Riprendo il regionale Pistoia-Pisa dopo oltre due mesi di totale astinenza da Trenitalia; tornano le mie due ore e mezza di musica e scrittura che dividono un letto dall'altro, gli amici dai colleghi, la famiglia dallo stetoscopio. Gli ultimi, sono stati 60 giorni di rottura - nel senso più distruttivo del termine. Sono andato giù fisicamente e psicologicamente. Tranquilli, non starò qui a tediarvi con la lista dei colpevoli o dei sospettati tali; sono stanco di trovare giustificazioni al mio umore o all'insonnia. La sensazione è quella di essermi ingozzato di stanchezza, malditesta e buoni propositi disattesi. Finalmente comincio a digerirli, ed è questo che conta - sebbene abbia il singhiozzo.
Le giornate da dottore si alternano alle serate da coglione col gusto prezioso di sentirti nei tuoi panni, in corsia come in piazza. Riscopri una curiosità negli altri e una fame di novità che non riuscivi neppure a scimmiottare fino a due settimane fa. Ritrovi il ruzzo di far ridere un paziente a letto o una ragazza al tavolino di un bar. Potresti chiamarla allegria, senza grandi approssimazioni. Quando d'un tratto ti fermi, perso dietro a quei momenti che sottili come spilli s'insinuano alla base del collo. Disperazioni leggere che riempono lo strato morbido su cui galleggia il cervello. Li chiamano disforie, disturbi dell'umore. Fluttuano e s'infrangono contro l'occipite, sciabottando mezzi pensieri e false speranze. Non è facile trovare qualcosa a cui aggrapparsi, e forse ci trovi anche un piacere tutto speciale a lasciarti sprofondare. Laggiù, sul fondo, nessuno ti rompe i coglioni di più di quanto non lo faccia già la vita. Ti senti così spento da provare pure un breve sollievo nell'ennesimo fallimento sociale. Una boccata d'aria tra un "come stai?" e "un bene grazie"; i cinque minuti di macabro desiderio che tutti spariscano. Ti ficchi le cuffie nelle orecchie e ti abbuffi di canzoni strane che piacciono solo a te - e che se così non fosse, con buona probabilità, neppure ne sentiresti l'appetito.
Poi, così come è arrivata, la marea si ritira lasciandoti nudo sulla rena a stendere i panni mezzi. Menomale che è caldo e la roba asciuga in fretta - specie colla compagnia giusta. Gli amici miei.
Sono reduce dal mio primo addio al celibato: 24 h di musica scassata, bottiglie vuote, andature a zigzag tra un piadinaro e un locale e tante - ma tante - risate. Buon tempo che scorre in un secondo, in spiaggia come in strada o in albergo; ed ecco che se le 4 ore di fila in autostrada fossero state 5, in fondo in fondo sarebbe stato meglio. Un tuffo nella fonte dell'eterna giovinezza - che non è il long island, ma la totale incapacità di prendersi sul serio.
Dio se mi mancava.
Vai in reparto col sonno ed esci fuori ridacchiando e col sapore buono in bocca di aver capito (quasi) tutto. Le porte della corsia si aprono e ti trovi l'estate, la moto e i vestitini corti che ti salutano sul viale alberato ancora soleggiato e verde. Accelleri fino a che la maglietta si alza e il vento ti scivola lungo la schiena sudata mentre l'acciaio del serbatoio ti sbruciacchia la pancia. I 120 all'ora senza guanti, giacconi o carene ti scuotono come una bandiera al sole.
Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica, e io non sono certo ricco - né mi sento tale. E così, per guadagnarmi un'ora di cazzate, devo sudare una giornata o una settimana. Sono così povero da non potermi permettere di assecondare i malumori o correre dietro ai sorrisi. Incastrare un umore malfermo in una tabella di marcia con ridottissimo spazio di manovra, non è roba da poco. Ci sono momenti neri, ma anche quelli bianchi scintillanti; l'importante è non dissolversi nel grigio della routine, scomparendo per sempre in quello che hai da fare, al punto da non sentire più la mancanza di quelle due o tre cose che credevi essere parte integrante del tuo essere te stesso.
Questa cosa mi terrorizza al punto da farmi perdere il sonno - e non lo dico così per dire.
Ok, sto facendo il melodrammatico, non lo nego.
21 giugno 2015
13 maggio 2015
Specchi rotti
Per una volta voglio parlarvi di una persona che non sono io. So che la cosa potrebbe lasciarvi esterrefatti, ma credo proprio che correrò il rischio.
