6 febbraio 2016

L'importante è andare avanti - Lettera aperta ad amici, compagni ed amanti

Non ci siamo sentiti per un po', è vero.
So che un semplice mi dispiace non ti basta, e che oltretutto suonerebbe ipocrita.
Ti devo delle spiegazioni, e sono qui per dartele - per quanto non sia sicuro che serva a migliorare la situazione.

Dall'ultima volta sono successe tante di quelle cose che non vale neanche la pena di stare qui a elencarle. E' sempre così con le cose: succedono - e in generale lo fanno troppo in fretta.

La vita da specializzando ha dei ritmi assurdi.
La rotazione trimestrale delle turnazioni genera una continua confusione nella tua giornata tipo, che oscilla tra la vacanza-studio pagata e lo sfruttamento di stampo negriero. Al trimestre di mezze giornate lavorative si succede un altro di segregazione in corsia, in cui parole come solitudine e stress assumono nuovi e terrificanti connotati. Nella monocromia della vita di reparto, la deprivazione sensoriale finisce col metterti in contatto col tuo animale guida interiore - anche solo per fare due chiacchiere con qualcuno che non sia in uniforme o in pigiama. Tanto per la cronaca, il mio è una volpe in doppio petto di velluto, nostalgica dei tempi passati a rubare galline di nome Mr Fox.


In questo costante ri-adattamento dei bioritmi impari a valorizzare veramente i momenti di tempo libero, per lo più seppellendoti nel letto alla ricerca del sonno perduto tra guardie di notte sfortunate e weekend di congressi. E così passano i giorni e i mesi, finché poi una mattina ti trovi in ambulatorio le nuove matricole senza che tu neppure ti sia accorto di non esserne più una.
Dove cazzo è finito il mio primo anno pisano?

La via dello specializzando è tutt'altro che rettilinea.
Assomiglia all'autostrada A 12, direzione Genova. La strada inizialmente fila dritta fin oltre la Versilia, scivolando sulla piana che scorre tra il litorale a occidente e le Alpi Apuane a oriente. Poi d'improvviso le montagne sembrano franarti addosso mentre la marea risale fino ad inondare la carreggiata, così che quando non sei costretto ad assecondare le asperità della costa ligure, finisci inghiottito da un tunnel.
Ogni volta che ne riemergi, la luce muta e con essa l'azzurro delle onde, ora blu cobalto e ora grigio plumbeo; il manto di ombra proiettato dall'arco di roccia bruna scompare dietro la curva e torna ad abbagliarti la distesa di abeti e faggi, baciati dai raggi di sole in un trionfo di verde.
La montagna però ha ancora fame e ti rivuole nella sua pancia nera e arancione per poi risputarti fuori, sotto il cielo, adesso ingolfato di nuvole fumose e gremite di pioggia. Mentre gli appennini continuano a masticarti, il tergicristalli scandisce come un metronomo lo scorrere dei chilometri che ti dividono da Genova. Una sottile patina di condensa si forma sopra il cruscotto, rendendo il golfo e le sue insenature un'unica macchia sfuocata di asfalto, su cui file e file di palazzi stanno ritte per magia come tasselli di domino.
Ormai il sole si spegne lontano, tuffandosi in una schiuma infiammata che separa il buio delle montagne dall'orizzonte. E' notte, e i lampioni sparsi sulla costa nera a malapena ne segnano il confine dalle acque altrettanto oscure.

Tu però sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.
Prima almeno ci provavi a telefonare agli altri, quelli rimasti a casa e quelli scappati altrove. La linea però, cade ad ogni maledetta galleria, e ben presto il fastidio per le conversazioni interrotte supera il bisogno esplicito di risentire le voci amiche.
Le chat e i social forse aiutano a sentire meno le distanze, ma sicuramente non funzionano con le mancanze.
Le cose che passano dal finestrino non ti colpiscono davvero. Le cose passano davanti agli occhi senza avere il tempo di fissarsi sulla retina e inchiodarsi in quello strato molliccio di cervello dove sta la memoria. Passano i paesaggi, i volti, le strette di mano e gli abbracci.
Tu tanto se sei sempre in macchina. Che ci sia il sole, la luna, la pioggia o la nebbia.

