14 luglio 2014

Let Me Entertain You

Mi piace pensare che scrivere qualcosa sul blog serva a qualcosa.
Sostanzialmente a riempire quel grigiume insulso che dilaga su facebook o su uno qualsiasi dei mille altri social, così come su ognuno dei mille canali televisivi. Abbiamo tutti bisogno di svago. Mille canali tematici, mille ricette di cucina, mille cartoni animati, mille reality, mille tv contest. Maratone di film a tema, maratone di serie nuove e vintage, maratone della pimpa, di paperissima, di bim bum bam, della prova del cuoco. Storditi da un palinsesto così ricco, accendiamo il computer o il tablet, il cellulare, lo smart-watch e lo smart-frigo per scoprire cosa ha scritto quella mezza topa che una sera hai conosciuto alla festa di chi non ricordi, scoprendo che va a Cecina con altre quattro mezzi busti dalle labbra arricciate e 50 mi piace per gamba. Il tuo ex vicino di casa ha scoperto grazie a un test che se fosse un animale mitologico sarebbe un ippogrifo cornuto del Guatemala, mentre una brunetta che probabilmente non hai mai visto dal vivo – ma che occupa la tua bacheca da così tanti di anni da essere praticamente di famiglia – ha postato un articolo che riporta le 10 foto che ti cambieranno la vita, o forse erano le 13 foto più irresistibili del secolo, o i 15 gatti più grassi del mondo, i 23 nani più simpatici di Hollywood, le 45 migliori parodie di film sul baseball del triennio 95-97 o i 17 tonni pinne gialli più grossi tagliati con un grissino.
Tutto molto illuminante.
La montagna di grigiume si accresce, comincia a coprire e quindi a inghiottire quelle 3 informazioni che ancora ti strappano un sorriso o un pensiero. Siamo tutti vittime e carnefici in questo giochino, seppure quasi del tutto incoscienti...ma lo scopo di queste mie righe non è quello di fare la morale a qualcuno, né di tediarvi ulteriormente. Voglio solo distrarvi, appunto.
Anche io mi trovo spesso a ingrigire davanti allo schermo, scaricando la responsabilità della mia noia sul niente di cui tutti ci nutriamo e alimentiamo. Ogni tanto me ne scordo però, e colto da una spinta inspiegabilmente positiva, cerco di condividere qualcosa di mio, senza avere la pretesa che sia degno del mi piace altrui, ma cercando di dare agli altri quello che io cerco dalla rete. In questa chiave il racconto del Nuti vorrebbe essere il tentativo di raccontare episodi e fantasie dei mie ultimi due anni passati in centro a Firenze, senza compromettere eccessivamente chi li ha vissuti veramente – me compreso.
Eppure la voglia va e viene. Vi confesso che ogni volta che mi sento dire “Hai scritto un nuovo post! L’ho letto quasi tutto, ma era così lungo!” perdo un ulteriore granello di fiducia nella mia generazione. Poi mi ricordo che nessuno di noi si considera parte di questa generazione e non so neanche più con chi prendermela. Allora mi viene da chiedermi se il problema sta in quello che scrivo, o meglio nel come lo scrivo. Tutti abbiamo bisogno di svago. Dovrei solo cercare di strappare una risata, usando parole semplici, immagini abbaglianti e soprattutto non usando più di mezza pagina. Forse sì. Anche perché non posso negare che ogni vostra nuova visualizzazione mi regala una discreta soddisfazione.
Eppure non è per questo che scrivo. Voglio distrarvi, ma soprattutto sono io che voglio distrarmi. E a me piace usare questo spazio per liberarmi dal grigiume che riempe le ore in cui non lavoro, non rido, non mi sbronzo o non faccio tutto il resto. Vorrei essere bravo a portarvi con me in questo giro di pensieri, e sinceramente mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, bene o male che sia.