La persona di cui vi voglio parlare - premetto - è in buona misura frutto della mia fervida immaginazione, ma visto che è dalle mie parole soltanto che la conoscerete, non credo che questo possa compromettere la bontà del discorso.
Si tratta di una creatura fantomatica, un unicorno, se volete - anche se priva di escrescenze cornee in mezzo alla fronte.
La conobbi una notte in strada, per caso - anche se io al caso c'ho sempre creduto il giusto - e a dirla tutta credo di averla vista sì e no altre due volte. I nostri incontri sono stati quanto di più tiepido possiate immaginare: poche parole, diverse risate e qualche incomprensione. Tutto qui. Perché ve ne parlo? Beh la domanda giusta credo debba essere: perché ci stai ancora pensando? Ma ad entrambe non saprei rispondervi se non con un sorriso da ebete e qualche mezzo discorso senza senso.
Viviamo in fondo a due binari diversi, e forse non c'è giorno in cui non mi penta di aver sprecato il breve tempo in cui i nostri treni viaggiavano paralleli, senza fare un pezzo di strada assieme. Non che non ci abbia provato. Purtroppo nella confusione del vagone dove sedevo, ero troppo preso a intrattenere gli altri passeggeri per riuscire a ritagliarmi quei momenti di scambio sincero che richiedono un tempo e una disposizione d'animo del tutto speciali. Gli stessi di cui sento la mancanza adesso - ma non siamo qui a perderci nei rimorsi.
Ciò che rende tanto eccezionale questa creatura, credo sia la totale incoscienza della propria straordinarietà - nel più genuino senso del termine: extra-ordinaria, fuori dal comune, rara, strana, diversa, quello che volete voi. In fondo è sempre così: sono le cose che non sanno di essere belle a piacere di più, investendo voi che guardate del grande onore di saperle apprezzare.
Immaginate di scoprire un ritratto del vostro pittore preferito sulla bancherella di qualche ambulante, e di riconoscerne i colori dietro il velo di polvere misto indifferenza che ne ha ormai permeato le fibre. Un quadro non si giudica dall'autografo, né dalla collocazione in un museo o in mezzo a un mucchio di vinili dalla copertina ammuffita. Un bel quadro non esaurisce il suo messaggio in quello che l'artista voleva dire, ma ne trova di nuovi in ogni paio di occhi che si fermano a interrogarlo.
In questo senso per me era un capolavoro.
Fin dal primo incrocio di sguardi colsi una simpatia che decisamente cozzava col velo di tristezza che traspirava da quel corpicino fine.
Uno specchio che ti abbaglia quando i tuoi occhi sono tangenti alla luce del sole, costringendoti a ruotarli, e in cui vedere riflesso lo spirito che si agita sotto il cervello e la nuvola di cazzate che gli ruotano attorno.
Insicurezza. La stessa che ho io. Quella che ti viene quando non ti senti sulla strada giusta, e acuita da quelli che giurerebbero di averla trovata da un pezzo...per lasciare poi il posto alla consapevolezza che in fondo di giuste non ne esiste nemmeno una. E quindi scoprire l'allegria che viene dal capire che con tutta probabilità non c'è neanche quella sbagliata.
Tu sei un capolavoro, per me.
Lo so, trovandomi nell'impossibilità di dare un seguito alle mie parole, è comodo per me parlare così. Ma se lo faccio è perché sono un egocentrico del cazzo che ti vuole bene.
La persona di cui vi voglio parlare - premetto - è in buona misura frutto della mia fervida immaginazione, ma visto che è dalle mie parole soltanto che la conoscerete, non credo che questo possa compromettere la bontà del discorso.
Si tratta di una creatura fantomatica, un unicorno, se volete - anche se priva di escrescenze cornee in mezzo alla fronte.
La conobbi una notte in strada, per caso - anche se io al caso c'ho sempre creduto il giusto - e a dirla tutta credo di averla vista sì e no altre due volte. I nostri incontri sono stati quanto di più tiepido possiate immaginare: poche parole, diverse risate e qualche incomprensione. Tutto qui. Perché ve ne parlo? Beh la domanda giusta credo debba essere: perché ci stai ancora pensando? Ma ad entrambe non saprei rispondervi se non con un sorriso da ebete e qualche mezzo discorso senza senso.
