21 ottobre 2013
Fine
Perso nella foresta di ombrelli gocciolanti, uno sguardo intimorito lampeggia da dietro un impermeabile nero. In mezzo al fumo della sigaretta, Firenze si stringe sotto i tendoni del bar della stazione. Avete mai notato lo sforzo comune con cui cerchiamo di non incontrare gli occhi altrui? La solitudine di queste mattine è disarmante, specie nella pioggia che affolla i bus.
Finalmente il mondo torna a rallentare; riprendo fiato proprio sul traguardo. Con tutta la benzina che ho ingerito in queste settimane credevo non sarei più riuscito a frenare...
Riaffiorano i rumori e con loro la melodia sommessa dei pensieri. Questa è una di quelle canzoni che aiuta gli ingranaggi del cervello a riprendere il loro moto.
Non sono mai andato così veloce. Rush finale - il nome del gruppo di medicina del sesto - ha assunto un significato del tutto originale. Da qualche parte qui dentro c'è stata un'esplosione di rabbia e fame, divenute nel tempo bisogno di vita e contatto fisico. Sono stremato. Queste non sono lacrime di coccodrillo. Mi sento come di ritorno da un viaggio di anni, conclusosi in appena due mesi: coperto di polvere e con tante foto sfocate in valigia. Adesso dormo cinque ore a notte di media, trascorrendo le altre cercando di scrollarmi di dosso i problemi di sempre, arricchiti da rimorsi e delusioni tutt'altro che digerite. Devo dire che in fondo desideravo questo momento. La fine.
Non credevo di essere orgoglioso o egoista, non in questa misura almeno.
Oggi si laureano due dei miei compagni più importanti, un temporale accompagna la loro incoronazione, e già mi manca la loro amicizia. Il mio quotidiano si sta sgretolando alla velocità di una sessione di laurea...
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pensieri
3 ottobre 2013
Tesi: Ringraziamenti
È difficile trovare posto in poche righe a tutti coloro che probabilmente se ne sono guadagnati un pezzo, in tutti questi anni. Quelle poche persone che non posso evitare di citare sono il chiarissimo professor Niccolò Marchionni e il Dottor Andrea Ungar, che mi hanno accolto all'improvviso in una brutta giornata di Marzo, mentre sbandavo mestamente in mezzo alla confusione che la scelta di una specializzazione suscita.
La riconoscenza più profonda va però alla mia famiglia: anzitutto perché senza il sostentamento economico e il supporto logistico da loro fornito, semplicemente non mi sarei potuto laureare. Mamma, Babbo e Federico: vi amo. Non per quello che fate e non per quello che dite, ma perché siamo quattro creature in costante conflitto reciproco e con il mondo, e non di meno ci facciamo compagnia e forza, seppur non dividendo sempre lo stesso tetto. Abbracciato dall'ombra delle vostre figure sono cresciuto e continuo a muovermi; e proprio quando la tenera coperta ha iniziato a scivolare, tirata giù dal peso degli anni e dei problemi che dobbiamo affrontare, ho provato sulla mia pelle cosa significhi soffrire. Siete la mia riserva energetica, la centrale elettrica che alimenta il mio spirito, e non lascerò mai che vi esaurite. Vi ringrazio per avermi lasciato libero, e ancora di più per avermi insegnato il significato di tale termine.
Non mi dilungherò nel menzionare gli infiniti compagni di viaggio che hanno colorato la vita di questi sei anni, i più intensi della mia esistenza. Permettetemi però di ringraziare in modo particolare quelle persone che, costantemente, mi hanno fatto sentire un pesce fuor d'acqua tra i corridoi di Careggi: la vostra ansia contagiosa, la vostra innata capacità di ingigantire i problemi dello studio o del vivere quotidiano e l'incredibile naturalezza con cui avete abbandonato ogni carattere vi rendesse unici, in nome del bene superiore della medicina, mi hanno aiutato a diventare chi sono, e soprattutto ad andarne fiero. Mi avete insegnato che le persone si valutano sulla base di quante ore studiano, di quanto sono disposti a sacrificare di sé stessi: la mia interpretazione della lezione è, però, diametralmente opposta alla vostra. Nello scontro naturale mi avete ferito e plasmato, e se oggi, guardandomi alle spalle, un sorriso sincero nasce sulle labbra, è a voi più che a ogni altro che devo la mia gratitudine.