Se ti dicessi che non ho più fatto salire nessuno a bordo, ti direi una cazzata. Tu mi conosci e sai bene come sono fatto. Anche i passeggeri come i panorami, passano e cambiano a cadenza trimestrale.

L'unica cosa che non cambia è l'ingenuità di essere lo stesso di quando ho girato le chiavi nel cruscotto poco più di un anno fa. Pur ammettendo che ciò sia possibile, se mi fermassi proprio in questo istante, mi troverei semplicemente solo e lontano. Lontano da te, dagli altri e da tutti quelli cui frega qualcosa di chi sono o di chi ero. Ma anche lontano da dove voglio arrivare...



Non volevo essere così pesante. Scusami. Oggi è una giornata piovosa, e la mia metereopatia non accenna a migliorare. A dire il vero, questo è un periodo fuori dal tunnel dell'ospedale e io sto sostanzialmente bene.
Questo ritmo frenetico ha il lato positivo di farti dimenticare tanto quei giorni indistinguibili gli uni dagli altri, quanto quelli in cui assisti alle tragedie vere.

L'importante è andare avanti.

Tu e gli altri siete rimasti indietro, ma almeno so dove guardare.
Se ti scrivo è per dirti che almeno tu non passi. Anche se forse a non passare, è solo la mia idea ingenua di te che avevo prima che girassi le chiavi nel cruscotto.

31 ottobre 2015

Primari

Avevo smesso di fumare. Ho riniziato. In realtà, è un vizio che non ho mai veramente perso.

Sono trascorsi un bel po' di anni dalla prima sigaretta rubata alla mamma di non ricordo chi, accesa nel campo dietro casa, al riparo da parenti e passanti. Devi aspirare. Girava di mano in mano nel più religioso segreto, tra risate e colpi di tosse.  Io aspiro sempre! Probabilmente ce ne sono state altre prima di quella in particolare, ma è la prima di cui mi ricordi e quindi fa lo stesso.
Ne ho dimenticato il sapore, ma ho ancora ben presente la soddisfazione misto senso di colpa di quella Malboro Light. Non posso dire lo stesso di praticamente tutte quelle che sono venute dopo.

In questo momento fumo una Camel in cucina. Il tizzone che si mangia il cilindro di carta produce uno sfrigolio peculiare. Un ticchettio che ha accompagnato questo gesto ripetuto Dio solo sa quante volte, e mai degnato di attenzione. Il rumore è sempre stato lì in mezzo alle chiacchiere, alle pause dalle lezioni, agli sguardi sollevati dal libro, ai treni che passavano, ai discorsi sconnessi, ai come stai? e ai ti è piaciuto? Una voce familiare appena udibile e che sostanzialmente non dice nulla. Queste Camel non sanno di un cazzo. A dire il vero è da un bel po' che hanno perso sapore. Quello che rimane sempre uguale è la nuvola di fumo che intasa i polmoni e colora di grigio bluastro l'aria qui intorno. A me neanche piace il grigio. A dirla tutta io odio il grigio. Eppure lo respiro di continuo, anche con l'accendino in tasca e il pacchetto vuoto.

Lo spettro della luce è composto in ugual misura da tre colori. Ciano, magenta e giallo. La loro combinazione a coppie produce rispettivamente il viola, l'arancio e il verde. Prendendo uno dei primi e mettendoli vicino alla combinazione degli altri due, si ottiene il massimo contrasto possibile. Questo è un vecchio trucco da sempre usato dagli artisti per trasmettere emozioni.


Campo di grano con volo di corvi - V. Van Gogh, 1890. 

Finito di dipingere Vincent quella sera tornò a casa, come sempre, quindi prese la rivoltella e si sparò nel petto. La pallottola si conficcò nel polmone, senza recidere arterie di grosso calibro o sfiorare il cuore. Gli ci volle un giorno intero ad andarsene. Trascorse le sue ultime ore in compagnia del fratello a chiacchierare e a fumare la pipa.

I colori sono tutto, non c'è bisogno che lo dica io. 

10 ottobre 2015

Malessere, definizione di.


