29 maggio 2014

Svolte del destino - ovvero: come ho portato il VIP a Via Verdi

"Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo". La citazione non è casuale.
Succede che dopo aver passato anni ad identificare la sintesi di tutti i mali del cinema italiano in una certa categoria di attorucoli capaci di riempire le sale più per la loro graziosità che per il loro talento (pressoché assente), uno finisca per doversi ricredere - almeno un po'. Fa ridere perché se mi avessero dato un euro per ogni volta che ho infamato il VIP in questione, a quest'ora avrei potuto tranquillamente darmi allo strozzinaggio.



Alcuni miei compagni di quest'avventura, terrorizzati dalla penna di Alfonso Signorini, dalla copertina di Novella 2000 e soprattutto dall'ombra di Fabrizio Corona, preferiscono rimanere nell'anonimato. E come contraddirli? Qui si parla di gente troppo importante. Li chiameremo quindi con degli pseudonimi: Gigi, Vito, Ciccio e Billeri.

La nostra storia inizia con un aperitivo. Il meraviglioso buffet a 4 euro della Salumeria di via dei Macci, che offre la possibilità di riempire per ben due - e sottolineo il due - volte il piattino di plastica con pasta, crostini e insalatine russe. Seduti su una trave poggiata su delle cassette di plastica a mo' di panchina, con un bicchiere di rosso scadente in mano e la bocca piena, stavamo lì a testimoniare quanto dolce può essere la vita del disoccupato. Con fare sprezzante guardavamo i clienti del rinomato ristorante Cibreo, seduti agli eleganti tavolinetti dall'altra parte della strada, a poco più di 3 metri. Firenze è unica in questo: turisti, signori, barboni e cazzoni che si divertono ognuno alla loro maniera nella stessa via e in piena tranquillità.
Ecco quindi che fa il suo ingresso in scena l'ospite a sorpresa. Arriva quasi di soppiatto - diciamo pure che nessuno di noi lo aveva riconosciuto - e si piazza proprio davanti alla nostra panchina. Incuriositi dal numero di persone che lo fermavano per farsi una foto, realizziamo in breve tempo di chi si trattava: niente popò di meno che di Riccardo Scamarcio. La scoperta fu accompagnata da sonori commenti. "Mah, nun è mica così fio..." "Ma che cazzo ci fa lui lì da solo al ristorante?" "Chissà le fie che nun s'è trombato" "Scusate, ma che film ha fatto?"
È curioso notare come alla domanda "Hai visto 3 metri sopra al cielo?" l'uomo italico abbassi lo sguardo e risponda a) sì per colpa (di quella troia) della mia ex; oppure fieramente afferma b) col cazzo.
Mentre spettegolavamo come gallinelle, il vino finisce e andiamo a prenderci un'altra bottiglia di rosso al vinaino lì dietro, lasciando Ricky da solo davanti al locale. Una volta tornati, il nostro eroe era seduto al tavolinetto lì di fronte, alle prese con l'antipasto, ancora solo. Era decisamente l'ora di rompergli i coglioni. "Vieni Giggi che ci facciamo una foto con Scamarcio" "Ma cu' cazz', non me la facc'a foto cu' sto strunz. Manco fosse o cantante degli Aerosmith." (scusate il pessimo napoletano)
Io e Vito andiamo (noncuranti del fatto che ci aveva sentito mezza strada). "Scusa lo so che ti si rompe i coglioni a cena, ma ci si può fare una foto?" Risposta inaspettata: "certo, venite di qua" e con un gesto ci invita al tavolo. "Volete un bicchiere di vino?" "Che vino è?" e lui, svelando indubbie doti enologiche: "È buono, è biologico!".  Non sono precisamente il tipo che fa tanti complimenti, tanto meno che rifiuta un calice, e quindi il momento dopo eravamo lì a parlare, gomito a gomito. Vito e Ricky sono conterranei, e la conversazione vira presto sulla Puglia, sull'emigrare, sul futuro di questo paese. Inaspettatamente Scamy si lancia in accorate filippiche dal gusto squisitamente marxista, un po' in stile autogestione del liceo. Ci dava del tu, e noi facevamo altrettanto. Il passo di lì a scroccargli le sigarette era breve, e noi prendiamo confidenza abbastanza alla svelta.
Si trovava a Firenze per il derby del cuore, dove aveva giocato per la squadra di Emergency, di cui è un grande sostenitore. Era rimasto in città per girare un film dei fratelli Taviani, le cui riprese peraltro sono iniziate nella mia Pistoia, dove ancora si trovava la troupe...il che spiegava il perché Scamy si trovasse lì da solo.
Le chiacchiere continuavano, intervallate da continue richieste di foto da parte di ragazzine, fidanzati di ragazze, signorotte e passanti. Ci racconta dei suoi due grandi sogni: fare il contadino e l'attore. "Sono stato fortunato, perché ho potuto fare entrambi. Sono un ZappAttore." (no comment)
Dopo una ventina di minuti anche il restio Gigggi si avvicina al tavolo, seppur senza mostrare un minimo di apprezzamento per Scamy, il quale invece continuava ad ammaestrare la folla coi suoi discorsi e a giostrarsi in mezzo alle richieste di foto allo stesso tempo. "Ma tu sei Scamarcio?" "No, sono Gabriel. Gabriel Garko."
In maniera molto dolce ed educata, io lo incalzavo cercando di carpire qualche aneddoto di piccole avventure amorose, qualche segretuccio del suo indubbio successo col gentil sesso. L'interrogativo che gli ho più volte riproposto, specie coll'aumentare dei bicchieri, suonava più o meno così: "Via giù, Ricca, qual'è la meglio fia che ti sei trombato?" E qui bisogna che spezzi una lancia a favore di Ricky, perché in tutta franchezza avrebbe potuto raccontarci qualsiasi stronzata, anche la peggiore delle sboronate, e noi ce la saremmo bevuta...ma quello alzava gli occhi, aspirava la sigaretta e rispondeva "Ragà, sono fidanzato."
Niente. Nulla. Ci ha lasciato a bocca asciutta.