Viviamo in fondo a due binari diversi, e forse non c'è giorno in cui non mi penta di aver sprecato il breve tempo in cui i nostri treni viaggiavano paralleli, senza fare un pezzo di strada assieme. Non che non ci abbia provato. Purtroppo nella confusione del vagone dove sedevo, ero troppo preso a intrattenere gli altri passeggeri per riuscire a ritagliarmi quei momenti di scambio sincero che richiedono un tempo e una disposizione d'animo del tutto speciali. Gli stessi di cui sento la mancanza adesso - ma non siamo qui a perderci nei rimorsi.
Ciò che rende tanto eccezionale questa creatura, credo sia la totale incoscienza della propria straordinarietà - nel più genuino senso del termine: extra-ordinaria, fuori dal comune, rara, strana, diversa, quello che volete voi. In fondo è sempre così: sono le cose che non sanno di essere belle a piacere di più, investendo voi che guardate del grande onore di saperle apprezzare.
Immaginate di scoprire un ritratto del vostro pittore preferito sulla bancherella di qualche ambulante, e di riconoscerne i colori dietro il velo di polvere misto indifferenza che ne ha ormai permeato le fibre. Un quadro non si giudica dall'autografo, né dalla collocazione in un museo o in mezzo a un mucchio di vinili dalla copertina ammuffita. Un bel quadro non esaurisce il suo messaggio in quello che l'artista voleva dire, ma ne trova di nuovi in ogni paio di occhi che si fermano a interrogarlo.
In questo senso per me era un capolavoro.
Fin dal primo incrocio di sguardi colsi una simpatia che decisamente cozzava col velo di tristezza che traspirava da quel corpicino fine.
Uno specchio che ti abbaglia quando i tuoi occhi sono tangenti alla luce del sole, costringendoti a ruotarli, e in cui vedere riflesso lo spirito che si agita sotto il cervello e la nuvola di cazzate che gli ruotano attorno.
Insicurezza. La stessa che ho io. Quella che ti viene quando non ti senti sulla strada giusta, e acuita da quelli che giurerebbero di averla trovata da un pezzo...per lasciare poi il posto alla consapevolezza che in fondo di giuste non ne esiste nemmeno una. E quindi scoprire l'allegria che viene dal capire che con tutta probabilità non c'è neanche quella sbagliata.
Tu sei un capolavoro, per me.
Lo so, trovandomi nell'impossibilità di dare un seguito alle mie parole, è comodo per me parlare così. Ma se lo faccio è perché sono un egocentrico del cazzo che ti vuole bene.
24 aprile 2015
Leoni in gabbia
Rinchiuso a soli 27 anni in un ospedale: condizione esistenziale indubbiamente riduttiva.
Chi me l'ha fatto fare? Non ve lo dico. Non siamo qui a rispondere alle grandi questioni quali perché esistano almeno 8 varietà di zanzara diverse o perché Ligabue resista così strenuamente al baby-pensionamento. Piuttosto siamo qui a non prenderci sul serio, il che non guasta mai. Le persone che si prendono troppo sul serio finiscono quasi sempre prese per il culo. Noi giochiamo di anticipo.
La sveglia suona alle 7 e 32. Le prime note di chitarra di Here comes the sun dei Beatles portano un raggio di luce sul lettone perennemente disfatto. Tu però alla sveglia gli vai in culo: sei già sveglio dalle 7 e 15 coll'occhio incispato per riscoprire le mitiche avventure di Pollon in tv. Mastichi fieramente il cornetto integrale del mulino - 40 punti fragola Esselunga - mentre scorri i 500 messaggi della chattona di reparto. Gli aggiornamenti telegrafici sulle procedure del giorno prima tipo "Caf abl FA ok, proc diff" accompagnano i 5 minuti necessari a sorbirti il cappuccino e ripensare a quando il ciguettio di whatsapp ancora suscitava un certo brivido. Ormai sono le 7 e 55 e il secondo meteo di Sottocorona ti ha già convinto che anche quest'oggi mezza Italia andrà a cogliere margherite per le campagne e a far all'amore sotto gli argini dei ruscelli, mentre tu ti abbronzerai alla luce dei neon di corsia: è l'ora di andare. Ti cacci le cuffie giù per i meati acustici e monti in sella al sempre-verde Suzuki Burgman 250 felicemente battezzato su strada nel lontano 2000 e intriso dall'asfalto misto ginocchia sbucciati di almeno 3 generazioni di Biagini. La musica assordante e lo slalom ritmico tra pedoni e auto ti galvanizzano finché lo scoppiettio della marmitta non ti riporta cogli occhi sul semaforo rosso, ad attendere l'attraversamento della scolaresca di turno.