Ho già usato troppe righe e la maggior parte di voi si è già perso qualche capoverso più in su. Beh, è davvero arrivato il momento di condividere qualcosa di mio.
Non tutti i grigi sono uguali. C’è una noia speciale, che si chiama malinconia, in cui spiriti lascivi e un po’ romantici adorano sguazzare seppur senza ottenere alcun risultato tangibile. Uno di questi grigi lo trovate tutto chiuso in una certa musica dal sapore tipicamente stonato e sgraziatamente rilassato. Quella che oggi vi regalo è la lista delle 10 canzoni delle allegre giornate piovose.
1) Fake Empire– The National

1 luglio 2014

Il Nuti - seconda parte

Sfrecciavo, ricordo, sul pavé bagnato dalla pioggia, scartando ora biciclette e ora valigie trascinate da turisti scornacchiati dal mal tempo. Mi hanno sempre fatto tenerezza gli stranieri che visitano la città durante la stagione invernale. Chissà quanta delusione nel trovare il Bel Paese tutto ammantato dal grigiore bagnaticcio e gelido di Febbraio. Gli immancabili shorts e berrettini tradiscono l'attesa di ben altro clima all'ombra del Palazzo Vecchio, mentre il loro sfoggio dimostra una notevole coerenza alle loro idee (nonché un'indubbia resistenza al freddo). Le loro cosciotte bianche e rosa, nude sotto le sferzate del vento crudele che gira attorno al duomo, mi riportavano sempre alla mente quel vecchio film di Totò, in cui lui e Peppino giungono a Milano rivestiti di pelliccia da capo ai piedi in piena estate, perché "A Milano fa freddo". A Firenze quella mattina faceva freddo davvero però.


Lanciatissimo nei miei vicoli medievali, davo degna dimostrazione del perché gli scooter siano il vero sangue pulsante che agita le arterie della città fiorita: una serpentina a 50 all'ora tra specchietti e passanti, che solo decenni in sella infischiandone di semafori rossi e piogge di insulti insegnano a disegnare. Sapete, si dice che ogni mezz'ora a Firenze avvenga un incidente che coinvolge un motorino...ed evidentemente l'orologio del destino quel giorno stava per segnare colle sue lancette invisibili il minuto che portava il mio nome impresso sopra.
La vidi sbucare fuori dal nulla, anche se proprio nulla non era: sul marciapiede a lato della strada c'era un furgone parcheggiato, che il conduttore aveva pensato bene di abbandonare lì, col portellone posteriore aperto, per andare a fare chissà quale lavoretto in chissà quale palazzo là attorno. Lei veniva da dietro il Ducato e come fece un passo verso il centro della strada, senza curarsi minimamente di guardare verso l'unica direzione di marcia della carreggiata - la mia - me la trovai proprio davanti, a meno di tre metri dalla ruota anteriore. Con un riflesso fulmineo e un mezzo infarto, riuscii a deviare lo sterzo quel tanto che bastava per non metterla letteralmente sotto, ma non abbastanza da evitare di urtarla col portapacchi, perdendo del tutto un equilibrio già reso precario dalla pietra umida e della frenata.

La scivolata del Liberty fu arrestata bruscamente dallo scalino del marciapiede che arginava il rivolo di acqua e pietrisco che scorreva sul vicolo, mentre io, privo di ogni ostacolo, schizzai via libero dalla legge di gravità. Un volo d'angelo. Anche se al posto delle candide piume fu il giaccone catarifrangente delle Poste a librarsi in aria per qualche istante. Vidi la grondaia scura avvicinarsi a velocità supersonica al mio sfortunato naso. Sfortunato sì, perché da bravo cazzone qual'ero, anziché l'omologatissimo casco in dotazione, ho sempre indossato un padellino logoro, memore dei bei tempi delle medie nonché privo di visiera o di qualsiasi altra protezione si potesse interporre tra il mio grugno e il tubo metallico. Sbam. Degno erede della scuola orafa fiorentina del Ghiberti e di Donatello, scolpii il mio profilo nel rame sottile. Un istante che ha lasciato il segno.

