11 gennaio 2015

Il Nido del Cuculo



Parliamo di normalità.
Questo argomento mi è molto caro, per non dire che è diventato un'ossessione negli anni. Originalità, critica del senso comune, abolizione del concetto di gente...sono tra le poche idee in cui credo fermamente. Tuttavia, oggi vi risparmio il pippone autocelebrativo su quanto io possa essere bravo a sbattermene di tutti o a inventarmi un guardaroba fuori dal coro.

Vorrei invece parlarvi di normalità in un senso più preciso, almeno apparentemente, ossia quello medico. "Come fa un dottore a dire che un tizio sta bene? Voglio dire, decidere se uno è malato, è facile...ma come decide il medico chi sta bene?"
Il Dott. Biagini potrebbe rispondere citando le definizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di salute e di malattia che sono assolutamente condivisibili e rincuoranti - nonché un tantinello comode.
Io sinceramente la penso un po' diversamente però.
Premetto che fare un discorso generale su qualcosa di inverosimilmente complesso come la salute, fa dire delle cagate anche al più accorto dei professoroni...e di conseguenza mi limiterò a fare due esempi.
  • Numero 1: per dire che un cuore è malato, nel 99% dei casi è sufficiente fare un esame obbiettivo, un ecg, un'ecocardiogramma e un paio di esami del sangue. Se questi  parametri sono alterati, verosimilmente c'è qualcosa che non va.
    La domanda logica che segue, è "Chi ha deciso i valori di riferimento che indicano una possibile malattia?" l'osservazione empirica e, soprattutto, la statistica. Esempio: il 99% dei soggetti senza malattia coronarica ha valori di troponina I inferiori a 10 ng/ml, per cui avere un valore superiore è probabilmente dimostrazione di cardiopatia ischemica; se poi prendiamo la mortalità di tutti i soggetti e vediamo come varia in funzione della troponina I, ci accorgiamo subito che coloro che presentano valori alterati muoiono molto prima di quelli con valori normali. Chi è che sta bene? Chi ha valori normali - con pochissime eccezioni.
  • Numero 2: Per dire che una mente è malata, gli esami di imaging e di laboratorio ci aiutano solo ad escludere una causa organica (per lo più una lesione cerebrale o uno squilibrio ormonale) e quindi ci si basa sostanzialmente sui sintomi, che non possiamo misurare come gli enzimi, ma che possiamo appioppare - con una discreta approssimazione - alle persone.
    Anedonia, disforia, irritabilità, distimia etc...una lunga serie di parolone per descrivere comportamenti ritenuti non normali (in quanto le persone sane, statisticamente, non li mostrano e soprattutto, non te li raccontano). Dovrebbe essere chiaro già da adesso che qui la decisione su chi sta bene e chi sta male, comincia ad essere molto più sfumata.
Gli anglosassoni sono molto pragmatici - è la loro forza - e a questo tipo di problematiche rispondono sempre con un bel questionario dicotomico. Ne esistono centinaia, eppure le risposte si limitano quasi sempre a sì/no. Dormi bene? Pensi mai alla morte? Credi di essere meno felice degli altri? Sulla base delle risposte si calcola poi un punteggio - anch'esso validato da centinaia di migliaia di soggetti sani o malati - che ci dice se quella persona ha una malattia o meno. Il che, in soldoni, si traduce poi in prescrivere una terapia o no. E qui si apre un altro problema, o meglio, una voragine. Eh sì, perchè quasi sempre questi farmaci hanno un effetto sintomatico, ossia non curano la malattia ma si limitano a ridurne i sintomi.
Se avete seguito il ragionamento, avrete anche capito che se un paziente non presenta più quei sintomi (o comunque vengono attenuati) evidentemente il punteggio ottenuto al questionario che mi ha portato alla diagnosi, cambierà...per cui io, medico, potrei anche dire di averlo curato (o di averlo intontito al punto giusto).