Arrivi in reparto alle ore 8 e 10, via la musica. Il chiacchiericcio e il bip delle telemetrie rioccupa lo spazio intorno a te. Adesso c'è il briefing, dobbiamo decidere del destino dei nostri ricoverati: fotocopia le consegne, stampa gli esami, e - mi raccomando - quando ti verrà fatta una domanda, quell'unica domanda sulla creatinina del paziente al letto 21, entrato ieri sera alle 20 meno 15 e visitato dal collega, praticamente omonimo di quello al 14 che ha due trapianti di reni alle spalle, temporeggia. Ricorda: la diplomazia aiuta. Un "Non fa schifissimo" mentre ti getti alla caccia della cartella - rimasta in stanza eco dal giorno prima - in genere ti dà l'occasione di accedere al pc più vicino e scandire con voce ferma e suadente "0,86: normale".
Qualcuno ha messo la moka sul fuoco proprio quando comincia il giro-visite. Mentre lo strutturato fa gli onori di casa in stanza 1, ti rendi sonoramente conto che la stampa della radiografia del paziente 18 non può aspettare oltre. Corri in tisaneria, due risate - ma due - cogli infermieri - una tazzina - ma ina ina - di caffé e poi di nuovo in stanza 1 - ovviamente non prima di aver confermato che nel torace del paziente 18 ci siano ancora un cuore e due polmoni.
Il carrello delle cartelle si sposta lentamente di uscio in uscio. Un buongiorno e un arrivederci scandiscono i tempi della processione di medici lungo i corridoi. Medicazioni, STU, consulenze, richieste di esami. Esami esami esami.
Scatta il momento delle lettere di dimissione. Il letterificio apre a mezzogiorno e in genere per le 2 del pomeriggio ha sfornato 5 documenti ancora caldi fumanti e in attesa di correzione. Se sei abbastanza sveglio nel frattempo sei riuscito ad accaparrarti la pasta del letto 6, oggi a digiuno perché atteso in sala di elettrofisiologia. Penne bianchicce, riportate allo stato solido dal microonde, e forse una braciolina di qualche animale - che fatichi a capire come abbia potuto respirare un tempo - ti dividono dalle dimissioni.
"In bocca al lupo per tutto, signora". "Sì, lo può mangiare un po' di salame, ma senza esagerare". "No, il pace maker non fa suonare l'allarme alle casse della Conad".
Nuovo cafferino in tisaneria. Ci sono i ragazzi più grandi, decisamente più tranquilli nonostante sgobbino come negri. Ognuno ha il proprio modo di affrontare le giornate, un equilibrio che trasuda dal modo in cui si muovono e parlano. Dopo il caffè una sigaretta sul tetto ci scappa sempre, così come un consiglio e qualche risata in piedi in cima all'ospedale, a ricordarsi che la vitamina D viene prodotta stando al sole.
Sono già le 4, gli infermieri hanno già messo a letto i primi ingressi. Con un diario clinico ancora intonso ti avvii in corridoio verso il primo arrivato. La formula di presentazione corretta prevederebbe: "Buonasera signore, sono il Dott. xx. Per quale motivo si ricovera?" tuttavia già dopo il trentesimo "Ah dottore un lo so mica. Se n'occupa la mi moglie di queste 'ose" hai imparato a celebrare il rito abbreviato "Buonasera, ha portato documentazione medica con sé?". Mentre spulci i due quintali di ricoveri e visite ambulatoriali, ti annoti le narrazioni del paziente senza essere giunto ancora a capire per quale arcano motivo il destino abbia deciso il vostro fatale incontro. Ed ecco che proprio nel mezzo dell'aneddoto sul mal di denti alla cresima della nipotina, spunta l'oggetto della tua ricerca: "Blocco atrio-ventricolare totale in paziente con recente infarto miocardico acuto già trattato con triplo bypass aorto-coronarico, ipertensione arteriosa, diabete mellito tipo 2, ipercolesterolemia etc." Mal celando la soddisfazione chiedi:"Che terapia assume a casa?" Dopo aver rapidamente vagliato la lista di 17 pasticche, cominci davvero ad avere le idee chiare. Le domande si fanno più mirate, l'intervista stringente ed esaustiva. Ormai ci sei. In un baleno riempi la cartella in tutte le sue parti e cominci a spiegare in scienza e coscienza in cosa consiste la procedura cui il signore sarà sottoposto. Se sei stato bravo, ci scappa una stretta di mano e qualche sorriso.