Credo di essere svenuto o di avere avuto un'allucinazione, non so. A onor di cronaca devo dire che questo episodio l'ho raccontato così tante volte da non saperne più distinguere il ricordo dai dettagli di cui si è arricchito tra una narrazione e l'altra. Per me fu come trovarsi in un video musicale: saranno stati gli anni trascorsi per strada con le cuffie perennemente piantate nelle orecchie, circondato da un muro di suoni che mi conciliava col traffico, coi turisti e coi bus; saranno stati gli anni sprecati davanti al televisore a guardare Mtv (quando ancora la M stava per Music e non per Merda), cantando testi di cui non capivo assolutamente nulla; sarà stata la più che probabile commozione cerebrale legata al trauma cranico...eppure tutto cominciò a muoversi sulle note che ancora sussurravano dagli auricolari, magicamente non sfuggiti alla presa delle mie orecchie, nonostante il colpo. Liberissimi di non crederci, però chiudete gli occhi e provate a immaginare.

Seguendo note come dita leggere che si sollevano dal marciapiede su per ciclamini appesi alle ringhiere, ti infili sotto le tende e le lenzuola, assieme ai brividi che due amanti soffocano in gola. Al piano sotto una ragazza si sente sola, con la valigia ancora da disfare. Gira e gira coi piedi nudi sulla moquette rivestita di cd brasiliani. Doveva ritornare, finire gli studi e costruirsi un futuro. Lei però vuole rivederlo: fanculo il domani. Dalla finestra un tizio in cravatta sbatte lo sportello e il cellulare, col cuore che romba in mezzo al traffico del viale. Dietro la scia di una bicicletta si ritrova su un argine qualche anno prima, a rincorrere lucertole che si nascondono nelle mura del piccolo cimitero. Una vecchia china sulla pietra serena stringe due fedi al petto, quando per un istante le campane le ricolorano il capo di nero, e di bianco il corsetto. Alla preghiera si succede il ricordo della promessa già mantenuta, ma ancora non meno vera. Poco più in là ci sono un bimbo biondo e i suoi ciuffi d'oro confusi a fili d'erba spessa. Osserva con invidia il gioco delle nuvole e tiene il ritmo con i sandali mentre si perde dietro a un battito di ali nell'azzurro. Da lassù la terra si allontana, un amico dice addio dal finestrino dell'aereo. Chiude gli occhi ed è ancora in piazza colla bottiglia fredda e la risata calda, giocando a fare il musicista. Poco più in là sono io, ancora per terra sotto il giaccone, e lei vicino a me nella medesima posizione.

Io non so per quale cazzo di motivo lei si trovasse in quella strada, né quale urgenza avesse condotto lì il furgone col suo autista, né perché proprio in quel momento dovesse giungere anche un bus ad unirsi al caos del momento...ma uno ci doveva essere per forza.
Vedete, con la canzone giusta, sembra di poter agire fuori dal tempo che scorre nonostante gli impegni più o meno inutili di ogni giorno. Capita che riesci a intravedere quel filo che lega i momenti e le persone, gli uni alle altre, se non addirittura a seguirlo e a intuirne il finale. Poi però succede sempre che la sveglia o la mamma, il fratello, la multa, l'amica, l'esame, il cellulare, la televisione, la macchina, il pedone, la sirena...ti abbassano il volume. Devi per tornare ad affrontare i problemi che non puoi fare a meno di ignorare, come un incidente, per esempio.
Mi svegliai. Lei era un mucchietto di ossa, peraltro mal conciata coi suoi jeans a vita alta strappati e sanguinolenti, i capelli bagnati di pioggia e la camicetta sdrucita con sopra quello che poteva essere il nome di qualche marchio straniero, illeggibile. Quel poco delle braccia che si intravedeva da sotto il giacchino, tradiva una magrezza eccessiva, ma non sgradevole, a suo modo. La sua figura era esile ma necessaria, di quelle che non puoi neppure immaginare con qualche curva o un paio di grammi in più. Il volto coperto da una cascata di crini castani e stravolti, scuoteva appena in su e in giù, come singhiozzando. Sono sempre stato tenero, colle donne. Mi avvicinai come per abbracciarla, perso nella musica della pioggia che versava lacrime dolci sulla scena, coprendo ogni altro rumore.