Per ultimo ringrazio mio nonno. Purtroppo non è qui tra voi a poter assistere al coronamento dei miei studi, in compenso però il suo sangue e il suo cuore riempiono ancora oggi il mio petto mentre scrivo queste sciocchezze. Grazie dell'attenzione e perdonate lo sfogo, nonché la malcelata soddisfazione.
La riconoscenza più profonda va però alla mia famiglia: anzitutto perché senza il sostentamento economico e il supporto logistico da loro fornito, semplicemente non mi sarei potuto laureare. Mamma, Babbo e Federico: vi amo. Non per quello che fate e non per quello che dite, ma perché siamo quattro creature in costante conflitto reciproco e con il mondo, e non di meno ci facciamo compagnia e forza, seppur non dividendo sempre lo stesso tetto. Abbracciato dall'ombra delle vostre figure sono cresciuto e continuo a muovermi; e proprio quando la tenera coperta ha iniziato a scivolare, tirata giù dal peso degli anni e dei problemi che dobbiamo affrontare, ho provato sulla mia pelle cosa significhi soffrire. Siete la mia riserva energetica, la centrale elettrica che alimenta il mio spirito, e non lascerò mai che vi esaurite. Vi ringrazio per avermi lasciato libero, e ancora di più per avermi insegnato il significato di tale termine.
Non mi dilungherò nel menzionare gli infiniti compagni di viaggio che hanno colorato la vita di questi sei anni, i più intensi della mia esistenza. Permettetemi però di ringraziare in modo particolare quelle persone che, costantemente, mi hanno fatto sentire un pesce fuor d'acqua tra i corridoi di Careggi: la vostra ansia contagiosa, la vostra innata capacità di ingigantire i problemi dello studio o del vivere quotidiano e l'incredibile naturalezza con cui avete abbandonato ogni carattere vi rendesse unici, in nome del bene superiore della medicina, mi hanno aiutato a diventare chi sono, e soprattutto ad andarne fiero. Mi avete insegnato che le persone si valutano sulla base di quante ore studiano, di quanto sono disposti a sacrificare di sé stessi: la mia interpretazione della lezione è, però, diametralmente opposta alla vostra. Nello scontro naturale mi avete ferito e plasmato, e se oggi, guardandomi alle spalle, un sorriso sincero nasce sulle labbra, è a voi più che a ogni altro che devo la mia gratitudine.
Per ultimo ringrazio mio nonno. Purtroppo non è qui tra voi a poter assistere al coronamento dei miei studi, in compenso però il suo sangue e il suo cuore riempiono ancora oggi il mio petto mentre scrivo queste sciocchezze. Grazie dell'attenzione e perdonate lo sfogo, nonché la malcelata soddisfazione.
21 settembre 2013
The Royal Tenenbaums
ATTENZIONE SPOILER: la seguente recensione svela particolari della trama.
Se siete interessati alla visione del film, fatelo prima di leggere.
Se non siete interessati, prima leggete e poi andate comunque a noleggiare il dvd.
Se avete già visto il film e vi ha fatto cagare, date libero sfogo alle offese.
Una perla. Wes Anderson crea fin dai primi 30 secondi una cornice perfetta, dipingendo una casa delle bambole dove si muovono personaggi magistralmente caratterizzati, al tempo di una colonna sonora cucita su misura per ogni inquadratura. In questa pellicola c'è tutto: affetto, odio, depressione, droga, funerali, cani, tute dell'Adidas e dolcezza - tanta dolcezza. Una commedia che fa ridere sottovoce, senza volgarità e senza disturbare il vicino...e non sono molti i film che possono vantare tanto.
E' la storia di una famiglia speciale, composta da dieci bizzarre creature e tenuta assieme da 22 anni di tradimenti, litigi, incomprensioni e fallimenti - nonché dall'amore di una mamma ingrigita.