Ripeti la cerimonia, adattandola di volta in volta. Plasmi il tono della voce, cambi il registro della conversazione, le chiacchiere di cortesia, le domande cliniche a seconda di chi hai davanti, della sua età, genere, istruzione e quantità di fifa. Conosci il paziente, si crea un legame - anche se per poco - ma non siamo qui a parlare di quanto è bello questo mestiere.
Alla fine della fiera ti sei guadagnato la sigarettina in solitaria, sulla scala d'emergenza d'angolo. Attento a non chiuderti la porta dietro. Sopra al piazzale invaso di macchine e gente, oltre la rotonda asfaltata, il terrapieno e il filare di case scantucciate ti perdi per qualche secondo nelle nuvole e nel sole bianco che comincia a scendere sullo sfondo, dietro alla super strada.
Sono quasi le 8 ormai: c'è la resa dei conti con lo strutturato. Imboccato dai più grandi, hai riempito la schede terapeutiche che devono essere vidimate da chi sa già fare il dottore. Hai dimenticato il protettore gastrico per l'ablazione di FA e l'rx torace per l'espianto andava richiesto urgente. Prendendo solo di mezzo bischero, hai passato la prova - per oggi. Aggiorna le consegne per il medico di guardia che è già passato a salutare in medicheria e scappa. Corri senza guardarti indietro. Se non te ne vai via subito qualcun altro ti troverà altro da fare, stanne certo.
Ficcati gli auricolari nelle orecchie e vola in strada. Sono le 9 passate, cucina, mangia, spara due cazzate a tavola. Ti capisco, sei stanco, sei affamato e non hai avuto contatti fuori dalla gabbia per tutto il giorno. Ma che cazzo, dai, non ti addormentare. Smettila di sbadigliare. Non ti togliere la camicia! Ok, via riposa un po' gli occhi. Solo un po'.
Tanto domattina c'è Pollon...
Oh no cazzo, hanno messo Hello Spank.
Chi me l'ha fatto fare? Non ve lo dico. Non siamo qui a rispondere alle grandi questioni quali perché esistano almeno 8 varietà di zanzara diverse o perché Ligabue resista così strenuamente al baby-pensionamento. Piuttosto siamo qui a non prenderci sul serio, il che non guasta mai. Le persone che si prendono troppo sul serio finiscono quasi sempre prese per il culo. Noi giochiamo di anticipo.
La sveglia suona alle 7 e 32. Le prime note di chitarra di Here comes the sun dei Beatles portano un raggio di luce sul lettone perennemente disfatto. Tu però alla sveglia gli vai in culo: sei già sveglio dalle 7 e 15 coll'occhio incispato per riscoprire le mitiche avventure di Pollon in tv. Mastichi fieramente il cornetto integrale del mulino - 40 punti fragola Esselunga - mentre scorri i 500 messaggi della chattona di reparto. Gli aggiornamenti telegrafici sulle procedure del giorno prima tipo "Caf abl FA ok, proc diff" accompagnano i 5 minuti necessari a sorbirti il cappuccino e ripensare a quando il ciguettio di whatsapp ancora suscitava un certo brivido. Ormai sono le 7 e 55 e il secondo meteo di Sottocorona ti ha già convinto che anche quest'oggi mezza Italia andrà a cogliere margherite per le campagne e a far all'amore sotto gli argini dei ruscelli, mentre tu ti abbronzerai alla luce dei neon di corsia: è l'ora di andare. Ti cacci le cuffie giù per i meati acustici e monti in sella al sempre-verde Suzuki Burgman 250 felicemente battezzato su strada nel lontano 2000 e intriso dall'asfalto misto ginocchia sbucciati di almeno 3 generazioni di Biagini. La musica assordante e lo slalom ritmico tra pedoni e auto ti galvanizzano finché lo scoppiettio della marmitta non ti riporta cogli occhi sul semaforo rosso, ad attendere l'attraversamento della scolaresca di turno.
Arrivi in reparto alle ore 8 e 10, via la musica. Il chiacchiericcio e il bip delle telemetrie rioccupa lo spazio intorno a te. Adesso c'è il briefing, dobbiamo decidere del destino dei nostri ricoverati: fotocopia le consegne, stampa gli esami, e - mi raccomando - quando ti verrà fatta una domanda, quell'unica domanda sulla creatinina del paziente al letto 21, entrato ieri sera alle 20 meno 15 e visitato dal collega, praticamente omonimo di quello al 14 che ha due trapianti di reni alle spalle, temporeggia. Ricorda: la diplomazia aiuta. Un "Non fa schifissimo" mentre ti getti alla caccia della cartella - rimasta in stanza eco dal giorno prima - in genere ti dà l'occasione di accedere al pc più vicino e scandire con voce ferma e suadente "0,86: normale".