"MA CHE CAZZO FAI? IMBECILLE." Mi si parò davanti il suo muso rosso, sottile e sconvolto da una rabbia animalesca, tipo quella di un cinghiale mamma a cui hai toccato i cuccioli. Che esempio del cazzo. Rende l'idea però.
Fu così che Eva entrò nella mia vita, avviandola alla sua distruzione.



21 giugno 2014

Il Nuti - prima parte.

La mia storia comincia male, galleggiando a testa all'ingiù con ancora addosso la giacchina di velluto liscio, i jeans attillati e gli immancabili stivaletti neri. Proprio come in quel vecchio film - mi sembra si chiamasse Sunset Boulevard - il protagonista muore ancora prima di poterlo conoscere. Qui però non siamo a Hollywood e invece di ondeggiare serenamente in piscina, mi trovo a sguazzare coi calzini zuppi di quella brodaglia limacciosa che riempe l'Arno in piena estate.Tutto sommato poteva anche andarmi peggio, io ho sempre amato questa città. E a pensarci bene non avrei potuto trovare abbigliamento migliore per l'occasione.
Il Nuti muore come ha sempre vissuto, galleggiando. L'unica nota dolente è questa sirena che non la smette di gridare: ero sicuro che quando uno moriva, sentisse la nona di Beethoven o roba del genere...almeno un Hallelujah di Jeff Buckley pensavo di meritarmela.


Ma bando alle ciance, mi presento: sono Italo Nuti, 28 anni, avvinazzato per vocazione e postino per necessità. Sono pochi i traguardi che ho raggiunto in questa mia breve esistenza, tra questi il più sofferto di sicuro è stata la laurea in architettura.
In estrema sintesi, della vita mi piacevano le donne, e anche parecchio. Adoravo sbirciare il sorriso che fanno dopo un bacio, spiarle la mattina quando si alzano dal letto per andare in bagno senza trucco e, soprattutto, scoprirne i suoni segreti dei loro momenti di allegria più sincera. Non prendetemi per un maniaco o chissà che...io almeno, non mi ci sono mai sentito. Diciamo che se l'amore è un'enorme labirinto pieno di porte chiuse, la mia perversione stava nello scoprire cosa si nascondeva dietro ognuna di esse anziché affannarsi a trovare quella che portava all'uscita. La curiosità sarà anche un vizio diabolico, ma credetemi, qui dove sono adesso non ci sono né fuoco né diavoli.
Credo che possiate intuire che se mi trovo a far compagnia a pantegane e pesci, c'è di mezzo una donna. Anche se donna, quando riferito a lei, suona veramente male. Non pensate alla vendetta di un'amante geloso o a un gesto disperato; la mia dipartita da questo mondo è avvenuta in circostanze tutt'altro che normali; forse è per questo che sono ancora qui a raccontarvelo.