L’orlo del vortice era formato da una larga fascia di spuma scintillante, ma nemmeno una goccia di tale frangia cadeva nella bocca del terrificante imbuto, il cui interno, fino dove arrivava l’occhio, era una parete d’acqua liscia, brillante, nerissima, inclinata a quarantacinque gradi sull’orizzonte, animata da un moto rotatorio e insieme ondulatorio lungo il perimetro esterno, capace di emettere un suono pauroso, per metà urlo e per metà ruggito, più intenso di quello che sia mai salito al cielo nella sua angoscia dalla possente cascata del Niagara. La base della montagna e la stessa roccia tremarono ed io, terrorizzato, mi gettai a terra abbarbicandomi ai radi ciuffi d’erba. 
«Questo», disse il vecchio, «questo non può essere altro che il grande vortice del Maelström.» 
Dicesi malessere quella condizione esistenziale simile a una spirale, nelle cui spire alle voglie si sostituiscono i pruriti, dove i si fanno assai più rari dei no, e dove alle strizzate d'occhio si avvicendano i sopraccigli inarcati. Una condizione in cui fondamentalmente le idee di bello o di giusto o di buono non trovano alcuna manifestazione tangibile. Se da una parte la risata diventa smodatamente cara e preziosa, dall'altra la cattiveria si fa tremendamente semplice e gratuita. Posti del cazzo, gente del cazzo, lavoro del cazzo, vita del cazzo. D'un tratto le due linee che separano lo squallore totale dalla fighettaggine più snob, si avvicinano al punto da ritagliare una striscia di mondo tanto sottile da starci stretto anche tu solo. Una posizione perdente, in buona sostanza - per non dire una posizione del cazzo. Ecco che la ricerca della tua felicità si fa invidia dell'altrui allegria, per poi degenerare in sincero disprezzo per il modo triste che tutti quanti hanno di stare serenamente al mondo. Ti ritrovi unico censore autoproclamato di un disagio diffuso e sbagliato, da combattere, da criticare e da farti il fegato amaro. Un censore tanto inutile quanto miope. Un censore del cazzo. Non ci vuole molto a capire che il problema sta da questa parte della scena, dietro il palco, in platea, lassù sulla tribuna da cui osservi lo spettacolo amaro con cui in genere s'intende la vita, o l'oggi, o la gente. Non ci vuole molto, ma per te è comunque decisamente troppo. Ormai hai perso completamente il gusto delle cose, delle persone, delle situazioni. Le poche cose che ancora ti suscitano un brivido sulla pelle, sono un bacio rubato, una scopata clandestina, un messaggino di buonanotte. Una buonanotte del cazzo. Per quello che ne sai la tua vita dovrebbe valere qualcosa di più del mero bisogno di ficcare l'uccello da qualche parte. A pensarci bene però forse non è poi così vero. La Bibbia recita testualmente andate e moltiplicatevi. Ed ecco che ti ritrovi a contare le volte in cui hai detto io non ti amo e scopri che sono molte di più di tutte le altre; quelle in cui, vittima della magia del momento, del sorriso, del profumo e del calore...ti sei ritrovato a dire quelle due paroline, certo che da quell'istante in poi le cose sarebbero state inevitabilmente diverse. Finché poi alla tristezza dell'ennesima delusione, si sostituisce la convinzione che in fondo è così gira il mondo, che solo un coglione poteva pensare diversamente. Una volta che hai finito di annegarti anche in questo fiume di lucida negatività, inizi a nuotare a ritroso nel tentativo di trovarne la fonte. E allora capisci che di base sei tu che non sai stare bene. Anche stare bene è da coglioni. Cercare la sbandata alla nostra età è da coglioni. Sognare è da coglioni. Ridere, divertirsi, ubriacarsi, staccare il cervello, conoscere sconosciuti, spendersi...tutta roba da coglioni. Ti esaurisci nella ricerca del motivo di tanta idiozia e ne trovi mille diversi, ma neanche mezzo che renda merito a quello che senti. Perchè la tua non è una sofferenza sincera. Tu vuoi stare male. Diciamocelo: è una sofferenza del cazzo. Tu vorresti sentire la mancanza di qualcosa - di qualcuno. Hai sempre pensato che in fondo si sta al mondo per trovare quelle cose che ti ci vogliono essenzialmente. E per essenzialmente si intende che quando se ne vanno via, ti fanno male. Tu cerchi quel male lì, di tutti quegli altri ne puoi fare a meno...assapori quindi l'inutilità della tua esistenza, come se potessi davvero provarci gusto. Ormai inebriato da tanta consapevolezza circa la tua grama condizione, per un momento ti senti come estasiato, quasi libero da quel fastidio di base che provoca il dover avere a che fare cogli altri, la famiglia, il mondo, il destino, il futuro, il tempo, il meteo, la pioggia, l'acqua, il vino, le piazze, i pedoni, i bus, le strade, i semafori, i colori, i vestiti, le mutande, le toilette, lo spazzolino e il letto...