Da una parte sta Royal Tenenbaum, un padre deplorevole nella sua infinita bastardaggine,che si strugge nel tentativo di riconquistare l'amore dei figli e della splendida moglie, anche se spinto più dal capriccio che da un reale sentimento: è un bugiardo patentato che ricorre ai più meschini dei trucchi per raggiungere i suoi scopi, finendo però con lo scoprire un amore sincero verso i suoi cari - seppur fallendo miseramente nella sua impresa. Dall'altra ci sono i giovani Tenenbaum, in cui genialità e stupidità s'intrecciano formando un arcobaleno di caratteri che abbraccia quasi tutte le persone del pianeta. Il maggiore è Chas, un vedovo nevrotico che non riesce a piangere la recente perdita, ridotto a sfogarsi nell'ossessivo affetto per i figli, sue fotocopie sputate - stile Mini Me - e nell'inspiegabile disprezzo per il proprio cane. Viene quindi il dolce Richie, tennista profondo e sensibile, appassionato pittore e ritrattista dal dubbio talento, che gira per il mondo cercando di guarire dalle pene di un amore poco ortodosso. Ed infine la figlia adottiva Margot: un mistero biondo e maledetto che nasconde una drammaturga libertina colpita dal blocco dello scrittore, nonché da un velo di depressione.
Adoro questo film, è inutile nasconderlo...nel rivederlo decine e decine di volte, prima di dormire, si scoprono quei particolari sottili che il regista ha nascosto con cura maniacale nei ritratti appesi al muro, nei trofei in camera di Richie, nei taxi inspiegabilmente malconci - gipsy cabs - o nelle pagine dei libri che annunciano i capitoli della storia.
Un cast d'eccezione impreziosisce il tutto: l'inossidabile Gene Hackman interpreta il pater familiae, sfoggiando una sorprendente interpretazione comica, che lo rende degno protagonista e fulcro di tutta la pellicola; viene poi la splendida Anjelica Huston, non a caso eletta a musa ispiratrice di Wes Anderson, che intrepeta Etheline Tenenbaum ossia la quintessenza della maternità e della femminilità; Gwyneth Paltrow, Ben Stiller e Luke Wilson, sono invece tre giovani rampolli di cui sopra; in particolare quest'ultimo - oltre ad essere co-autore della sceneggiatura - risulta assolutamente indimenticabile nella sua tenerezza; infine Owen Wilson e Bill Murray - altra costante delle commedie del regista americano - concludono il quadretto familiare con la loro stravanganza genuina.
Una scena su tante: l'incontro tra Richie e Margot alla stazione dell'autobus.
In buona sostanza, si tratta di uno dei miei film preferiti: il voto è chiaramente 10, anche se non credo di poter essere molto oggettivo.
Se siete interessati alla visione del film, fatelo prima di leggere.
Se non siete interessati, prima leggete e poi andate comunque a noleggiare il dvd.
Se avete già visto il film e vi ha fatto cagare, date libero sfogo alle offese.
Una perla. Wes Anderson crea fin dai primi 30 secondi una cornice perfetta, dipingendo una casa delle bambole dove si muovono personaggi magistralmente caratterizzati, al tempo di una colonna sonora cucita su misura per ogni inquadratura. In questa pellicola c'è tutto: affetto, odio, depressione, droga, funerali, cani, tute dell'Adidas e dolcezza - tanta dolcezza. Una commedia che fa ridere sottovoce, senza volgarità e senza disturbare il vicino...e non sono molti i film che possono vantare tanto.
E' la storia di una famiglia speciale, composta da dieci bizzarre creature e tenuta assieme da 22 anni di tradimenti, litigi, incomprensioni e fallimenti - nonché dall'amore di una mamma ingrigita.
Da una parte sta Royal Tenenbaum, un padre deplorevole nella sua infinita bastardaggine,che si strugge nel tentativo di riconquistare l'amore dei figli e della splendida moglie, anche se spinto più dal capriccio che da un reale sentimento: è un bugiardo patentato che ricorre ai più meschini dei trucchi per raggiungere i suoi scopi, finendo però con lo scoprire un amore sincero verso i suoi cari - seppur fallendo miseramente nella sua impresa. Dall'altra ci sono i giovani Tenenbaum, in cui genialità e stupidità s'intrecciano formando un arcobaleno di caratteri che abbraccia quasi tutte le persone del pianeta. Il maggiore è Chas, un vedovo nevrotico che non riesce a piangere la recente perdita, ridotto a sfogarsi nell'ossessivo affetto per i figli, sue fotocopie sputate - stile Mini Me - e nell'inspiegabile disprezzo per il proprio cane. Viene quindi il dolce Richie, tennista profondo e sensibile, appassionato pittore e ritrattista dal dubbio talento, che gira per il mondo cercando di guarire dalle pene di un amore poco ortodosso. Ed infine la figlia adottiva Margot: un mistero biondo e maledetto che nasconde una drammaturga libertina colpita dal blocco dello scrittore, nonché da un velo di depressione.
