Crescendo dei dubbi ed errori
invecchiano le parole non dette
nel museo polverosi colori
memori di irraggiungibili vette
E' un buon momento per cambiare,
vedi, la fortuna che ho ricevuto
può rendere cattivo un uomo
Quindi ti prego, ti prego, ti prego,
fammi avere ciò che voglio,
Questa volta.
Manchi.
12 giugno 2013
18 marzo 2013
Noi siamo infinito
Un ragazzino abbraccia la vita in piedi sul cassone del furgoncino lanciato in galleria, stringendo sulle note del Duca Bianco un attimo che vale sedici anni, o venticinque. E' innegabile, stiamo invecchiando. E con il passare dei giorni di quotidiano impegno e costruttiva abnegazione al futuro, si dissolvono piano piano i sogni e le canzoni, le sigarette fumate, il gioco ossessivo, le prove di resistenza all'alcol e al pubblico ludibrio che hanno colorato il passato.
Non ci assomiglia più neppure la foto qui nel blog.
Oggi pensavo che forse non serve a niente sforzarsi tanto di andare avanti se poi finiamo col perdere quello che più ci piaceva...ma perché allora troviamo il rimanere indietro così soffocante? Troppo spesso la maturità appare costruita sull'oblio forzato di cosa vuol dire essere giovani. Il tentativo di essere migliori degli altri non è meno infantile del non voler abbandonare un'esistenza fatta di giochi ed egocentrismo.
Ruggisce dentro di me la voglia di scrivere il mio nome su ogni muro della città, il bisogno essenziale di far sì che ogni gesto urli al mondo la mia presenza, che ogni mio pensiero s'incida nella mente di ciascuno...e fatalmente si scontra colla quotidiana ricerca di normalità e riconoscimento degli altri che alimentano il motore di una sana integrazione sociale.
Poi alla fine l'ho capito: sono fortunato a poter passare la vita a tentare di risolvere questi problemi.
Ho visto un film molto bello, si chiama Noi Siamo Infinito (titolo originale The Perks of Being a Wallflower) ; inutile dire che ha finito col dare una bella girata al mappamondo di pensieri che da forse troppo tempo si annoiavano gravitando nell'orbita di una vita monotona.
Non ci assomiglia più neppure la foto qui nel blog.
Oggi pensavo che forse non serve a niente sforzarsi tanto di andare avanti se poi finiamo col perdere quello che più ci piaceva...ma perché allora troviamo il rimanere indietro così soffocante? Troppo spesso la maturità appare costruita sull'oblio forzato di cosa vuol dire essere giovani. Il tentativo di essere migliori degli altri non è meno infantile del non voler abbandonare un'esistenza fatta di giochi ed egocentrismo.
Ruggisce dentro di me la voglia di scrivere il mio nome su ogni muro della città, il bisogno essenziale di far sì che ogni gesto urli al mondo la mia presenza, che ogni mio pensiero s'incida nella mente di ciascuno...e fatalmente si scontra colla quotidiana ricerca di normalità e riconoscimento degli altri che alimentano il motore di una sana integrazione sociale.
Poi alla fine l'ho capito: sono fortunato a poter passare la vita a tentare di risolvere questi problemi.
Ho visto un film molto bello, si chiama Noi Siamo Infinito (titolo originale The Perks of Being a Wallflower) ; inutile dire che ha finito col dare una bella girata al mappamondo di pensieri che da forse troppo tempo si annoiavano gravitando nell'orbita di una vita monotona.
21 dicembre 2012
Io volevo essere Barry Lyndon
E' bastato uno sguardo al televisore ieri sera per ritrovarmi steso sul divano che non esiste più nel soggiorno della casa che non è più la mia: sono lì, a sognare ascoltando il nonno che spiega i retroscena di un film troppo bello per essere capito da un bambino - né forse sarebbe opportuno il mostrarglielo; da piccoli vedendo una pellicola con una persona cara si finisce coll'affezionarsi alle scene, impariamo a fischiettare la marcetta militare, chiudiamo gli occhi ogni volta per non vedere la pallottola che trafigge il protagonista, e ridiamo sempre quando il nostro eroe si batte a mani nude col colosso dai capelli rossi e questo accade nell'incoscienza degli intrecci della trama e di tutto il resto; da grandi si guardano i vecchi film e si scopre la magia delle celebri riprese al lume di candela, la colonna sonora perfettamente disegnata, ridiamo a denti stretti per la sottile ironia del narratore...e mentre cerchiamo di spiegare agli altri quello che ci ha emozionato - più o meno inutilmente a dire il vero - sprofondiamo nel nostro passato.
Ci sono pellicole meravigliose, ho passato anni alla loro ricerca e collezione; ma la verità è che un film è bello davvero solo quando le scene diventano un pezzo della tua infanzia, o un ricordo, una sera passata nudi sul tappeto di camera raggomitolati nel piumone strappato al letto per scaldarci, o un sogno, vivere una vita come quella disegnata sulla luce bianca dello schermo.