Ma ricominciamo dall'inizio: una gelida mattina di sei mesi fa, l'8 Febbraio 2011. All'epoca, le mie giornate scorrevano bagnate e tranquille, sempre in sella al Liberty battente bandiera delle Poste Italiane, col casco slacciato e le cuffie negli orecchi. Forse vi chiederete perché un architetto debba passare le sue giornate a suonare campanelli e a riempire le cassette di lettere e opuscoli colorati. Pigrizia? Mancanza di pecunia? Passione filatelica? beh un po' di tutt'e tre, a cui però si dovrebbe aggiungere la completa assenza di ambizione e una spensierata rassegnazione a quello che il destino offre. Ovviamente, il mio sogno da piccolo non era quello di fare il portalettere, ma a dire il vero non era neppure quello di progettare villine a schiera o rivalutare vecchi edifici industriali in malora. Avevo bisogno di soldi e adoro le due ruote, credo che l'inizio della mia carriera possa essere raccontata così. Fare il postino, comunque, presentava lati positivi insospettabili.
Quella mattina in particolare consegnavo la posta in Borgo S.Frediano, nel cuore della fiorentinità più genuina. Il giro cominciava come sempre dal ponte alla Carraia, giù per il Lungarno Soderini passando poi per il Cestello e per la titanica porta delle mura, e quindi via nel dedalo di vicoli che si snodano a sud fino a Piazza Tasso; da qui continuava a est, sfiorando il Giardino Torrigiani col suo torrino, arrivando in Piazza del Carmine coi suoi sampietrini disconnessi, per finire quindi in via dei Serragli a chiudere il cerchio. Oltre le amenità architettoniche, il giro riservava altre piacevoli distrazioni dai compiti strettamente legati alla nobile arte postale. Dovevo fare visita alla sig.rina Bianchini di via dell'Orto, che aveva ricevuto l'ennesima raccomandata urgentissima; poi alla vedova Palmucci di Piazza dei Nerli, che mi aveva telefonato perché ritirassi alcune lettere che preferiva consegnare di persona invece di affidarle ad una cassetta incustodita. La vera chicca era però la cartolina autografa della figlia dell'esimio Dott. Plini, che la ragazza si era assicurata di farmi pervenire a casa, che riportava una dettagliata descrizione dell'orario di lavoro del padre assieme ad altre utili raccomandazioni. Insomma, la giornata si prometteva indubbiamente faticosa, ma la cosa non mi spaventava.
Nei due anni di lavoro ero riuscito a costruirmi una buona reputazione, nonché un discreto giro di clienti affezionate e care, che per nulla al mondo mi sarei sognato di lasciare insoddisfatte o senza posta. Abituato a girare di casa in casa, avevo imparato che con un sorriso sincero, un pizzico di simpatia e un orecchio pronto ad ascoltare chi si sente solo, trascurato o dimenticato, si finisce quasi sempre per scoprire il lato migliore delle persone...il che si misurava in caffè offerti, grappini, sigarette, cioccolata, dolci fatti in casa, avanzi dell'arrosto o del fagiano ripieno e, talvolta, in quel calore di cui tanto si sente la mancanza nelle piovose mattinate invernali. Come le lettere che non finivo mai di consegnare, anche le chiacchiere giravano di uscio in uscio, e capitava di tanto in tanto che qualche nuova utente incuriosita, volesse testare di persona la bontà del servizio di ritiro domiciliare della corrispondenza.
Silvia, che lavorava all'ufficio postale n°13, ormai non si stupiva più delle telefonate indiscrete che di quando in quando investigavano i turni di lavoro o il numero di cellulare del giovane postino, ed era solita preparare i miei faldoni delle lettere con accurata dovizia. Io in cambio la portavo al cinema di tanto in tanto, non che la cosa mi pesasse. C'era una simpatia naturale nascosta tra le sue trecce bionde e il suo sguardo appena strabico, rideva sempre alle mie battute e aveva una piccola voglia sulla coscia destra che sembrava un impronta di gatto. La confidenza tra noi due nacque quasi subito. Ma mi sto perdendo come sempre nelle chiacchiere, e la voglia di Silvia ha poco a che fare con la mia triste storia.

10 giugno 2014

I Diari di Geriatria: Giorno 2 - Divorato dalla noia

6 Giugno

Eccomi al secondo (e ultimo) giorno di congresso geriatrico-pistoiese. Stessa poltrona sugli spalti, meno teste che spuntano in file ordinate sotto, sul campetto da pallavolo convertito per l'occasione in auditorium. Il primo simposio è LE PROFESSIONI SOCIO-SANITARIE: la professione dell'infermiere in Centro Diurno. Oggi parliamo di noia. La scelta del tema è scontata forse, ma non meno sentita.