Il tempo passava e la cena era finita, credo che lui non volesse stare in mezzo alla gente, fatto sta che quando gli propongo di venire a bere un bicchiere a Via Verdi 13, Scamy accetta di buon grado. Confesso che ci ha reso tutti molto contenti. Immediatamente scatta la telefonata a Ciccio (che era a casa). "Ci', ti porto a casa un ospite a sorpresa" "Sì, già me lo immagino...Vedi che io devo finire di studiare!" (il giorno successivo, mi avrebbe confessato che si aspettava di trovarsi in salotto un barbone di Piazza Salvemini.)
Vito, Giggggi, io ed altri - di cui non so se posso fare il nome - salivamo le scale a 3 a 3, finché non ci troviamo davanti all'uscio dell'appartamento. Ricky entra in casa e trova ad accoglierlo una selva di segnaletica e luminaria stradale, fermate dell'autobus, Manuela la manichina, bandiere scritte a mano e l'immancabile cartello: AMICI MIEI QUI SI TROMBA...e gli piace. Grande.
Ciccio lo vede "E tu cosa ci fai qui??!". Bia, la coinquilina brasiliana, invece lo osserva con un impagabile sguardo da "Quindi questo qui sarebbe un attore famoso e bello?".
Ci mettiamo sui divani, il vino rosso scende e la conversazione adesso ruota attorno a...Pasolini. Per rispetto, non citerò niente, ma vi racconto che Scamy insiste per farci vedere un video più o meno incomprensibile, argomentandolo in maniera altrettanto criptica. A salvarci dalla deriva culturale, interviene l'ultimo coinquilino. La porta di casa si spalanca, e Billeri percorre il corridoio a grandi falcate fino al soggiorno.
"O te?" "Il che ci fai qui?" "Biagio, quando tu m'ha detto che c'era gente famosa a casa, pensavo ci fosse gente importante davvero. Che so...Magalli." Ridono tutti. Scamarcio compreso.
"Senti ma ce l'hai dove dormire?" "Grazie, ma sì." "No via, diccelo...vuoi rimanere qui?" "Tranquillo, ho una camera" "Sei sicuro?" "Ma li vuoi due euro? Non fare complimenti" Ricky ride ancora, e noi con (di) lui. Viene stappata un'ultima bottiglina di rosso, di quella del nonno del Billeri. Un vinellino onesto, che anche l'attorone dimostra di apprezzare.
La serata giungeva infine al termine, lo accompagniamo tutti all'hotel, vicino al Ponte Vecchio. Prima di uscire Scamy ci autografa il muro. Sulla strada altre persone ci fermavano per le foto, finché Ciccio "E con me la foto non ve la fate?" "Tu chi saresti?" "Come chi sono io?! Io sono la Rivelazione. Ho fatto un Medico in Famiglia." Scena meravigliosa: Ricky che fa la foto a Ciccio con i suoi fan.
Arrivati al ponte è il momento dei saluti e degli autografi. Billeri in particolar modo tira fuori un quadernone, glielo mette in mano e comincia a dettare "Scrivi: la situazione..." "La situazione te la scrivi da solo." E con quest'ultima cazzata lo salutiamo.