Barry Lyndon è uno di questi pezzetti del mio passato, forse quello più impolverato, ma non meno dolce. Mi manca mio nonno. Mi manca chi ero quando lo guardavamo. Mi manca il modo con cui guardavo il futuro da bimbo.
Credo o forse credevo di avere abbastanza sale in zucca e palle per fare quello che volevo della mia vita. Oggi faccio fatica a riconoscere il mio stesso naso sotto la coltre di vesti che la quotidianità ti costringe a portare. Ho ancora una ragazza bellissima che si scioglie al telefono in una cascata di riccioli mori e risate. Ho trovato un appartamento, una casa, piena abbastanza di gioventù liquida e di situazioni da sollevarmi delicatamente dalle ore spese immerso in un ultimo anno di università altrimenti grigio, inesauribilmente grigio. Mi trovo proiettato in ambienti e situazioni mai vissute anche se già a lungo studiate sui manuali di medicina. Mi manca il sognatore incantato che passava i pomeriggi a fumare guardando fuori dalla finestra e rumoreggiava nelle notti preda dell'alcol e della frenesia. Ma soprattutto mi mancano nuovi ricordi.
Ci sono pellicole meravigliose, ho passato anni alla loro ricerca e collezione; ma la verità è che un film è bello davvero solo quando le scene diventano un pezzo della tua infanzia, o un ricordo, una sera passata nudi sul tappeto di camera raggomitolati nel piumone strappato al letto per scaldarci, o un sogno, vivere una vita come quella disegnata sulla luce bianca dello schermo.
Barry Lyndon è uno di questi pezzetti del mio passato, forse quello più impolverato, ma non meno dolce. Mi manca mio nonno. Mi manca chi ero quando lo guardavamo. Mi manca il modo con cui guardavo il futuro da bimbo.
Credo o forse credevo di avere abbastanza sale in zucca e palle per fare quello che volevo della mia vita. Oggi faccio fatica a riconoscere il mio stesso naso sotto la coltre di vesti che la quotidianità ti costringe a portare. Ho ancora una ragazza bellissima che si scioglie al telefono in una cascata di riccioli mori e risate. Ho trovato un appartamento, una casa, piena abbastanza di gioventù liquida e di situazioni da sollevarmi delicatamente dalle ore spese immerso in un ultimo anno di università altrimenti grigio, inesauribilmente grigio. Mi trovo proiettato in ambienti e situazioni mai vissute anche se già a lungo studiate sui manuali di medicina. Mi manca il sognatore incantato che passava i pomeriggi a fumare guardando fuori dalla finestra e rumoreggiava nelle notti preda dell'alcol e della frenesia. Ma soprattutto mi mancano nuovi ricordi.
La vita, ancora una volta, in questi autunni noiosi si incaglia e rallenta, nonostante il tempo corra veloce come sempre.
Domani ho il primo vero esame di questo ultimo anno, sabato 22 Dicembre: Neurologia...eppure io ora dovrei essere perso da qualche parte in Europa, magari a guadagnarmi da vivere come soldato o vagabondo e a conoscere il mondo di cui, pur essendo sempre lo stesso, ci dimentichiamo di quanto sia grande e quanto poco sia il tempo che ci rimane per scoprirlo.
Domani ho il primo vero esame di questo ultimo anno, sabato 22 Dicembre: Neurologia...eppure io ora dovrei essere perso da qualche parte in Europa, magari a guadagnarmi da vivere come soldato o vagabondo e a conoscere il mondo di cui, pur essendo sempre lo stesso, ci dimentichiamo di quanto sia grande e quanto poco sia il tempo che ci rimane per scoprirlo.
4 ottobre 2012
Il primo giorno di Università arrivai tardi.
L’aula stracolma del Cubo, rigurgitava studenti da tutte le
file, non un solo posto libero neppure tra le vecchie seggiole mezze rotte che
chiudevano le due colonne di banchi. Il Chiarissimo Professore ammaestrava la
folla in un’atmosfera di religioso rispetto per la cattedra e per l’inenarrabile
valore che sicuramente lo stesso doveva possedere per trovarsi proprio lì in
quel momento. Vertice di una meccanismo prestigioso cui solo i migliori
ingranaggi venivano ammessi a ruotare. Medicina, l’Università. Mi sentivo
imbarazzato per il mio ritardo, imbarazzato ed eccitato per quel momento di
radicale novità. Ricordo che finito il discorso, mi sentivo già tagliato fuori
dal gruppo, come se quei 10 minuti di
ritardo fossero già un gap incolmabile di saluti e conoscenze…Non mi persi
molto di animo, comunque.