Qualcuno ha messo la moka sul fuoco proprio quando comincia il giro-visite. Mentre lo strutturato fa gli onori di casa in stanza 1, ti rendi sonoramente conto che la stampa della radiografia del paziente 18 non può aspettare oltre. Corri in tisaneria, due risate - ma due - cogli infermieri - una tazzina - ma ina ina - di caffé e poi di nuovo in stanza 1 - ovviamente non prima di aver confermato che nel torace del paziente 18 ci siano ancora un cuore e due polmoni.
Il carrello delle cartelle si sposta lentamente di uscio in uscio. Un buongiorno e un arrivederci scandiscono i tempi della processione di medici lungo i corridoi. Medicazioni, STU, consulenze, richieste di esami. Esami esami esami.
Scatta il momento delle lettere di dimissione. Il letterificio apre a mezzogiorno e in genere per le 2 del pomeriggio ha sfornato 5 documenti ancora caldi fumanti e in attesa di correzione. Se sei abbastanza sveglio nel frattempo sei riuscito ad accaparrarti la pasta del letto 6, oggi a digiuno perché atteso in sala di elettrofisiologia. Penne bianchicce, riportate allo stato solido dal microonde, e forse una braciolina di qualche animale - che fatichi a capire come abbia potuto respirare un tempo - ti dividono dalle dimissioni.
"In bocca al lupo per tutto, signora". "Sì, lo può mangiare un po' di salame, ma senza esagerare". "No, il pace maker non fa suonare l'allarme alle casse della Conad".
Nuovo cafferino in tisaneria. Ci sono i ragazzi più grandi, decisamente più tranquilli nonostante sgobbino come negri. Ognuno ha il proprio modo di affrontare le giornate, un equilibrio che trasuda dal modo in cui si muovono e parlano. Dopo il caffè una sigaretta sul tetto ci scappa sempre, così come un consiglio e qualche risata in piedi in cima all'ospedale, a ricordarsi che la vitamina D viene prodotta stando al sole.
Sono già le 4, gli infermieri hanno già messo a letto i primi ingressi. Con un diario clinico ancora intonso ti avvii in corridoio verso il primo arrivato. La formula di presentazione corretta prevederebbe: "Buonasera signore, sono il Dott. xx. Per quale motivo si ricovera?" tuttavia già dopo il trentesimo "Ah dottore un lo so mica. Se n'occupa la mi moglie di queste 'ose" hai imparato a celebrare il rito abbreviato "Buonasera, ha portato documentazione medica con sé?". Mentre spulci i due quintali di ricoveri e visite ambulatoriali, ti annoti le narrazioni del paziente senza essere giunto ancora a capire per quale arcano motivo il destino abbia deciso il vostro fatale incontro. Ed ecco che proprio nel mezzo dell'aneddoto sul mal di denti alla cresima della nipotina, spunta l'oggetto della tua ricerca: "Blocco atrio-ventricolare totale in paziente con recente infarto miocardico acuto già trattato con triplo bypass aorto-coronarico, ipertensione arteriosa, diabete mellito tipo 2, ipercolesterolemia etc." Mal celando la soddisfazione chiedi:"Che terapia assume a casa?" Dopo aver rapidamente vagliato la lista di 17 pasticche, cominci davvero ad avere le idee chiare. Le domande si fanno più mirate, l'intervista stringente ed esaustiva. Ormai ci sei. In un baleno riempi la cartella in tutte le sue parti e cominci a spiegare in scienza e coscienza in cosa consiste la procedura cui il signore sarà sottoposto. Se sei stato bravo, ci scappa una stretta di mano e qualche sorriso.
Ripeti la cerimonia, adattandola di volta in volta. Plasmi il tono della voce, cambi il registro della conversazione, le chiacchiere di cortesia, le domande cliniche a seconda di chi hai davanti, della sua età, genere, istruzione e quantità di fifa. Conosci il paziente, si crea un legame - anche se per poco - ma non siamo qui a parlare di quanto è bello questo mestiere.
Alla fine della fiera ti sei guadagnato la sigarettina in solitaria, sulla scala d'emergenza d'angolo. Attento a non chiuderti la porta dietro. Sopra al piazzale invaso di macchine e gente, oltre la rotonda asfaltata, il terrapieno e il filare di case scantucciate ti perdi per qualche secondo nelle nuvole e nel sole bianco che comincia a scendere sullo sfondo, dietro alla super strada.