Le soluzioni che oggi offre la psichiatria sono a mio modo di vedere inadeguate. I farmaci antipsicotici, alcuni antidepressivi e gli stabilizzanti dell'umore sono tra classi di farmaci più sporche (nel senso che non funzionano su un solo recettore, ma hanno miliardi di effetti diversi), tanto è vero che vengono prescritti in mille patologie diverse - e talvolta cercando di sfruttare quello che viene considerato un effetto collaterale, e non quello principale. Questo lo dico a dimostrazione che, in buona sostanza, non solo sappiamo pochissimo di come funziona la mente umana, ma che oltretutto "ci divertiamo" a dare sostanze senza poter sapere davvero il loro effetto sui pazienti. Gli psicofarmaci cambiano il tuo modo di pensare - il tuo modo di essere te stesso.
Attenzione, ciò non significa che non sia giusto o necessario tentare una terapia! Il primo compito del medico - dopo quello di non nuocere - è quello di aiutare, sempre. Ma appunto per l'estrema complessità di decidere dove sta la salute e la malattia prima di fare una diagnosi e di dare terapia, ci si dovrebbe pensare molto. Il farmaco è una risposta alla necessità di rispondere ad una richiesta di aiuto...ma lo psicofarmaco è qualcosa di cui ci si vergogna, di cui si ha paura e che si porta dietro l'etichetta di matto.
Io non sono nessuno per insegnare a fare il medico, tanto meno lo psichiatra. Sono però un testimone di come le cose non vadano assolutamente come si legge sui libri di medicina e di come lo stesso stato italiano non offra strutture dignitose per cercare di favorire l'inserimento dei diversi.
Il reparto di psichiatria è un'esperienza agghiacciante, senza il camice.

Ci tengo a dire che la mia in fondo è solo una provocazione che certo non vuole minare la validità della psichiatria in quanto tale. So perfettamente che alcuni di questi farmaci sono estremamente efficaci, per non dire insostituibili. Il punto su cui volevo farvi arrivare a ragionare è un altro: "chi dà il diritto a me, medico, di appiccicare una diagnosi di malattia mentale a qualcuno?" L'unica risposta che posso accettare è "se ritengo che faccia bene a qualcuno".


Per come la vedo io schizofrenia, disturbi di personalità, nevrosi etc. sono modi diversi di essere. Ed essere diverso, non sempre si sovrappone a malato. Potrà sembrare una cazzata, ma essere "matto" non per forza vuol dire stare male. Non sono qui a questionare se Mimmo Scialatiello - per tutti Goku - convinto di potersi trasformare in Super Sayan 3 e pertanto saltato dal 4° piano di casa invocando a gran voce la Nuvola Speedy, sia affetto o meno da malattia mentale...Tuttavia di sfumature tra questo tipo di manifestazioni e il vicino "di fuori come un terrazzo" perché non parla mai con nessuno, vaga senza metà apparente con la sua bicicletta e passa le giornate fissando le auto che passano, direi che ce n'è più di una.
Non c'è scritto da nessuna parte che il modo normale di essere sia quello giusto o il migliore. Il criterio con cui siamo portati a crederlo - senza averci quasi mai riflettuto per più di 2 minuti - è perché lo fanno quasi tutti, appunto.
La malattia mentale non sempre è sofferenza in sé stessa. Il dolore in gran parte deriva dall'incapacità di mettersi sullo stesso piano del resto del pianeta - dei normali, se preferite. E guardate che questa è un'esperienza che tutti abbiamo provato. Siamo noi stessi che ci facciamo male a vicenda in questo giochino macabro che si chiama "la gente", al quale non possiamo sottrarci - ma solo aderirvi o opporsi. Molti "matti" non hanno la forza di fare nessuna delle due cose, col risultato di finire schiacciati e tagliati fuori. E non accade perché sono folli, ma perché confrontarsi colla società è difficile, per tutti.
Oggi non si muore più di peste o vaiolo...ma in compenso abbiamo la depressione, e questo vale anche per i normali. Anzi, sono proprio gli psicopatici, i lunatici e gli squilibrati a riuscire a sbattersene un po' di più del mondo e delle sue regole. Forse è per questo che non vengono visti di buon occhio. Credo anche che anche la pietà dei medici, conoscenti, familiari etc. in tutto questo non sia di grande aiuto.