Adoro questo film, è inutile nasconderlo...nel rivederlo decine e decine di volte, prima di dormire, si scoprono quei particolari sottili che il regista ha nascosto con cura maniacale nei ritratti appesi al muro, nei trofei in camera di Richie, nei taxi inspiegabilmente malconci - gipsy cabs - o nelle pagine dei libri che annunciano i capitoli della storia.
Un cast d'eccezione impreziosisce il tutto: l'inossidabile Gene Hackman interpreta il pater familiae, sfoggiando una sorprendente interpretazione comica, che lo rende degno protagonista e fulcro di tutta la pellicola; viene poi la splendida Anjelica Huston, non a caso eletta a musa ispiratrice di Wes Anderson, che intrepeta Etheline Tenenbaum ossia la quintessenza della maternità e della femminilità; Gwyneth Paltrow, Ben Stiller e Luke Wilson, sono invece tre giovani rampolli di cui sopra; in particolare quest'ultimo - oltre ad essere co-autore della sceneggiatura - risulta assolutamente indimenticabile nella sua tenerezza; infine Owen Wilson e Bill Murray - altra costante delle commedie del regista americano - concludono il quadretto familiare con la loro stravanganza genuina.
Una scena su tante: l'incontro tra Richie e Margot alla stazione dell'autobus.
In buona sostanza, si tratta di uno dei miei film preferiti: il voto è chiaramente 10, anche se non credo di poter essere molto oggettivo.
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cinema,
recensioni
16 settembre 2013
Firenze
Com'è dolce il vento che scivola sul ponte,
quando un paio di shorts solletica l'acume,
portando le note stonate, di risate bionde.
Selve di persiane si specchiano nel fiume,
chiudendo allo sguardo spiragli affrescati:
una bimba che colla luce accesa, dorme,
quasi della notte buia temesse gli agguati.
Squadroni scalcianti di silenziosi motorini
attendono il risveglio dei rispettivi fantini
mentre dame bianche ti salutano per la via
appese a una facciata nella loro cortesia.
Gattonando verso casa, non sei mai solo:
di un canto e un vicolo pestando il suolo,
discorsi sconnessi e rose senza profumo,
ronzano alla luce del bar, in mezzo al fumo.
Bicchieri di plastica, scherzi e minigonne,
sembrano petali dischiudersi alle tenebre
rivelando la freschezza del Giglio insonne.
Dimenticando il tempo, risplende celebre:
nell'austerità serena, ti abbraccia eterna,
cullato dalla cupola, che veglia materna.
Colla sigaretta in mano, invecchi tu solo,
perso a rimirar tanta bellezza col tuo volo.
quando un paio di shorts solletica l'acume,
portando le note stonate, di risate bionde.
Selve di persiane si specchiano nel fiume,
chiudendo allo sguardo spiragli affrescati:
una bimba che colla luce accesa, dorme,
quasi della notte buia temesse gli agguati.
Squadroni scalcianti di silenziosi motorini
attendono il risveglio dei rispettivi fantini
mentre dame bianche ti salutano per la via
appese a una facciata nella loro cortesia.
Gattonando verso casa, non sei mai solo:
di un canto e un vicolo pestando il suolo,
discorsi sconnessi e rose senza profumo,
ronzano alla luce del bar, in mezzo al fumo.
Bicchieri di plastica, scherzi e minigonne,
sembrano petali dischiudersi alle tenebre
rivelando la freschezza del Giglio insonne.
Dimenticando il tempo, risplende celebre:
nell'austerità serena, ti abbraccia eterna,
cullato dalla cupola, che veglia materna.
Colla sigaretta in mano, invecchi tu solo,
perso a rimirar tanta bellezza col tuo volo.