Insomma, a voi il giudizio...il mio è che nonostante non abbia mai visto un film con Riccardo Scamarcio, tranne Romanzo Criminale - che è bello - ne ho sempre avuto una brutta opinione. Ho sbagliato, e mi scuso. Non era da tutti assecondare dei cretini come noi.



11 maggio 2014

A volte, una canzone



A volte credi di ascoltare
il cielo che si prepara a crollare.
A volte scivolano via i fari
come se ci fossero i binari.
A volte per poter afferrare
le tue mani devi bucare
A volte, una canzone,
rende merito al sole

È un seme di follia
che cresce ogni giorno
e combatte l’apatia.
Non vuoi più fare ritorno.

A volte nel suo sguardo
cogli i baci dati in ritardo.
A volte nel suo sorriso
ti pietrifichi indeciso.
A volte la vedi andare via
pregando per la tua amnesia.
A volte, una canzone,
rende merito al sole

È un seme di follia
che cresce ogni giorno
e non guarisce l’apatia.
Non puoi più fare ritorno.
Le borse si fanno scure
nella luce del mattino;
Tu non avrai più paure
ma non sei meno cretino.

A volte gli anniversari
spiccano solo sui calendari.
A volte smetti di nuotare
per provare com’è annegare.
A volte non serve una rima
per migliorare l’autostima.
A volte, una canzone,
rende merito al sole

È un seme di follia
fiorito tutto attorno,
si chiama allegria
puoi intuirne il contorno.
Niente più sonno.
Niente più dolore.
Forse questo è un sogno
o si è fermato il cuore.


18 aprile 2014

La grande vuotezza

Se il vuoto che ti riempie
muta nobili vocazioni
in trite evasioni scempie,
ricercando ispirazioni,
nella musica, perditi;
sperando che la melodia
risvegli pensieri sbiaditi
nelle stagioni di amnesia.
Imprigionarli tu non puoi
come la mano con il fumo,
sol coi polmoni, se vuoi,
riassaporane il profumo.

Costruiamo su cadaveri
vissuti sul palcoscenico
della vita, fino a ieri.

Insegui sempre l'autentico:
coprendosi di squallore,
andando di bocca in bocca,
non muterà mai di colore.

Niente realmente ti tocca,
non è alle idee altrui,
che devi della coerenza,
ma a te stesso solamente:
bisogna che ti riabitui
al pensier, all'irriverenza,
e al viver unicamente.

Ho passato gli ultimi due giorni più o meno in ciabatte e pantaloncini, senza mai mettere il naso fuori di casa tranne che per comprare le sigarette. Sì, ho ricominciato a fumare - come se avessi mai davvero smesso. E allora mi chiedo io, quali sono le grandi idee cui dovrei la mia coerenza in questi giorni? Sono stanco, non dormo bene, come sempre. Un tempo credevo che fosse colpa dell'ansia - quella di ogni studente di medicina - esami, scadenze e menate varie. Poi ho creduto dipendesse dalla situazione in casa, i soliti casini, coi loro alti e bassi. Adesso che sono un felice essere umano inserito in una rete di relazioni sociali, comincio a sospettare che il  mio corpo ritenga ci sia qualcosa di meglio da fare che dormire. La domanda quindi forse è un'altra. Cosa fare oggi?
Ho questo bisogno costante di parlare, di correre, di conoscere persone, di scrivere, di studiare, di lavorare, di divertirmi...credo che quest'irrequietezza di base sia legata a un bisogno segreto - poco originale, peraltro. La necessità di non sentire. Che cosa? Il niente, l'inutilità di questa e quella cosa che facciamo, l'inutilità di un po' tutto, in fondo. Comincio a credere che, in fondo, noi vogliamo avere da fare. Gli obblighi e le scadenze ci spingono fuori di casa, ad usare il cervello e le mani. Il famoso otium latino, non è roba da tutti, sicuramente non da me. Direi che è un po' triste, ma tanto queste sono chiacchiere.

Forse però il niente che sento e da cui sto cercando di fuggire è qualcosa un po' più profondo; e non saprei dire in quale misura esso dipenda dal non riuscire a trovare niente per cui valga la pena di spaccarmi il culo, e quanto invece dal non avere le palle di lottare per quello che credo di volere.