Per leopardiana ammissione, la noia ci distingue dagli animali - che ne sono privi - ponendoci in una posizione assai più scomoda di polli e conigli. Ma come sarebbe bello starsene tutto il giorno sdraiati a grattarsi i coglioni e a mangiare! In effetti questa è l'occupazione principale di Jasmine, il mio pastore tedesco - esclusa la parte dei coglioni. Cosa non darei per mollare tutto e andare a vivere ai Caraibi, facendo surf dalla mattina alla sera. Aldilà della più o meno credibile passione che uno può provare verso il saltare su una tavola per 10 secondi (massimo) prima di finire a testa all'ingiù nell'oceano...non è un po' pochino per campare? 
Badate, non siamo qui a mettere in discussione l'istituzione del sogno a occhi aperti, fondamentale, specie mentre uno sgobba come un negro. Cosce abbronzate da cospargere di olio di cocco, bevendo cocktail cogli ombrellini colorati specchiandosi nelle acque cristalline di chissà quale isolotto tropicale, sono boccate di ossigeno durante le giornate di lavoro, studio e lezioni - quali L’assistente sociale nella rete dei servizi per la demenza tra emergenze sociali e complessità sanitaria. Ma, sinceramente, augurarsi una vita fatta di solo relax è frutto di eccessiva superficialità. 
Sarà che io al mare non so stare fermo un minuto, così come a letto, a colazione, sul tram, in fila al supermercato o al bar, durante una foto o una risonanza magnetica...ma nessuno mi leva dalla testa che anche la più fanatica patita dell'abbronzatura perfetta non resiste un anno a farsi foto a quelle gambine lisce distese al sole tutti i giorni. 

Il bisogno di relax nasce essenzialmente dall'incontrovertibile legge del voglio quello che non ho. Torniamo quindi dritti dritti al discorso di ieri: vivere è sentire la mancanza. La noia, viceversa, nasce dalla completezza, dalla sazietà. Ho l'impressione che molte persone non abbiano chiara quest'ovvietà, pensando alla noia come a mancanza di qualsivoglia cosa da fare...quando invece il problema è che perpetuano la loro quotidianità religiosamente, sognando nel frattempo il fine-settimana, l'estate o l'amore. I quattrini ci vogliono e lavorare è necessario, tutti d'accordo. Non tutti possiamo essere esploratori dei fondali oceanici o pornostar, ok. Ma la noia la proviamo tutti, e ci assale solo quando recitiamo da troppo tempo la stessa parte. Quanto sia questo troppo tempo è difficile da dire. Ci sono persone che sopportano meglio la noia - come tacchini e capre - e ci sono individui che ne sono totalmente allergici. Quale dei due estremi sia destinato a maggiore infelicità, non è oggi argomento di discussione.
Il lato più odioso della faccenda è che come un manto scuro che cala sulla finestra, la noia risucchia ogni altro desiderio di luce, lasciandoci in balia della più pericolosa delle compagnie: la gente - che per definizione è annoiata e sola. Sembra una cazzata, ma è così che nascono i grandi mali del mondo, come i regimi dittatoriali, il grande fratello e Maurizio Costanzo. Per inciso, distrarsi dalla propria giornata guardando altri coglioni che passano le giornate ha del perverso.

Torniamo alla noia però, che sennò mi perdo nei miei deliri anti-consumistici e misantropici. La noia è sazietà, si diceva. Non ci voleva certo Steve Jobs per capire la verità di "Stay Hungry. Stay Foolish". Così come non basterà la sua morte perché queste quattro parole non rimangano semplici decori su t-shirt già passate di moda. Basta via, la smetto.
Come si fa a non diventare sazi? Una soluzione è quella dell'ambizione, e cioè la seconda grande catastrofe che affligge il mondo. Boom. Il Grande Obbiettivo. Boom. Il Matrimonio. Boom. Diventare Astrofisico nucleare-Ingegnere Spaziale-Medico-Avvocato-Cavaliere del Santo Graal. Boom. Fare i Soldi. Booooooom.
Tutti persi a rincorrere orizzonti che non si avvicinano mai, sacrificando tutto, anche i capelli. Anche questo mi ricorda molto altri animali, le formiche in particolare. Anche se rimane da capire chi è che fa la parte della regina, in questo formicaio di cazzate che ho appena scritto. No, davvero, è facile perdere tutto nella gara a chi è disposto a dare di più. E anche qui c'è un risvolto macabro, e cioè il "cosa succede quando finalmente raggiungi la meta?" 