Fin quando poi la mattina dopo ti svegli e riaffiori dal vortice di cazzate che hai scritto. E lì, davvero, ti accorgi di essere un coglione. Magari torni anche ad essere quel coglione. Il coglione allegro. E perchè no? Il coglione felice.

14 settembre 2015

Cazzi miei sui canzone una scritto ho



Sono in debito col mondo
per tutte le file che ho saltato,
per il pollo comprato a sconto
e scaduto in frigo ancora incartato,
per la faccia di culo con cui ho chiesto
me la dà una sigaretta per favore?
dopo il caffé, dopo la lezione,
dopo il treno o dopo una bevuta,
a passanti, conoscenti e altre persone,
che se dovessi restituirne la metà
dovrei darmi alla prostituzione;
per la montagna di calzini spaiati
che cresce ad ogni lavaggio
e regolarmente ricomprati,
per i decenni di cazzeggio
e per i buoni propositi rimasti tali;
per la classe di noi italiani
che ci professiamo uguali
a tutti gli altri: albanesi,
greci, marocchini, egiziani,
libici, zingari, negri e cinesi,
però aiutiamoli a casa loro
che qui ci sono già troppi animali.

Sono in debito cogli amici,
per tutte le volte che ero via,
per le serate ubriachi fradici
a brindare alla vita e alla fia,
per i compleanni che non c'ero
e le lauree che mi sono perso,
per le cazzate dette a cuor leggero
volendo aver ragione lo stesso;
perché questo fine settimana lavoro
e per quello prima che ero stanco,
perché anche se parlo sempre io
loro continuano a telefonare
e sopportano l'incessante parlottio
invece di mandarmi a cacare;
per quelli che vorrei qui ancora,
ché una foto o un mi piace non bastano
a rendere merito a chi eravamo allora,
né nella memoria mi risvegliano
il piacere di averli intorno
e di fare i coglioni tutto il giorno.

Sono in debito coi miei
per i viaggi, i ristoranti, i musei,
per i ventisette anni di intimità
sacrificata per la mia felicità,
che poi tanto felice non è stata
anche se sono loro ad averla pagata,
per i ventisette anni di vita insieme
che potevano passare ad amarsi
anziché subire le bizze del loro seme,
che io al posto loro, a pensarci,
col cazzo che lo vorrei un figlio
che senza alzare un sopracciglio
come unico ringraziamento
presenta l'affitto dell'appartamento.

Sono in debito colle donne
per le notti passate insonne
a scoprire perché il buio è dolce
se sei avvolto in un vortice
di lenzuola, pelle e sudore;
per le poche volte che ero innamorato
e per tutti gli attimi di amore
che in questi anni ho rubato,
per quando il letto era già tiepido
ed era facile riposarsi,
per le volte che sono stato avido
ed era comodo dileguarsi,
per tutte le storielle passate
- gonfiate ad ogni racconto -
e per le avventure incoffessate
in cui sono stato uno stronzo,
per quei messaggi improvvisi
che come un deficiente
ti strappano gli stessi sorrisi
di quando eri un tredicenne,
per le mie ragazze - quelle mie davvero -
anche se per poco tempo,
che hanno cambiato chi ero.