Basta lamenti, questi sì, che non servono a un cazzo.
Ho visto la "Grande Bellezza": mi è piaciuto moltissimo. L'ho trovato spietato e adorabile. Jep Gambardella - Tony Servillo - è una creatura assolutamente affascinante, nonostante il fare lezioso e la vacuità della sua esistenza. Una contraddizione vivente, al limite del surreale, e per questo del tutto irresistibile...un po' come tutta quella massa di cialtroni da due soldi che ci vengono presentati nelle due ore di feste, palazzi e giardini: inizi col disprezzarli, poi ne hai pietà e quindi finisci per capirli. La grande bellezza forse è un po' il niente di cui parlavo prima, solo che Sorrentino lo sa spiegare meglio. Molto meglio. Non ho i mezzi tecnici per descrivere in maniera decorosa le riprese del film, in ogni caso ci tengo a dire che ci sono scene del film che sono visioni di una perfezione assoluta.


Capisco perché abbia vinto l'oscar: cosa può piacere agli americani più del casino, dei soldi e della fessa? L'altro giorno mi è capitato di vedere l'Mtv Movie Awards...la sola deduzione logica che se ne può trarre è che l'unica cosa più figa di una bella topona coperta di gioielli e seminuda che fa battutine sessuali su un palco davanti a milioni di giovani coglioni, sono due belle topone seminude che ballano. Sono un popolo di selvaggi, diciamocelo - scusate il razzismo. Noi non siamo molto meglio, però per fortuna abbiamo Roma che ci ricorda sempre che cos'è bello davvero.

13 aprile 2014

Il Battesimo del Fuoco

12 Aprile 2014, una data che difficilmente dimenticherò.


Ore 19.00 - fresco di laurea e abilitazione, colla borsa medica che ancora profuma di cuoio e il cuore pieno di speranze, mi avvio su per le intrepide stradine della montagna pistoiese, alla ricerca della fantomatica sede di Guardia Medica di Marliana (PT). Fantomatica, in quanto abbastanza rinomata nel settore per la qualità del sonno delle notti ivi trascorse.

Ore 19.55 – correndo a 100 km/h dopo aver più e più volte sbagliato direzione, giungo infine all’agognata sede. Qui mi attende una dottoressa veterana che tutta sorridente mi mostra le amenità della struttura e m’introduce alle probabili telefonate della notte, prima di congedarsi e lasciarmi tutto solo tra caprioli e lupi (e senza una tacca di segnale nel cellulare).

Ore 21.10 – prima telefonata preannunciata, consulenza telefonica.

Ore 22.15 – seconda telefonata preannunciata, nuova consulenza telefonica.

Ore 22.20 – ripetizione della prima telefonata, ancora consulenza telefonica.

Ore 23.10 fino alle 00.30 – il sonno mi assale, ma ritenendo mal costume dormire la prima notte sul posto di guardia - senza considerare l’aspetto non esattamente invitante del materasso presente - mi metto alla tv. Il commissario Maigret è veramente molto lento. Troppo lento.

Ore 01.30 – mi sveglia una telefonata da parte del 118. Nella comunità di profughi di Lampedusa accolta a Marliana (eh??!!) sembra essere scoppiata un’epidemia di dissenteria (cosa??!!). Tuttavia, prima di inviare svariate ambulanze sul posto, è richiesto l’intervento di un medico per valutare l’effettiva necessità di ricoverare i pazienti. Vengo avvisato della possibile barriera linguistica.

Ore 01.35 – comincio a realizzare di essere io quel medico.

Ore 01.40 fino alle 02.00 – mi avvio nel labirinto di tornanti, salutando coi fari due simpatici cerbiatti che balzellano sulla strada. Bella la natura. Raggiungo in auto l’hotel in questione.

Ore 02.05 – sono accolto dalla polizia e dalla municipale, intervenute sul posto, e vengo introdotto agli albergatori come “il dottore”. Mi viene raccontata la storia dei profughi e mi viene detto che due mediatori culturali sono già stati contattati per aiutarmi nella traduzione.