Nella stesura originale del post c'era qui una lunga digressione su una delle miei immagini poetiche preferite: l'Ulisse di Dante. Sapete quello di fatti non foste a viver come bruti ma a seguir virtute e canoscenza... Quello che dopo aver combattuto un decennio a Troia, girato i sette mari per altrettanto tempo, sconfiggendo ciclopi, mostri marini, sirene e trombato Nausicaa, Calipso e Circe, finalmente torna da quella poverina di Penelope. Qui stermina tutti gli spasimanti della moglie - che ci provavano da almeno dieci anni, e che quindi qualche diritto di stare a Itaca secondo me ce l'avevano - e si stabilisce come re. Finché poi non finisce coll'annoiarsi della dolcezza del figlio, della pietà del padre e dell'amore della consorte e riparte per scoprire dove finiva il mondo, col finale che tutti conosciamo. Arrivato a scriverlo a casa, però mi sembrava più efficace questo video qui.


Ed è proprio così che va. Non c'è cosa abbastanza bella da non potersene annoiare. Vittoria compresa.
Essere felici è assai più facile che il rimanerlo. Per metterla sul filosofico, l'uomo più felice della terra è quello che non ha niente, che ha tutto da guadagnare e che non vedrà mai sciogliersi tra le dita le sue grandi conquiste in una pozza di banale quotidianità. Per metterla sul terra terra, lavorare, possibilmente divertendosi e smettere di dare biblica importanza a lauree, matrimoni, figli e mondiali di calcio. Qualcosa di buono ne viene fuori di sicuro.

E adesso sorgono spontanee le ultime domande. Qualcuno vorrebbe passare il tempo con me? Do io qualcosa agli altri per non essere noioso? È possibile che io sia sempre interessante per qualcuno? Direi che la risposta alle questione non può che essere cazzo, no. Il che va inteso in chiave del bisogno continuo di cambiare, che non coincide per forza di cose col migliorare. Dallo stesso bisogno di non annoiarsi, deve nascere il desiderio di non essere noiosi, e specie ai nostri stessi occhi. Inutile dire che se lo scrivo qui è perché evidentemente è così che mi sento. Ragion per cui nel prossimo post vi racconterò un po' delle stronzate collezionate in questi mesi; e che adesso, complice il momento di bonaccia di Firenze e dei suoi abitanti, si stanno via via rarefacendo.

Adesso vi saluto girandovi a voi la domanda. Com'è che pretendete di non annoiarvi se passate la metà del tempo a lamentarvi della vostra giornata o della città, della vostra donna o di tutte in generale, dello stato e della politica, dei locali e del tempo...e l'altra metà continuando a fare sempre le stesse cose?

8 giugno 2014

I diari di geriatria: Giorno 1 - Le lacrime di coccodrillo

5 Giugno 2014

Eccomi qui, appollaiato in poltrona sugli spalti centrali dell'Auditorium di Pistoia, a fingere di prendere appunti durante l'ennesimo congresso di geriatria. Blocco e penna omaggio sono un'occasione immancabile alla divagazione.



Il Dott. Francesco Biagini oggi veste mocassini di cuoio marroni, pantaloni a tubo beige e camicia azzurra a trama geometrica (Se l'eccessivo sfoggio d'eleganza vi stupisce, tenete di conto che il presidente ed organizzatore del congresso è il Dott. Padre, e la cosa mi turba, alquanto). Ho malditesta, sono ancora disidratato, credo. Ieri notte, al concerto dei la Femme, il Biagio vestiva stivaletti di pelle chiara alla caviglia,  chinos gessati, t-shirt amaranto, gilet di cotone scuro e l'immancabile fedora nero...almeno finchè l'ora e mezza di pogo incessante non ha trasformato il gilet in un asciugamano di fortuna e la maglietta in mezzo metro di allegria apppiccicaticcia. Due immagini del come, tutto sommato, io sia un po' fuori luogo ovunque.