13 settembre 2013
L'amour - pt. 6
(Continua da qui)
Alla fine di un'estate, Luca si trovò da solo col suo tempo per la prima volta negli ultimi anni. Ripassava nella mente le ragazze che lo avevano accompagnato nel suo lungo cammino universitario, immaginandone i volti. Non li contava più. Non perché fossero troppi, ma perché ormai conosceva bene la stupidità che si cela nel farlo. Li scorreva veloci, senza soffermarsi su alcuno: quasi non li distingueva. Molti avevano perso gli occhi, altri la bocca...qualcuno anche il nome. Nel rendersene conto si rattristò un po'.
Un equilibrio precario, mantenuto con grandi mazzate alla botte - di vino, birra e vodka - e con tremendi colpi al cerchio, fatto di infiniti pomeriggi piegato sui libri, lo aveva sostanzialmente tenuto in piedi nelle sue scarpe fino ad allora. Non era felice...tranquillo, forse addirittura sereno, ma non felice. Una volta l'aveva conosciuta, la felicità, forse anche due. Ma era sempre stata destinata a finire. Non esisteva il per sempre.
Ripensando con rammarico alle occasioni perdute, si crogiolava un po' nelle esperienze dei semestri trascorsi. Dalla prima meraviglia che aveva provato toccando il corpo morbido di Elena, aveva vissuto altre innumerevoli sorprese e avventure. Non aveva mai smesso di ricercare quel tremito leggero che si prova avvolti tra due gambe vellutate, con le unghie conficcate nella schiena. Un attimo. Il circuito del piacere si libera vibrante, rilasciando gocce di felicità da qualche parte dentro la testa, che rapide come un fulmine pervadono il ventre e tutto il corpo in un'abbraccio purificante. Nessun pensiero. Nessun rimorso.
"In amor vince chi fugge" - anche se forse amore poi non era: aveva imparato presto come avere quello che voleva dalle ragazze, e con un cuore infreddolito e non più disposto a lasciarsi ghermire, non faticava a dimostrare l'eterna verità del detto antico. Fare l'amore e fare all'amore, erano due sottili sfumature letterarie che nella sua testa occupavano stanze lontane: la gioia del sesso non riempiva il petto come il sentimento che un tempo lo attanagliava, né poteva sostituirsi ad esso. Era come paragonare una stella cadente all'estate - un fulmineo desiderio al costante calore del sole. Eppure da che l'estate era finita, non faceva altro che girare nelle notti col naso all'insù, scrutando il cielo attraverso il fondo di un bicchiere che si vuotava. Aveva freddo.
Seduto sullo stesso divano, dischiudeva di nuovo gli occhi dal sogno di quel bacio, ormai invecchiato ma non meno splendente. Pochi giorni dopo avrebbe finalmente provato il segreto sapore di lei. Ricordava come la sicurezza di quel giorno fatidico si squagliò in una notte, la cui fiamma bruciava ancora, nonostante le cicatrici fossero adesso raggrinzite e pallide. L'aveva trascinata nel suo letto d'infanzia, stringendone la mano come quando giocavano da bambini. Riviveva la paura, che come un fantasma, era tornata ad infestare le sue spalle goffamente impegnate a stringere quel corpicino delicato. Sentiva ancora la pressione salire tra le tempie, sotto il peso di pensieri sciocchi: per lo più paragoni con amanti migliori che lo fecero sentire piccolo piccolo. Non era pronto. All'epoca non sapeva quante volte avrebbe voluto rivivere quella notte con lei, ricco delle esperienze che sarebbero venute poi. Adesso rivedeva con nostalgica timidezza quel Luca ragazzo, che arrossiva e tremava mentre cercava di essere un uomo. Anche lei non era pronta. Quei ciuffi dorati che suggerivano l'amore tenero delle favole, giacevano immobili sul materasso colorato. Nelle labbra rosa dove aveva sempre sognato un tiepido paradiso, non aveva trovato nessun agognato conforto. Quando lei scoprì il seno e si sfilò il lungo vestitino chiaro, la sua figura algida lo paralizzò per tanta fragilità e insicurezza. Mossi dall'impeto del più strano periodo delle loro giovani esistenze, si erano trovati nudi l'uno di fronte all'altra, senza sapere bene il perché. Rivedeva tra le efelidi castane quel sorriso triste, che interrogativo cercava il bacio di lui. Non aveva mai provato emozioni così pure e contrastanti, e forse ne sarebbe stato impossibile il ripetersi. Non bastò il corpo di seta che lo sfiorava a smuoverlo da quel blocco. Le sue braccia si muovevano spente mentre le afferrava i fianchi e il seno. Con la testa rapita nel suo mondo di paura, Luca non aveva vissuto quel momento. L'aveva baciata meccanicamente e, ancora tremante, aveva congiunto il suo corpo a quello di lei che lo fissava turbata. Le leggeva crescere negli occhi i dubbi che lui stesso aveva. Rivedendo nella memoria i due corpi che si avvitavano insicuri, Luca adesso gridava di fermarsi, di non rovinare tutto, di non gettare al vento un tesoro cui aveva dato mille nomi, senza ancora trovarne uno giusto.