Ore 02.15 fino alle 03.40 – incontro i ragazzi ghanesi, parlano un inglese decente (qualità non esattamente estendibile ai mediatori), mi raccontano la loro storia, di cui non posso parlare. Comincio a visitare il primo ragazzo. Dopo la diffidenza iniziale, a turno gli altri si sottopongono alla visita volontariamente, mentre i restanti osservano e ridacchiano. Un ragazzo mi aiuta passandomi via via lo sfigmomanometro, lo stetoscopio e la pila. Alla richiesta di seguire la punta della penna cogli occhi o di gonfiare le gote, immancabilmente ci scappa la risata generale. I parametri vitali sono ottimali, non ci sono segni di disidratazione o di infezione acuta in corso. In tutta umiltà ritengo di non dover ricoverare nessuno, raccomandandomi di chiamare un vero medico se i disturbi peggiorassero il giorno seguente (non posso dilungarmi ulteriormente sui dati clinici).

Ore 03.50 – “God Bless You” (sorrido anche solo a scriverlo).

Ore 04.00 – realizzo che non ho idea di come gestire la burocrazia di pazienti profughi - ovviamente non cittadini toscani - e dotati di un’esenzione speciale. A tal riguardo, ricevo delucidazioni telefoniche talmente brillanti che decido essere più saggio il chiedere alla collega il mattino seguente.

Ore 04.30 – tornato alla sede, crollo sul meraviglioso materasso a molle.

Ore 08.00 – Coll’aiuto della collega completo anche la parte burocratica della mia avventura personale. Un po' ironica e un po' incredula mi dice che a Marliana la notte si dorme sempre. “Tu ha’ fatto un bel battesimo del foco”.

6 aprile 2014

Mi chiamo Biagio

“Quando scrivi ancora qualcosa?” Suona strano anche a me, ma è una domanda che mi viene rivolta abbastanza spesso. "Quando avrò qualcosa da dire". A dirla tutta però, i pensieri non mancano, seppur non mi sforzi di trascriverli. La risposta vera è quindi un po' più complessa e noiosa, e ve la risparmio; vi dico solo che parlo troppo per poi avere anche voglia di buttar giù due righe.



È passato molto tempo dal mio ritorno da Praga. Forse due anni possono non sembrare molti, ma quando vivi in centro a Firenze gomito a gomito con gente di tutto il mondo, 730 giorni si traducono in altrettanti volti che non riesci a rivedere nella memoria, nomi che hai scordato e giornate che non sai più raccontare. I “compagni monoporzione” - per parafrasare Fight Club – vanno e vengono con l’alternarsi delle stagioni e dei semestri, scanditi dalle immancabili feste universitarie, le sessioni di esami, i concerti e via dicendo. Lo spettacolo si ripete uguale e divertente, seppur con nuovi attori.
 S’inizia col non accettare più amicizie su Facebook e si finisce col provare una sottile insofferenza verso l’entusiasmo e il desiderio di farsi conoscere delle masse di stranieri che abitano il tuo soggiorno o l’altra parte del tavolo nel locale.

Mi ricordo bene come mi sentivo nel Settembre 2011 con un biglietto per la Repubblica Ceca in una mano e il cappello nell’altra: immaginate di avere la possibilità di lasciarsi alle spalle ciò che fate, dove vivete - praticamente chi siete – per poter riscrivere da capo la vostra vita, coi soldi dell’Unione Europea e circondato da coetanei nella vostra identica situazione. Un Erasmus è per definizione una persona di buon umore e disposizione, e questo perché conosce esattamente quanto tempo gli rimane e non vuole passarlo incastrato nelle stupide logiche sociali di tutti i giorni. Rimanere antipatico a qualcuno richiede troppo impegno, non vale neppure la pena di rispondere alle scortesie. Qualsiasi serata del cazzo si illumina riscoprendo l’eterna verità della frase “se non lo faccio adesso, non lo farò mai più”, e così anche il metallarone si mette la camicia bianca per andare in discoteca e il fighetto si ritrova a fare campeggio trai boschi o a bere una birraccia nella peggiore delle bettole infestate di fumo e vichinghi.
Io nella fattispecie, affascinato dalle bionde e algide Praghesi, partii col chiaro scopo di trombarmele tutte (anche se poi non passò neanche un mese prima che m’innamorassi come una pera cotta di un’italiana). Anche questo rientra nell’effetto Erasmus©, che ha il potere di tirare fuori il lato più positivo dalle persone. A onor di cronaca è importante citare anche altri esemplari di Erasmus che infestano le città. Ci sono, ad esempio, i pesci fuor d’acqua, che non si sanno adattare un briciolo al clima/cibo/orario/lingua, e che trascorrono le serate su Skype lamentandosi di quanto la pomarola fatta con i pomodori tedeschi sia sciapa; i miei preferiti sono invece i cagacazzo, quelli che hanno sviluppato l’incredibile superpotere di trovare (e spiegare a tutti i presenti) almeno 50 buoni motivi per cui nel loro paese di origine le serate sono più fighe, le ragazze più facili, la musica più bella etc etc. Insomma, ogni gruppo Erasmus ha le sue pecore nere, come tutte le buone famiglie.