Infine sono in debito col tempo
per averne preso tanto per me solo
come questo che spreco scrivendo,
e averne dato agli altri troppo poco:
il mio egocentrismo sta peggiorando.
Sarà il segno che sto invecchiando
e sarà l'influenza di una certa musica
fatta di liste infinite più o meno in rima,
che svelano un desiderio di cambiamento
e uno spirito di osservazione sostanzialmente
inutili quando fine a sé stessi - come adesso.
Si tratta di una lunga tradizione musicale
che va fatta risalire ai testi di Rino Gaetano
ed arriva fino a quei coglioni de lo Stato Sociale.

13 agosto 2015

Di Pisa, del caldo e di quell'artre 'azzate

La voglia di lavorare è ormai ridotta a poche stille che evaporano nel caldo insostenibile di quest'estate. Sono schiavo qui, a Pisa, altrimenti nota come la città più afosa dell'italica penisola.

Nel Dialogo Sui Massimi Sistemi, Galileo così diceva della sua terra natia: "Deh, ci si ribolle". E ancora nel Sidereus Nuncius "Pensa che sul Sole fa'n cardo bestia che pare di sta' a Pisa!".
Anche il Boccaccio ha scritto alcune righe in merito all'ex repubblica marinara "Era n'afa che un ci si riavea neanche dopo'l bagno in Arno". Celeberrimo è invece il passo del XXII canto dell'Inferno in cui Dante parla di come fecero i pisani a sfuggire al clima tropicale:

"D'estate, inver, sì caldo facea
che li pisani per frigerio trovar 
costruiro'l campanil che pendea:

in origin dritto lo dovean far
ma giacchè ombra a Pisa un c'era
alto e torto lo voller innalzar

sì che el diede maggior copertura
pel popolo che sotto si pigiava
e posar potea nella frescura"

Tra i grandi poeti del passato tuttavia, è sicuramente Leopardi quello che ci ha lasciato le più celebri parole dedicate alla città e al suo clima: "L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano, né a Roma, e veramente non so se in tutta l'Europa si trovino vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi nell'inverno con gran piacere, perché v'è quasi sempre un'aria di primavera: sicché in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho veduto mai altrettanto. A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua. Però a Pisa non si tromba."
Com'è noto il poeta, una volta lasciata Recanati, aderì ad un ferreo regime di droghe pesanti - già all'epoca particolarmente facili da reperire in Piazza Vettovaglie - il che spiega il 99% delle affermazioni che avete appena letto.
Tuttavia alcune delle osservazioni del Leopardi trovano riscontro nella realtà:

 - vi si sentono parlare dieci o venti lingue: e questo perché i Pisani non esistono. Vi posso assicurare che in tutta la città non c'è neanche l'ombra di un autoctono. Leggende urbane che si perdono nell'alba dei tempi, narrano che gli indigeni sarebbero migrati altrove, mossi dallo sdegno per l'ennesima invasione di barbari provenienti dall'Oriente - che giungevano a frotte in città per farsi ritrarre in Piazza dei Miracoli (mentre fingevano di arreggere la torre) fin dall'Alto Medioevo. Pensate che tutt'oggi la piazza è gremita da pullman e file di cinesi, eppure del Pisano Doc© ancora non c'è traccia. Se proprio sei fortunato puoi incontrare qualche nativo di Buti, Lari, Fauglia, S.Croce sull'Arnaccio, Pontremoli, Cascina e tutta quella serie di ridenti località campestri più celebri perché citati nei doppiaggi del Nido del Cuculo che per l'amenità dei loro scorci.

- A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua: I nati nella provincia di Pisa (visto che di pisani veri non ce ne sono), parlano un toscano imbastardito da inflessioni liguri e espressioni marinaresche, e che di bello sinceramente non hanno proprio nulla. Alle C aspirate del fiorentino, qui si preferiscono le R marcate e inopportunamente sostituite alle L: "e tu ha'visto un beR fiRme!" (hai visto un bel film! - trad. ti stai ingenuamente illudendo); si utilizza ovunque il deh  con funzione di interiezione esclamativa o interrogativa, di avverbio, preposizione, pronome o anche di particella a sé stante con dubbio significato: "Ma hai mangiato?" "Deh"; il pisano assomiglia tantissimo al livornese, ma chiunque a Pisa - calabresi, siciliani e albanesi inclusi - ti dirà che sono totalmente diversi. Per concludere, nel lessico pisano esiste una parola che da sola definisce questi caratteri non precisamente eleganti e aggrazziati del dialetto quivi parlato, ed è ghiozzo. Ebbene, il pisano è ghiozzo. 

