - anche se per poco - ma non siamo qui a parlare di quanto è bello questo mestiere.
Alla fine della fiera ti sei guadagnato la sigarettina in solitaria, sulla scala d'emergenza d'angolo. Attento a non chiuderti la porta dietro. Sopra al piazzale invaso di macchine e gente, oltre la rotonda asfaltata, il terrapieno e il filare di case scantucciate ti perdi per qualche secondo nelle nuvole e nel sole bianco che comincia a scendere sullo sfondo, dietro alla super strada.
Sono quasi le 8 ormai: c'è la resa dei conti con lo strutturato. Imboccato dai più grandi, hai riempito la schede terapeutiche che devono essere vidimate da chi sa già fare il dottore. Hai dimenticato il protettore gastrico per l'ablazione di FA e l'rx torace per l'espianto andava richiesto urgente. Prendendo solo di mezzo bischero, hai passato la prova - per oggi. Aggiorna le consegne per il medico di guardia che è già passato a salutare in medicheria e scappa. Corri senza guardarti indietro. Se non te ne vai via subito qualcun altro ti troverà altro da fare, stanne certo.
Ficcati gli auricolari nelle orecchie e vola in strada. Sono le 9 passate, cucina, mangia, spara due cazzate a tavola. Ti capisco, sei stanco, sei affamato e non hai avuto contatti fuori dalla gabbia per tutto il giorno. Ma che cazzo, dai, non ti addormentare. Smettila di sbadigliare. Non ti togliere la camicia! Ok, via riposa un po' gli occhi. Solo un po'.
Tanto domattina c'è Pollon...
Oh no cazzo, hanno messo Hello Spank.