Noi pretendiamo di insegnare cosa sia lo stare bene, quando non c'è mezza persona che ci riesca veramente fino in fondo. Troppo spesso confondiamo l'essere sano, con l'essere normale. Mentre della salute se ne deve occupare il medico, della normalità a mio avviso nessuno ha il diritto di farlo.
L'unico atteggiamento possibile e auspicabile - e difficilissimo, ovviamente - è quello dell'accettazione. Una persona diversa, come non ha bisogno di sentirsi malato e alienato, non ha neanche bisogno di essere compatito o giustificato. Ci sono cose che non possono essere cambiate, ma solo accettate, e questo vale anche per la malattia.

La conclusione di tutta questa invettiva è che si fa presto ad appioppare l'epiteto di pazzo su chi non è normale, ma aldilà della stigmata sociale che questo nome si porta dietro, non aiuta veramente un cazzo di nessuno. Sarei curioso di leggere un referto psichiatrico di Van Gogh, intossicato tutta la vita da dosi da cavallo di luminale - che tra le altre cose fanno vedere aloni colorati attorno agli oggetti - o quello di Goya, affetto da encefalopatia da piombo, che gli causò l'alterazione della percezione cromatica - e la vista di qualche mostro qua e là.
Mi sapete dire una sola persona normale che abbia fatto qualcosa di veramente eccezionale?
In fondo Dalì diceva "L'unica differenza tra me e un folle è che io non sono folle".

La follia fa paura, ma personalmente mi spaventa di più il normale. E ancora di più il numero incredibile di volte che ho sentito dire "questo è psichiatrico" da colleghi o infermieri riferito al paziente di turno, colpevole 90 volte su 100 di essere un rompicoglioni o un fifone.

Una coda di 12 isolati di normali
I matti sono tanti, credo di saperne qualcosa. E se rivedessimo un momentino il criterio con cui queste persone sono reputate tali, credo che sarebbero i normali ad essere in netta minoranza. E sarebbe un bene, lo credo davvero.

7 gennaio 2015

FI - PI - (PT)

Ricominciare a scrivere dopo tanto tempo non è mai facile. Trovare le parole giuste è uno sport che va praticato ogni giorno, altrimenti ogni riga diventa simile all'altra mentre i periodi si fanno macchinosi e dal retrogusto di temino di seconda liceo. Le parole sono lo specchio del pensiero: una mente allenata a esprimersi chiaramente, è una mente che pensa bene.
In fin dei conti quello che hai da dire conta poco, se non sai come dirlo.

Io di cose nuove da raccontarvi, dal concorso di specializzazione al primo giorno di lavoro a Pisa, ne avrei proprio tante, ma non mi sento in grado di farlo bene in questo momento. Anche se è un gran peccato lasciare tutti questi ricordi a impolverarsi sulla pila delle pagine che non ho mai scritto, alla sera sono troppo stanco o troppo eccitato per buttare giù due righe. La verità è che mi sto sforzando di sfoggiare la migliore versione del Biagio per troppe ore al giorno, rischiando di vivere tutte queste giornate come se fosse la vita di qualcun altro. Trovo che il grande inizio assomigli alle vacanze, almeno in questo.

Sinceramente quello che manca qui è qualcuno che mi conosca un po', con cui parlare senza diffidenza, curiosità o il bisogno di dimostrare un bel niente...ma ci vuole tempo e tante - tante - altre bevute per trovarlo.

Intanto Simply Biagio si rifa il trucco per l'ennesima volta!
Eccovi la nuova immagine di sfondo...(mentre qui potete rivedere tutte le versioni precedenti)


M'è toccato riaddirizzare la torre perché altrimenti non riuscivo a creare un tema simmetrico, ma in compenso è stracarica di citazioni musicali e cinematografiche. Sapete riconoscere tutti i riferimenti?


La nuova immagine di intestazione invece è un omaggio a una delle mie pellicole preferite: "Qualcuno volò sul nido del cuculo". Un gran bel film sui matti e su un tizio che viene internato, un po' per sbaglio e un po' per via del destino. Il fatto che dietro il recinto di filo spinato ci sia Firenze è ovviamente del tutto casuale.

Con questa vi saluto, confessandovi che avevo seriamente intenzione di chiudere il blog fino a pochi giorni fa. Adesso però la voglia di scrivere sta tornando, e prometto di rifarmi vivo di quando in quando.