Sono quasi le 8 ormai: c'è la resa dei conti con lo strutturato. Imboccato dai più grandi, hai riempito la schede terapeutiche che devono essere vidimate da chi sa già fare il dottore. Hai dimenticato il protettore gastrico per l'ablazione di FA e l'rx torace per l'espianto andava richiesto urgente. Prendendo solo di mezzo bischero, hai passato la prova - per oggi. Aggiorna le consegne per il medico di guardia che è già passato a salutare in medicheria e scappa. Corri senza guardarti indietro. Se non te ne vai via subito qualcun altro ti troverà altro da fare, stanne certo.
Ficcati gli auricolari nelle orecchie e vola in strada. Sono le 9 passate, cucina, mangia, spara due cazzate a tavola. Ti capisco, sei stanco, sei affamato e non hai avuto contatti fuori dalla gabbia per tutto il giorno. Ma che cazzo, dai, non ti addormentare. Smettila di sbadigliare. Non ti togliere la camicia! Ok, via riposa un po' gli occhi. Solo un po'.
Tanto domattina c'è Pollon...
Oh no cazzo, hanno messo Hello Spank.
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8 aprile 2015
Aritmie
Sono entrato in reparto l'1 Marzo us, e da allora la mia vita è cambiata. Dio solo sa se non ho provato con tutte le forze a resistere, ma un minimo di 12 ore di quotidiano lavoro di corsia fiaccano anche il più fiero degli spiriti. Chiariamo subito che non mi sono ancora arreso ad un'esistenza di ascetica contemplazione della vita biologica attraverso la medicina. Ho intenzione di vender cara la pelle. In ogni caso, se non stacco un po' e non ricarico le batterie qui ci tiro il calzino, e non lo dico così per dire.
In corsia tuttavia ho imparato qualche cosina interessante su come funziona il cuore e la volevo condividere con voi.
Chiamatela cardiologia per schiappe, ma secondo me è molto efficace.
Il cuore si contrae in maniera ordinata. Il ripetersi stereotipato dei battiti si chiama ritmo. Ogni cuore sano segue il suo ritmo, senza fare pause.
Il termine aritmia deriva dal greco e significa assenza di moto costante.
Quest'ultima prevede sempre 3 concause:
- un fattore predisponente
- un fattore scatenante
- e un fattore perpetuante
Il primo coincide in maniera banale con come è fatto il vostro cuore: malformazioni, genetica, malattie varie e - per estensione - tutto quello che avete passato e che vi ha lasciato segni.
Il secondo dovete immaginarlo come un'anomalia elettrica, una scintilla in grado di incasinare il vostro ritmo, anche se per un momento soltanto.
Il terzo è di gran lunga il più raro e misterioso. Sostanzialmente è un meccanismo di mantenimento, in grado di rendere eterna un'avaria elettrica del cuore, altrimenti fugace.
Questo giochino apparentemente semplice, a mio modo di vedere nasconde dei risvolti a dir poco illuminanti.
- A) Il cuore sano è estremamente monotono e ruotinario. Lo so, non sono nella posizione di poterlo dire...ma che palle che fa. Tutto preso dalle cose di tutti i giorni, finisce per scadere in un tum tum ripetitivo e senza attrattiva. E questo è ancora più vero se visto cogli occhi del cuore stesso, che altrimenti non farebbe di tutto per sfuggire al proprio ritmo - e intendo dire di tutto. Tachicardie reciprocanti, extrasistolie, fibrillazioni e blocchi atrio-ventricolari, non sono che alcuni dei mille espedienti con cui i cuori di mezzo mondo cercano di porre fine alla noia. Pensate che esistono anche aritmie mediate dai pacemaker, che sarebbe come dire che il cuore si mette ad utilizzare un aggeggio, che letteralmente serve a a generare un ritmo sano, pur di dare di matto.
- B) Ognuno, secondo come è fatto (alias fattore predisponente) cerca disperatamente una scintilla che illumini le cose: una canzone, una birra, una zingarata o una bella mora...che poi non è mai davvero "una qualsiasi" - o almeno non dovrebbe esserlo - ma una perché essenzialmente in linea con come siamo fatti e cosa abbiamo passato. In fin dei conti, questa scintilla di per sé non è né buona né cattiva; siamo noi a dargli il valore positivo o negativo. E nel farlo, è bene tenere conto che il 99% delle aritmie non sono letali, con pochissime approssimazioni.