"È una fase di passaggio" "Si tratta di un momento di cambiamento" eccetera, eccetera eccetera...Ma quando mai non lo è stato? Credo che la differenza sostanziale di questi giorni rispetto ai mesi - o agli anni - precedenti è che mentre io muto pelle come i serpenti, l'ambiente che mi circonda sembra non fare altrettanto. Ho un'idea abbastanza precisa di cosa sia l'intelligenza, e questa sta nel sapersi adeguare a quello che ci circonda o, ancora meglio, nell'adattare il nostro mondo a quello che vogliamo. Ed eccoci quindi al punto della riflessione: cosa voglio? Risposta secca: niente. Postilla: mi sento un coglione.

Citando un intramontabile testo della letteratura internazionale - Harry Potter e la pietra filosofale - l'uomo più felice della terra guardandosi nello Specchio delle Brame vedrebbe solo sé stesso, così com'è: una delle più grandi cazzate mai scritte, a mio modo di vedere (NB: la frase, non il libro). La vita è sentire la mancanza, è un desiderio continuo, è volontà. Uno che non desidera altro che la sua vita così com'è,o è in punto di morte oppure è in quel momento eccezionale che si raggiunge appena dopo aver concluso una grande impresa. Diciamo pure che vivere è una grandissima rottura di coglioni, ma è da idioti desiderarne la fine. Le grandi imprese sono passate da un po' ormai e la mia meritata vacanza sta assomigliando sempre più alla disoccupazione più impunita. Lavoricchio - ho anche preso il primo stipendio - ma la remunerazione è occasionale e le opportunità di un'occupazione fissa dipendono essenzialmente dal mio ingresso o meno in scuola di specializzazione (esame a Ottobre). Nel frattempo più che fare quello che voglio, ormai direi che mi gratto pruriti. Intendiamoci, sono proprio i pruriti e i fastidi che ci fanno muovere il culo dalla sedia - e fa sorridere questa frase scritta accovacciato nel bel mezzo dell'intrigante simposio sulla "comunicazione orale col paziente affetto da Alzheimer" - ma non è abbastanza. Sto evadendo da qui per non sprofondare nella poltrona. Ma la verità è che sto fuggendo anche dalle esagerazioni notturne, anche se al terzo bicchiere in genere me ne scordo. Comincio a credere che la mia sete venga più da un desiderio di eterna gioventù che da un reale bisogno di divertimento. Sto tentando di continuare a fare quello in cui sono diventato bravo, a perpetuare l'immagine mentale di un Biagio che non esiste se non da sbronzo - e che forse solo per questo mi appare tanto desiderabile.

Seghe mentali, eh? Ebbene che vi aspettate possa scrivere qui dagli spalti? Volete la telecronaca de "il counseling continuativo al caregiver nei diversi contesti di cura"? Vedete da un lato sono stanco di essere il solito coglione di sempre, e dall'altro non ho nessuna intenzione di abbandonare tutto questo per cucirmi addosso un camice bianco. Tanto succederà comunque. La statistica dice che i medici che entrano in scuola di specializzazione escono fuori trentenni e sposati e - abbastanza spesso pure disoccupati - avreste voi davvero tanta furia di diventare specialista? Diciamo pure che che da qui a 10 anni mi vedo stressato, eccessivamente squattrinato e senza un briciolo di tempo libero. Soluzioni plausibili?
a) Fuga
b) Matrimonio con donna schifosamente ricca
c) Eroina
e ottimisticamente d) trovare almeno altri 100 ottimi motivi per cui valga la pena alzarsi dal letto ogni mattina.
A voi la scelta. Ovviamente B. 

Potrà sembrarvi idiota, ma vi giuro che una delle poche cose che desidero in questo momento è un bello scatolone Ikea ancora chiuso, possibilmente senza istruzioni. Ho veramente esaurito gli espedienti per passare le giornate, e oltretutto il problema è che non saprei più dove metterlo, il mobile. Uno ancora più grande è che non mi manca niente da troppo tempo. Questo, signori miei, per un ragazzo iperattivo con una spiccata inclinazione alla malinconia e alla drammatizzazione, è un disastro.


Eppure c'è una verità più dolce scritta in queste righe. Io sto bene, e questo è l'effetto che mi fa.
PS: Potrei cominciare a scrivere un libro anziché queste cagate insulse...ma qualcuno lo leggerebbe?