Ricordava il verde di lei che lo trafiggeva mentre dava fiato alle sue paure. Che hai? Non rispose. Che c'è? tacque ancora. Non ti piaccio? Non riuscì a parlare. Nuove frasi gli si strozzarono in gola, come un tempo, soffocandolo. Ho paura. Non volevo che succedesse così. Mi piaci così tanto da terrorizzarmi. Temo di non essere all'altezza di te, di Andrea. Con Elena è diverso. Con lei sono a mio agio. Vorrei che tu mi stringessi e mi dicessi che va tutto bene. Vorrei che tu sorridessi mentre facciamo l'amore...
La vide alzarsi da quel letto, cercando le sue cose, mentre continuava a chiedergli quale fosse il problema. Il volto sconvolto da una rabbia disperata e gli occhi di nuovo arrossati. Lui l'aveva accarezzata in silenzio, schiacciato dalla vergogna. Si era sentito un poppante.
Da allora erano usciti assieme altre volte. Ma non era mai più riuscito a parlarle: tutte le volte che l'aveva incontrata, per magia era tornato nudo su quel letto, a tremare per il freddo. Vergogna. Tanto grande da rendergli invisibile il frammento di felicità che, in un giorno di pioggia, aveva intravisto in mezzo alle nuvole. Per qualche mese il telefono aveva continuato a squillare, ma poi finì col non voler più rispondere. Aveva davvero rovinato tutto.
Poggiata sul cuscino accanto a lui, stava la lettera che le aveva scritto qualche tempo dopo: nel rileggere oggi quell'accozzaglia di pensieri sconnessi, di assunzioni di colpe epiche, di confessioni inverosimili e di prostrazione ingiustificata, capiva perché non avesse meritato una risposta.
Il suo sentimento, un tempo puro, aveva mutato i caratteri fino a divenire un'ossessione. Con gli anni si era chiesto se quel suo amore di ragazzo fosse degno di questo nome, ma non aveva mai trovato risposta. Infine si era chiesto come avesse potuto ritrovare la tranquillità, ritornando fra le braccia di Elena, anche se per pochi mesi soltanto. Dopo di lei erano venute tutte le altre.
Aveva reciso il legame con la sua Beatrice, o peggio, lo aveva lasciato sciogliere. Adesso si scopriva a contare i mille nomignoli che le aveva dato. Bea, Bionda, Rubia, Mostriciattolo, Scheggia...Spilla. Quest'ultimo era sempre stato il suo preferito, sapeva di acqua pulita ed allegria; non ricordava più perché aveva smesso di chiamarla così, arrivati al liceo.
Ancora seduto sul velluto azzurro, si accese un'altra sigaretta. Il grande televisore spento rifletteva la sua immagine nello specchio nero. Accanto al cimino rosso che si accendeva ad ogni boccata, non vedeva più nei propri occhi la freschezza di un tempo. Fini solchi cominciavano a piegare la carne attorno agli occhi, che si accartocciava tutta quando rideva. La barba incolta e le guance scavate non raccontavano più le mattine a rincorrere le rane o i pomeriggi distesi a capo all'insù, a dare forma alle nuvole. Ormai sapeva che chiodo schiaccia chiodo...ma anche che ci sono punte arrugginite e tanto grosse da non poter essere cavate.
Prese il telefono. Non sapendo neppure se era ancora lo stesso, compose il numero a memoria.
"Ciao Lu..." Rispose una voce allegra "...era tanto che aspettavo questa chiamata."
"Ciao Spilla..."