- C) Queste cazzate che avete appena letto, per quanto degne del più stupido degli oroscopi, sono scienza.
Dal canto mio, confesso di aver passato decisamente troppe serate con la speranza - non particolarmente segreta - di incappare in un fattore scatenante, magari uno di quelli che davvero ti sconvolge le idee e ti guasta i piani della settimana. Allo stesso modo temo di dover ammettere di aver pressoché completamente ignorato il terzo punto della questione per un bel po' di tempo. Potrei anche dire che questa ricerca è diventata piano piano il mio ritmo di base.
Il fantomatico fattore perpetuante, a mio modo di vedere, non succede per caso. Non è un incidente di percorso o una fatalità, bensì l'espressione di una precisa volontà cardiaca di non tornare a battere come sempre. E guardate che senza questo trucco, il ritmo torna sempre inesorabilmente al suo personale tum tum. Forse è questo che ci tiene in vita - defibrillatori a parte - ma per fortuna la scienza è ancora molto lontana dal capire come vadano esattamente le cose. Ed io sicuramente lo sono ancora di più.
Adesso torno alla mia vita di minima, fatta di chiacchiere, sigarette, cartelle, lettere di dimissione e poco, pochissimo sonno. Però prima vi volevo lasciare con un ultimo pensiero: a volte è difficile distinguere un ritmo sano da un'aritmia...il che in soldoni significa che quando arriva una crisi, un momento di inceppamento, un periodo di merda - chiamatelo come vi pare - magari è la volta buona per cominciare a fare le cose in modo buono. Io almeno ci spero.
16 marzo 2015
La città dei pini volanti
Il vento mi ha spazzato via il ventisettesimo compleanno, mezza macchina e tre pini di quarant'anni. Le radici divelte hanno spaccato il giardino, aprendo voragini nel terreno abbastanza grandi da inghiottirmi con tutto il cappello. Eppure quei tronchi stranamente orizzontali non sembrano tristi colla loro chioma aguzza e sempreverde. La superficie del prato poi, sollevata in zolle simili a colline, non aveva mai avuto un profilo tanto interessante. Certo, nessuno potrà più giocarci a calcio o a bandierina...ma sono passati talmente tanti anni dal'ultima volta che è successo, che in fondo il danno è solo teorico. Forse è solo l'idea di non poterlo fare più che disturba.
Abbiamo un bisogno innato di serenità e dovremmo sforzarci di appagarlo con pensieri dolci.

Il primo che mi viene in mente è che, per una volta, anche i pini abbiano provato a volare. Il pino in effetti non ha un fusto adatto al volo, la sua struttura massiccia non lo rende adatto al decollo e tanto meno all'atterraggio. Ma le conifere - si sa - sono alberi testardi, e come tali se si mettono in testa qualcosa, non è semplice far loro cambiare idea. Tutti quanti prima o poi finiamo col sentire il prurito di dimostrare di non essere messi lì solo a fare ombra al sole. Se a questo aggiungete il consiglio malizioso di un vento forte e nuovo, la frittata è fatta. Potrebbe anche essere, quindi, che nel cervello di un giovane albero - tanto ispirato quanto poco avveduto - sia preso il ruzzo di provare a spiccare il più goffo dei salti. Chiamatelo pazzo oppure geniale, ma il tonfo che ha prodotto non è passato inosservato e come ogni novità ha fatto proseliti: ecco che in un momento frotte di piante si precipitavano ad imitare il grande volo. Un pino particolarmente calcolatore prendeva la rincorsa ondeggiando prima di qua e poi di là, assieme a lui c'era quello frettoloso che spingeva i vicini, poco più in là uno un po' sbadato finì coll'appoggiarsi a un tetto, mentre uno bastardo decise che la traiettoria migliore passava sopra la macchinetta parcheggiata vicino. Comunque decidessero di gettarsi, il risultato non fu che uno soltanto, e cioè una città ricoperta da tonnellate di legno fracassate a terra assieme a tegole e mattonelle. Uno spettacolo che confonde e disorienta, un po' come l'arte contemporanea. A noi adesso non resta altro che guardare quei fusti sdraiati, colle radici per aria, e chiederci se tutto questo abbia un senso davvero o se siamo noi a non saperlo cogliere.
Il ciclone, quando arriva, 'un t'avverte. Passa, piglia e porta via. E a te 'un ti resta che rimanere lì, bono, bono a guardare e a capire che se 'un fosse passato, sarebbe stato parecchio, ma parecchio peggio.
A me, però, fa sentire solo sradicato.
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