Ciao Bestiacce.

Ahhh...prima che mi dimentichi, vi volevo lasciare il pezzone del mio 2014.


18 novembre 2014

Scelte - Cardiobiagio

Lo scrivo qui e spero che rimanga per sempre. Ho deciso che mi specializzerò in cardiologia. Dopo aver passato gli ultimi due anni in geriatria - splendidi, peraltro - sento il bisogno di chiarire questa scelta a tutti quanti, perché questa non suoni come un ripiego o altro.
Non entrerò nel merito dell'esame di specializzazione perché tanto è già stato detto e scritto, perché già troppi si sono incazzati e soprattutto perché lamentarsi non serve a un cazzo, tanto meno su internet. Il punto è che dopo il famigerato concorso mi sono trovato a mettere in discussione la mia posizione circa il mio futuro. In buona sostanza, dopo la prima pubblicazione delle graduatorie - il 10 Novembre scorso - mi sono trovato a dover scegliere tra anestesia a Pisa, cardiologia a Perugia e geriatria a Napoli. Le graduatorie dicevano anche che avevo molte persone davanti a me per poter ottenere un posto a Firenze in caso di eventuali rinunce, tanto in cardio quanto in geria, e di conseguenza in quel momento il mio desiderio di continuare il mio percorso fiorentino si era come volatilizzato. Rimaneva dunque da scegliere tra due città sconosciute, due scuole sconosciute, guidato da un solo consiglio ripetuto allo sfinimento da famiglia e amici: ma tu cosa vuoi fare da grande? 


Avevo poco più 48 ore per sciogliere un dubbio cui non avevo trovato risposta in 6 anni, e questo mi ha sinceramente mandato in crisi. Vedete, geriatria a me piace molto, ma un conto è la scuola di Firenze - la prima e la migliore d'Italia - e un altro sono tutte le altre.
A chiarirmi le idee è stato principalmente il non voler essere il secondo Biagini geriatra. Io non sono il figlio del Dott. Biagini - se non geneticamente parlando. A tutto questo va aggiunta una malcelata fifa di trovarmi male a Napoli.
Ho cliccato sul computer l'accettazione della borsa a Perugia...e che cardiologia sia.

Automaticamente sono stato eliminato dalle graduatorie di anestesia e geriatria e sono iniziati i primi scorrimenti. Dopo una settimana ho scoperto che anche se avessi accettato geriatria non sarei comunque riuscito a fuggire da Napoli, mentre per cardio ero già scalato a Pisa. Non solo, ho scoperto di essere l'unico studente di tutto il mio anno di medicina a Firenze ad avere ottenuto un posto in cardiologia.Tuttavia, restavo fuori da Firenze per uno 0,1 di punteggio, con una sola persona avanti a me. A questo va aggiunto che nel frattempo avevo ottenuto anche una borsa in urologia a Firenze e una in igiene a Bologna.
Passa un'altra settimana e gli scorrimenti mi lasciano comunque nel mio posto in cardiologia a Pisa, ormai praticamente certo di trascorrere i futuri 4 anni all'ombra della torre che pende. Contemporaneamente però, scopro che a questo punto gli scorrimenti mi avrebbero fatto entrare in geriatria - nonché a igiene - a Firenze. Un brutto colpo. Non tanto per l'occasione persa (o per il fatto che qualsiasi altra scuola avessi scelto sarei potuto rimanere in Via Verdi 13), quanto perché adesso la mia scelta assume un insopportabile velo di irriconoscenza nei confronti delle persone con cui ho lavorato negli ultimi due anni. Mi dispiace davvero molto non poter ripagare l'investimento che è stato fatto su di me in termini di lavoro e fiducia - e soprattutto mi mancheranno il mio professore e gli altri specializzandi.
Tuttavia ormai il dado è tratto. Sarò cardiologo. Come in ogni scelta della mia vita, mi sono affidato più al mio naso che al cervello, e finora mi sono sempre trovato bene.