Alla fine di un'estate, Luca si trovò da solo col suo tempo per la prima volta negli ultimi anni. Ripassava nella mente le ragazze che lo avevano accompagnato nel suo lungo cammino universitario, immaginandone i volti. Non li contava più. Non perché fossero troppi, ma perché ormai conosceva bene la stupidità che si cela nel farlo. Li scorreva veloci, senza soffermarsi su alcuno: quasi non li distingueva. Molti avevano perso gli occhi, altri la bocca...qualcuno anche il nome. Nel rendersene conto si rattristò un po'.
Un equilibrio precario, mantenuto con grandi mazzate alla botte - di vino, birra e vodka - e con tremendi colpi al cerchio, fatto di infiniti pomeriggi piegato sui libri, lo aveva sostanzialmente tenuto in piedi nelle sue scarpe fino ad allora. Non era felice...tranquillo, forse addirittura sereno, ma non felice. Una volta l'aveva conosciuta, la felicità, forse anche due. Ma era sempre stata destinata a finire. Non esisteva il per sempre.
Ripensando con rammarico alle occasioni perdute, si crogiolava un po' nelle esperienze dei semestri trascorsi. Dalla prima meraviglia che aveva provato toccando il corpo morbido di Elena, aveva vissuto altre innumerevoli sorprese e avventure. Non aveva mai smesso di ricercare quel tremito leggero che si prova avvolti tra due gambe vellutate, con le unghie conficcate nella schiena. Un attimo. Il circuito del piacere si libera vibrante, rilasciando gocce di felicità da qualche parte dentro la testa, che rapide come un fulmine pervadono il ventre e tutto il corpo in un'abbraccio purificante. Nessun pensiero. Nessun rimorso.
"In amor vince chi fugge" - anche se forse amore poi non era: aveva imparato presto come avere quello che voleva dalle ragazze, e con un cuore infreddolito e non più disposto a lasciarsi ghermire, non faticava a dimostrare l'eterna verità del detto antico. Fare l'amore e fare all'amore, erano due sottili sfumature letterarie che nella sua testa occupavano stanze lontane: la gioia del sesso non riempiva il petto come il sentimento che un tempo lo attanagliava, né poteva sostituirsi ad esso. Era come paragonare una stella cadente all'estate - un fulmineo desiderio al costante calore del sole. Eppure da che l'estate era finita, non faceva altro che girare nelle notti col naso all'insù, scrutando il cielo attraverso il fondo di un bicchiere che si vuotava. Aveva freddo.
Seduto sullo stesso divano, dischiudeva di nuovo gli occhi dal sogno di quel bacio, ormai invecchiato ma non meno splendente. Pochi giorni dopo avrebbe finalmente provato il segreto sapore di lei. Ricordava come la sicurezza di quel giorno fatidico si squagliò in una notte, la cui fiamma bruciava ancora, nonostante le cicatrici fossero adesso raggrinzite e pallide. L'aveva trascinata nel suo letto d'infanzia, stringendone la mano come quando giocavano da bambini. Riviveva la paura, che come un fantasma, era tornata ad infestare le sue spalle goffamente impegnate a stringere quel corpicino delicato. Sentiva ancora la pressione salire tra le tempie, sotto il peso di pensieri sciocchi: per lo più paragoni con amanti migliori che lo fecero sentire piccolo piccolo. Non era pronto. All'epoca non sapeva quante volte avrebbe voluto rivivere quella notte con lei, ricco delle esperienze che sarebbero venute poi. Adesso rivedeva con nostalgica timidezza quel Luca ragazzo, che arrossiva e tremava mentre cercava di essere un uomo. Anche lei non era pronta. Quei ciuffi dorati che suggerivano l'amore tenero delle favole, giacevano immobili sul materasso colorato. Nelle labbra rosa dove aveva sempre sognato un tiepido paradiso, non aveva trovato nessun agognato conforto. Quando lei scoprì il seno e si sfilò il lungo vestitino chiaro, la sua figura algida lo paralizzò per tanta fragilità e insicurezza. Mossi dall'impeto del più strano periodo delle loro giovani esistenze, si erano trovati nudi l'uno di fronte all'altra, senza sapere bene il perché. Rivedeva tra le efelidi castane quel sorriso triste, che interrogativo cercava il bacio di lui. Non aveva mai provato emozioni così pure e contrastanti, e forse ne sarebbe stato impossibile il ripetersi. Non bastò il corpo di seta che lo sfiorava a smuoverlo da quel blocco. Le sue braccia si muovevano spente mentre le afferrava i fianchi e il seno. Con la testa rapita nel suo mondo di paura, Luca non aveva vissuto quel momento. L'aveva baciata meccanicamente e, ancora tremante, aveva congiunto il suo corpo a quello di lei che lo fissava turbata. Le leggeva crescere negli occhi i dubbi che lui stesso aveva. Rivedendo nella memoria i due corpi che si avvitavano insicuri, Luca adesso gridava di fermarsi, di non rovinare tutto, di non gettare al vento un tesoro cui aveva dato mille nomi, senza ancora trovarne uno giusto.