Perché vi racconto ora tutto questo? Beh perché adesso vivo l’altro lato della medaglia, the dark side of the Erasmus - per così dire. L’assenza di un’occupazione fissa, l’appartamento nel centro della vita notturna fiorentina e una splendida coinquilina brasiliana sono tre motivi più che sufficienti per avere sempre nuove persone che gironzolano per casa e che si stupiscono di conoscere un medico allegro e colla barba rossa.
Non riesco più a stringere legami, e la verità è che comincio a pensare di non volerlo neanche più fare. Sono fortunato a poter contare su due mani gli amici veri, che rimangono nonostante le nostre vite non si incrocino mai, ma al tempo stesso sono una persona sostanzialmente sola, alle prese coll'arduo compito di doversi ripresentare da capo ogni sera. “Ciao, mi chiamo Biagio”.

Alla mia festa di laurea fiorentina in appartamento conoscevo meno della metà delle 150 persone che ballavano la mia musica e calpestavano il mio parquet. C’è poi una ventina di persone che ogni anno comincia a frequentare assiduamente casa mia: mi raccontano chi sono e cosa vogliono fare nella vita; mi parlano dei loro amori, se credono in Dio, cosa trovano di assurdo dell’Italia; s’innamorano, si baciano, vanno a letto insieme, si ubriacano…insomma, vivono. Poi vanno via, per un po’ scrivono, altri fanno fotografie, i più si deprimono. Io resto sempre qui, a parlare delle donne e del vino, degli anni passati in prima linea sol cappello in testa e l’allegria nello stomaco. Ho sempre un pubblico nuovo che per cortesia o per l’effetto Erasmus©, non storce mai la bocca quando sono io a dare la mia interpretazione dei massimi sistemi, di come gira il mondo e del perché “la vita è bella nonostante il mondo sia una merda”.
“È molto più facile portarsi a letto una persona che conoscerla davvero”, ormai in questa battuta io ci sguazzo senza tanti pensieri o remore. Forse avrei bisogno di un po’ più di serietà e spiritualità…ma la verità è che per queste cose c’è sempre tempo, e soprattutto non interessano a nessuno tranne che al diretto interessato, e cioè, a me. La conversazione è molto sopravvalutata, e se uno deve aprire bocca per dire le solite sacrosante banalità privo della minima convinzione, allora farebbe meglio a bere una birra e fare il cretino. Se notate una vena di cinismo o di rassegnazione nelle mie parole, vi prego però di non confonderle per nichilismo o depressione. Le regole del gioco sono queste, vanno accettate e se possibile imparare ad aggirarle. Il difficile è essere contenti nonostante questo, ma alla fine il provare ad esserlo è l’unica cosa per cui vale davvero la pena impegnarsi.
Dal mio canto l’unica cosa buona che sono riuscito a fare in questi mesi è di non aver preso in giro nessuno ed essere sincero, al limite della spietatezza. Dire la verità è la difesa migliore da ogni cazzata grossa che puoi fare verso te stesso. Riscrivendo un pelo l’imperativo categorico kantiano, direi che sto cercando di vivere senza fare qualcosa di cui poi potrei aver vergogna a parlarne. Voglio non avere segreti. Inutile dire che spesso vengo preso per un mezzo matto o il più contorto dei bugiardi. Il fatto è che nella mia condizione di amicone di tutti – e di nessuno – pochissimi prestano attenzione a quello che dico, e a me va bene così: purtroppo o per fortuna le persone che valgono qualcosa non crescono sugli alberi e quelle di cui mi importa davvero sono ancora meno. È a me stesso e basta che devo la mia coerenza, e ci vuole un bel fegato per farlo - anche solo per digerire tutto l’alcol che questo comporta.

Insomma, credo di avervi spiegato perché non ho voglia di scrivere - anche se avevo detto che ve lo avrei risparmiato - ma come sempre non sono riuscito a starmene zitto.

Voglio essere chiaro, a me tutto questo piace, o comunque sia è il meglio che riesco a fare. Non so per quanto tempo durerà, e la cosa strana è che in Via Verdi 13 sono l’unico a non saperlo.