E ora bando alle ciance e dedichiamo qualche riga alle note allegre di tutta questa faccenda. Lascio Firenze. Dopo che tutti i compagni di questi anni di feste e sbronze mi hanno lasciato, è arrivato infine il momento anche per me di partire. So che queste parole possono suonare strane se dette da uno che ha dichiarato innumerevoli volte il suo amore sconfinato per questa città, però mi piace l'idea di salutarla come il luogo dove sono stato bene più che in ogni altro. Non voglio ridurla al grigio contorno di giornate di lavoro in ospedale. 
Questo inoltre comporta un'altra cosa: grande e devastante ultima notte di Via Verdi 13. Tutti invitati, tutti.

Infine ultima postilla, tanto la modestia non è mai stato il mio forte: dopo 20 anni ho finalmente concluso il mio percorso scolastico. E con questa ne approfitto per mandare un ultimo, cordiale e divertito saluto a chi ha bisogno di vomitare la propria ansia sugli altri, ai terroristi da esame, ai megalomani della facoltà impossibile, e soprattutto a quelli dello studio e della medicina come bene supremo cui sacrificare la propria gioventù.
Io non ho mai preso un'insufficienza, mai bocciato un'esame, mai rimandato un appello o perso un concorso...e soprattutto mai rifiutato un bicchiere di vino.
Non siete bravi perché studiate tanto, o perché fate medicina o perché non siete usciti il sabato sera per ripassare farmacologia. Siete bravi se state bene, fate quello che volete e soprattutto non lo fate pesare agli altri.

Ciao,
Cardio-Biagio

15 ottobre 2014

Pane, amore e...follia

Non credo di esagerare nel dire che la vita, senza qualcosa in grado di farti brillare gli occhi ogni tanto, non sarebbe molto viva, appunto.
Dormire, bere, mangiare e trombare. In fin dei conti il senso biologico di un uomo si riduce a sole quattro attività...e per quanto trombare sia senza dubbio la più piacevole, ciò non la rende necessariamente un modo dignitoso di riempire il tempo che ci divide dalla tomba. In sostanza, visto che tutti dobbiamo trombare, cercate di farlo bene, e soprattutto con delle belle topone, o anche se non sono belle che almeno vi attirino in maniera inevitabile. In questo sport credo che noi uomini abbiamo molto da imparare dalle donne: non mi stancherò mai di dirlo, se solo i belli trombassero, la quasi totalità degli omini sarebbe vergine. A mio modo di vedere, l'unica buona sensazione su cui fondarsi per scegliere una cosa cui dedicare il vostro tempo è il "Mi ci vuole". E se per l'amore è indubbiamente vero, certo non lo è meno per il vino o per il cibo.
Se non lo avete ancora capito, stasera parliamo di passioni. Le mie spero, un po', le conosciate. Per chi comunque capita qui per caso, faccio un brevissimo elenco. La musica, il cinema, la scrittura, le donne, i motori e la cucina. Che cosa hanno in comune tutte queste, per me? Il fatto che puoi passare una vita a studiarle, senza poter mai davvero dire capirne abbastanza. Sì, forse io sarò un nerd ma se una cosa mi piace (e mi piace davvero, non perché la fanno gli altri - semmai il contrario) non posso fare a meno di impararne il più possibile. E non mi pesa. Il come si faccia a studiare le donne, sarebbe argomento quantomai divertente, ma ve lo risparmio perché nonostante muoia dalla voglia di fare lo sborone - come ogni uomo che ha trombato più due ragazze in vita sua - non credo sia cosa di cui parlare su internet. E poi c'è già qualcuno molto più bravo di me da cui tutti possiamo imparare.