Ricordava il verde di lei che lo trafiggeva mentre dava fiato alle sue paure. Che hai? Non rispose. Che c'è? tacque ancora. Non ti piaccio? Non riuscì a parlare. Nuove frasi gli si strozzarono in gola, come un tempo, soffocandolo. Ho paura. Non volevo che succedesse così. Mi piaci così tanto da terrorizzarmi. Temo di non essere all'altezza di te, di Andrea. Con Elena è diverso. Con lei sono a mio agio. Vorrei che tu mi stringessi e mi dicessi che va tutto bene. Vorrei che tu sorridessi mentre facciamo l'amore...
La vide alzarsi da quel letto, cercando le sue cose, mentre continuava a chiedergli quale fosse il problema. Il volto sconvolto da una rabbia disperata e gli occhi di nuovo arrossati. Lui l'aveva accarezzata in silenzio, schiacciato dalla vergogna. Si era sentito un poppante.
Da allora erano usciti assieme altre volte. Ma non era mai più riuscito a parlarle: tutte le volte che l'aveva incontrata, per magia era tornato nudo su quel letto, a tremare per il freddo. Vergogna. Tanto grande da rendergli invisibile il frammento di felicità che, in un giorno di pioggia, aveva intravisto in mezzo alle nuvole. Per qualche mese il telefono aveva continuato a squillare, ma poi finì col non voler più rispondere. Aveva davvero rovinato tutto.
Poggiata sul cuscino accanto a lui, stava la lettera che le aveva scritto qualche tempo dopo: nel rileggere oggi quell'accozzaglia di pensieri sconnessi, di assunzioni di colpe epiche, di confessioni inverosimili e di prostrazione ingiustificata, capiva perché non avesse meritato una risposta.
Il suo sentimento, un tempo puro, aveva mutato i caratteri fino a divenire un'ossessione. Con gli anni si era chiesto se quel suo amore di ragazzo fosse degno di questo nome, ma non aveva mai trovato risposta. Infine si era chiesto come avesse potuto ritrovare la tranquillità, ritornando fra le braccia di Elena, anche se per pochi mesi soltanto. Dopo di lei erano venute tutte le altre.
Aveva reciso il legame con la sua Beatrice, o peggio, lo aveva lasciato sciogliere. Adesso si scopriva a contare i mille nomignoli che le aveva dato. Bea, Bionda, Rubia, Mostriciattolo, Scheggia...Spilla. Quest'ultimo era sempre stato il suo preferito, sapeva di acqua pulita ed allegria; non ricordava più perché aveva smesso di chiamarla così, arrivati al liceo.
Ancora seduto sul velluto azzurro, si accese un'altra sigaretta. Il grande televisore spento rifletteva la sua immagine nello specchio nero. Accanto al cimino rosso che si accendeva ad ogni boccata, non vedeva più nei propri occhi la freschezza di un tempo. Fini solchi cominciavano a piegare la carne attorno agli occhi, che si accartocciava tutta quando rideva. La barba incolta e le guance scavate non raccontavano più le mattine a rincorrere le rane o i pomeriggi distesi a capo all'insù, a dare forma alle nuvole. Ormai sapeva che chiodo schiaccia chiodo...ma anche che ci sono punte arrugginite e tanto grosse da non poter essere cavate.
Prese il telefono. Non sapendo neppure se era ancora lo stesso, compose il numero a memoria.
"Ciao Lu..." Rispose una voce allegra "...era tanto che aspettavo questa chiamata."
"Ciao Spilla..."
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