- A Pisa non si tromba: per quanto alcuni filologi oggi mettano in discussione l'attribuzione della frase al sommo poeta, essa rappresenta a tutt'oggi una drammatica realtà. 

- Pisa è un misto di città grande e di città piccola: In soli venti minuti di passo tranquillo vai dalla torre alle spallette dei lungarni, con tanto di selfie e birra in piazza Cavalieri. Fuori le mura trovi ad attenderti la città nuova, dove i quartieri rinascimentali svaniscono in un lampo tra le palazzine anni '80 e i vialoni senza alberi. Ecco che la dolcezza della città che si specchia nell'Arno lascia il posto all'anonimato della più grigia periferia: se sovrappensiero ti allontani dal centro, d'un tratto alzi gli occhi e sei colto dalla sensazione di poterti trovare in un punto qualsiasi del globo. Inavvertitamente cerchi collo sguardo un qualsiasi campanile, edificio o lampione che penda, giusto per ricordarti dove sei. Se testardamente continui a camminare, prima o poi finisci nel quartiere di San Biagio, dove - ironia della sorte - sorge il grande ospedale universitario. A poco a poco vieni inghiottito dai padiglioni numerati del presidio di Cisanello, in una distesa infinita di mattoncini rossi e tetti a capanna sorretti da colonnine di cemento bianco. Sfuggito anche alla morsa del nosocomio, raggiungi infine il limite esterno della città, inanellato dai raccordi della superstrada che si snoda nella campagna verde, non ancora erosa dal cemento. Qui la tua fame di spazio e di aria trova infine appagamento nel profilo morbido dei colli, che si frappongono a Lucca, sul finire di una distesa d'erba e girasoli.


La mia esistenza pigiato sotto l'ombra della torre procede, e confesso che ormai un po' Pisano mi ci sento davvero - volente o nolente. Ho passato fin troppo tempo a friggere nei ricordi e a struggere nei rimpianti di quel pezzetto di esistenza fiorentina interrotta. Capisci di avere un problema quando un bel giorno ti alzi, ti metti un bel cappello, fermi una bella ragazza per strada e anziché chiederle il numero di telefono, le pianti un mega pippone sul come sia tremenda la tua nuova vita da specializzando a Pisa. La fanciulla, in tutta la sua innata grazia e cortesia, ti scruta coi suoi occhioni carichi di dubbio e, mossa dalla più sincera curiosità, ti chiede: "Ma che cazzo di problema hai?". Ottima domanda. Sono passati alcuni mesi da allora, e ancora non saprei ancora cosa rispondere...e questo perché mi sono reso conto che effettivamente è da idioti passare le giornate a cercare una risposta. 
Vi ho raccontato questo suggestivo aneddoto cercando di darvi una spiegazione per non aver scritto, per essere stato molto poco social e, in fondo, per essermene altamente fregato di tutti voi negli ultimi mesi. Che volete, in questo caldo demenziale anche i legami si sciolgono - e io ho lasciato che si allentassero, almeno un po'. Alcuni di questi erano come nodi che stringevano troppo, fino a togliere il fiato e strozzare le risate in gola, come si fa con gli starnuti.

A tutti voi che siete partiti per non tornare, a tutti quelli che si sono sistemati, e anche a tutti gli altri che per un motivo o un altro non incrocio più per strada o al bar, confesso che mi siete mancati tanto, e che mi avete fatto anche discretamente male. Non ne ve ne faccio una colpa...semmai ve ne rendo il merito: spero di poter conoscere ancora molte altre persone di cui poi soffrire la mancanza; di quelle altre se ne può fare anche a meno.

Ogni giorno che passa mi rendo conto di essere sempre più isolato nel mondo ospedaliero, a tratti molto pesante...però dopo aver lasciato un po' a fermentare al sole i giramenti di coglioni, i dispiaceri e le mancanze, mi è tornata la voglia di ridere, di rompere i coglioni e di condividere.
Sto vivendo un bel periodo.