Quindi di cos'è che parliamo stasera? Ma di cucina, che altro?!
Partiamo col dire che cucinare, nonostante sia molto di moda di questi tempi, è tutt'altro che una faccenda poco seria. La Prova del Cuoco, Master-chef e Le Ricette di Benedetta, sono per loro stessa natura enormi cazzate, nate da un palinsesto tv ormai così scarno di nuove idee che il poter vedere una frittata di carote su la 7 assomiglia all'evento mediatico del giorno. No, no, no...qui stiamo parlando della cucina vera, ossia quella mangiata. N.B: Impiattare non è cucinare. L'occhio vorrà la sua parte, ma nella cucina, i protagonisti assoluti sono le vostre bocchine e i vostri nasini. Purtroppo quest'eterna verità viene ormai offuscata dagli incessanti bombardamenti pubblicitari che propongono hamburger saltellanti saporitissimi e panini multicolor freschissimi. Gli stessi che portano i più ingenui di noi ad affollare i vari McDonalds o Autogrill di questo paese. Per non parlare poi di coloro che credono che due fili di glassa di aceto balsamico, un ravanellino rosso e una foglia d'insalata su una raviera, valgano bene gli 80 euro spesi per un filettino al pepe verde di grammi 150. Per tutti loro, purtroppo, temo non ci sia più molta speranza. Ma per voi che sapete distinguere uno scalogno da un tubetto di aglio essiccato o il prosciutto di cinta senese dal crudo dell'Apprezzo, beh, per voi è il regno dei cieli.

Mangiare bene è l'ultimo sacrosanto baluardo dietro cui ogni italiano dovrebbe arroccarsi e vender cara la pelle. Purtroppo noi non siamo i figli delle mamme cuciniere di una volta, noi siamo cresciuti a suon di "non mi piace" e vittime dei 4 salti in padella Findus. Forse questa però è un'occasione, perché arrivare a 30 anni senza aver mai mangiato la finocchiona o una burrata fresca, ci dovrebbe far sentire ancora piccini, pure nel Bel Paese - che poi tanto bello forse non è più.  Intendiamoci, anche la cucina "etnica" è un altro universo da scoprire. Indiana, pakistana, vietnamita, giapponese ma anche brasiliana, messicana, peruviana, africana, libanese, ceca e chi più ne ha più ne metta. Unica eccezione va fatta per quella tedesca, che è per definizione una merda: parafrasando un noto spot automobilistico, saprete fare le macchine, non siete simpatici e soprattutto non capite un cazzo di cibo. Quando la più grande conquista gastronomica di un popolo sono salsicce bollite, crauti e insalata di patate con acqua, qualcosa davvero non va. Concludo l'argomento dicendo che i piatti della cucina tedesca, sono gli unici che sono molto più buoni se cucinati all'estero - vedi Trentino e zone limitrofe - rispetto che in patria.

Okay, la pianto perché non siamo qui a fare i fichi, ma semmai a cercare di capire perché lo siamo così tanto. Due buoni motivi: l'olio d'oliva e il pomodoro. A mio modo di vedere, è demenzialmente semplice creare qualcosa di commestibile, e poco di più il renderlo decente. Un filo d'olio, una cipollina fresca e un po' di pomodoro. Hai vinto, sicuro. Tuttavia quello che ci sfugge è cosa c'è dietro tanta semplicità. Io personalmente l'ho scoperto vivendo all'estero. Non puoi trovare un pomodoro come il san marzano aldilà delle Alpi - e se lo trovi, ha un peculiare colorito arancione, con qualche vaga sfumatura di vermiglio qua e là - e faresti meglio a lasciarlo dov'è. L'olio d'oliva poi, spagnolo o israeliano che sia, non assomiglia neppure lontanamente a quello nostrano. Non me ne vogliano gli stranieri, ma noi siamo più fortunati. Direte voi che è tutta una questione di gusti...certo, io stesso amo il gulash, l'escondidinho, le tapas, i paté o le quiches. Cazzo, a me piacque anche l'haggis o le frattaglie di pecora al formaggio dentro un cornetto di pasta frolla! Ma mentre questi troiai sono il risultato di miscugli di mille ingredienti e droghe, la cucina italiana è l'unica che non ha bisogno di niente per essere speciale, se non di qualche odore. A questo va aggiunto una ricchezza e una diversità che solo mille anni di guerre, santi, poeti, cretini, dominazioni straniere e confini geografici impervi possono ricreare, e il gioco è fatto. Insomma, solo per scoprire tutto quello che c'è da mangiare in Italia, con tutta probabilità non basta una vita. Se a questo aggiungiamo tutto il resto del mondo, cominciate forse a capire il perché di tanta mia rabbia nei confronti dei tredicenni in fila per il big tasty, o ancora peggio del deficiente americano che viene a Firenze per mangiare pasta colle polpette di carne.
Quello che volevo cercare di trasmettervi con tutta questa filippica è quel poco di allegria che cucinare per qualche amico - o ancora meglio per una bella gnocca - mi dà. Dubito di esservi riuscito, ma magari recupererò quando verrete qui in via verdi 13 a provarla di persona. 
PS: forse era meglio se si parlava di fica. Però quella si rimanda a dopo l'esamone del 28, vai.

3 ottobre 2014

Di mulini a vento e formaggi

Quando alle 4 di mattina ti metti a fare lo stronzo con un americano che non sa una parola in italiano tranne bambini e pizza - che ripete senza sosta colla faccia soddisfatta di chi ha finalmente conseguito il secondo dottorato in filologia dantesca - un paio di domandine te le devi fare.
Per dirvela tutta non è stato l'unico episodio del genere in quest'ultimo mese. Prima c'è stato il cretino che, facendo lo splendido colla barista, ha impiegato 10 minuti per tirare giù uno shot. Poi la francese briaca pesta all'uscita dal locale che ha cominciato a menare calci e pugni biascicando "italliani di mmerd". Tralascio le mie reazioni perché, davvero, non ne vado fiero. Ad ogni minima perturbazione, il mio io-figlio di puttana prende il sopravvento.
Da una prima valutazione, credo di aver realizzato che questo è il mio modo di esprimere la mia nostalgia, per non chiamarla solitudine. C'è chi si deprime, chi scrive poesie e chi si sfoga sugli stranieri sbronzi. Io appartengo a un po' tutte e tre le categorie, ma è l'ultima versione quella più manifesta, indubbiamente. Mi sento come quel grullo di Don Chisciotte, tutto fiero a cavallo a combattere contro l'ignoranza dei turisti. E se avete un minimo di fiuto, dovreste aver capito che se lo scrivo, è per chiedere scusa.
Feste, aperitivi, concerti, ingressi in discoteca e persone, tante persone, hanno sinceramente perso molto del loro sapore. Mi piace fare il vecchio, fingere di non avere più l'età per fare certe cose, ma la verità è che semplicemente non erano questi i motivi per cui ho amato Firenze.
Mi manca la mia città. E per mia intendo quel pezzetto di duomo che è tornato in Brasile, le campane di S.Lorenzo andate in Spagna, i gradini di S.Spirito andati a cercar fortuna in Inghilterra e il naso del David strappato e portato via nella campagna. Cazzo, mi mancano già anche tutti i futuri cimeli di questi anni passati in strada con una Moretti in mano, che dovrò salutare nel giro di altri 2 mesi.
Firenze comincia sempre più ad assomigliare a Gardaland. I primi giri sulle giostre sono una figata, ma poi ti ritrovi a notare che il galeone dei pirati è di plastica e che la cartapesta dei sarcofagi è tutta marcita. Il punto è che io queste cose le ho sempre sentite fin troppo bene, ma che grazie agli altri che giocavano con me, non me ne fregava un cazzo.
In tutta sincerità, infine, gli attaccabrighe mi sono sempre sembrati dei gran cretini. Il mio pensiero in merito si può riassumere con: "Ma cosa ti metti a rompere il cazzo alla gente con tutte le fie che ci sono a giro?". Grande verità, se non fosse che adesso sono io quello che ora torna a casa colle palle girate e in solitaria.
La cosa che più mi fa sorridere è però come io sia diventato tra i più infiammati difensori della patria e della gastronomia nostrana. Mi sono scoperto in grado di parlare per ore di formaggi e di pomodori. Oramai il san marzano e la burrata hanno per me la stessa dignità della Venere del Botticelli o del Ponte dei Sospiri...insomma, sono passato dalla voglia di imparare qualcosa sul mondo, al bisogno di dimostrare quanto è bello quello che ho qui. Anche solo a leggerlo suona come un mantra ripetuto all'infinito sperando di riuscire a crederci davvero, no?
E' passato un anno da quando sono laureato, ed è stato con tutta probabilità il periodo più divertente della mia vita. Adesso però ho fame di qualcosa di nuovo, magari di fare il medico. Anche il salumiere non sarebbe tanto male a pensarci bene.