In 5 anni non è rimasto pressoché niente di quel giorno
eppure così straordinario. L’intelligenza dei professori è stata per lo più
oscurata dalla loro indicibile bastardaggine agli esami o le loro bizzarrie,
mentre la macchina universitaria non smette tuttora di stupire per la sua
stupidità o ingiustizia. Le facce cambiano, ma non è l’età a trasformarle,
semmai le mode del momento o ancor più i giorni fatti di esagerazioni e
quotidianità. Ognuno ha trovato la sua bussola in quella selva di discorsi e
leggende, di esami falliti o di festeggiamenti
gioiosi. Le facce allora tanto nuove adesso hanno quasi tutte un nome, e
se ancora non ce l’hanno chiunque può suggerirtene uno – nonché raccontarti con
chi è uscita, o che reparto sta frequentando. I dubbi su quale libro sia
migliore per superare istologia, sono lentamente diventati quelli spinosi di a
chi chiedere una tesi. Abbiamo girato ogni singola aula di una struttura
vecchia oltre 70 anni, inciso i nostri nomi nel legno già graffiato di banchi
logori, sbatacchiati qua e là in auditorium pieni di busti di celebri nessuno
il cui nome abbiamo visto ogni tanto scritto accanto a quello di malattie o
pezzetti del nostro corpo.
Che rimarrà di noi? Che rimarrà del mio passaggio qui?
Ho una valanga di aneddoti che cresce mano a mano che gli
esami vengono spuntati. E come me, altri cento si portano a giro un patrimonio
di ricordi allegri assieme ad esperienze tremende. Alle matricole, tutte queste
informazioni potrebbero rendere le cose molto, molto più semplici.
Infine, ci sono le amicizie. Non so tradurre in parole quel
che si prova dopo aver condiviso ore di studio chiusi in biblioteche e notti in
strada a scoprire la vita notturna di Firenze e d’Europa…ma in fin dei conti è
grazie alle lezioni di anatomia o di qualsiasi altra materia, che ho conosciuto
le persone che hanno arricchito i miei ultimi anni. Non lo so spiegare, ma è
bellissimo; e in tutta sincerità avrei voluto avere molte più occasioni di
farlo.
È anche per questo che dobbiamo creare il WEI.
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vita
12 settembre 2012
Fuori le palle
Trovare buoni motivi per decidere di continuare è difficile anche per i più incrollabili ottimisti - e io razionalmente mi sono scoperto appartenere al partito d'opposizione - per quanto provi sempre più spesso attimi di viscerale gioia.
Costruirsi un futuro, sognare la felicità, stare bene nel farlo. La stessa cantilena di sempre, la soundtrack di un'esistenza intera: ultimo anno di medicina, pochi esami alla fine, una ragazza di cui sono chiassosamente innamorato e un nuovo appartamento a Firenze. Fino a qui sono sempre un figo, no?
Eppure prendere sonno la notte è difficile,la schiena si tende fino a dolere, il cuore bussa sul materasso come se davvero qualcuno potesse andargli ad aprire...non sto bene, non secondo i canoni di un Francesco di 23 anni o meno. "Cadiamo per imparare a rimetterci in piedi", siamo passati dagli aforismi di Nieztsche alle citazioni di Batman nel cercare un ispirazione in mezzo alle ore.
Ho riniziato a studiare, pensare, riscrivermi e rivedermi. E' sempre più difficile mano a mano che gli anni passano, ma quando le cose non vanno si deve cambiare. La nuova lezione è quella di imparare a perdere...ci sono cose contro le quali non c'è cervello e dedizione che tenga. Detto da uno studente di medicina suona quantomeno scoraggiante se non paradossale - in effetti non giova alla mia reputazione - ma non ho ancora imparato a vivere con la malattia. Evitiamo gli allarmismi, non sono io che sto male, se non di riflesso e di rabbia. E' la mia adolescenza che sta male, sono i miei giochi da bambino che soffrono, le stanze della grande casa del Bottegone che piangono nel silenzio della loro solitudine. E' un mondo di sogni e giochi che si rompe, lontano da occhi indiscreti e malelingue, ma soprattutto lontano sempre più da chi quel mondo lo ha vissuto nella convinzione del suo inesauribile amore. E' una bomba esplosa laddove stavano le riserve energetiche, anche se non lo avrei mai sospettato prima. E' la mia famiglia che sta male.
Le reazioni del Biagio, forte delle sue avventure, le donne, la media universitaria del 29, l'Erasmus, la macchina, la moto, la sfilza di amici, persone con cui uscire e la presunzione di sapere tutto o quasi...sono state, nell'ordine: 1 pretendere di andare via di casa 2 volere imporre la propria opinione alla propria famiglia stremata 3 chiudersi in se stesso senza parlare con nessuno 4 piangere - tanto, troppo, a tavola, al McDonald, alla tv, da solo, piangersi addosso 5 provare a rivedere le proprie posizioni, una su tutte l'idea di se stesso.
Motivi per continuare non ne trovo molti, in effetti, e per lo più sono frutto di ragionamenti vecchi, di Franceschi che più o meno non esistono più. La natura insegna che la forza - o l'intelligenza che dir si voglia - sta nella capacità di adattamento. Sto provando ad essere intelligente, a liberarmi di sogni del passato per imparare a farne di nuovi, sto provando a capire cosa rimane e cosa deve essere lasciato, a capire per cosa vale la pena stare male, se si può imparare a convivere con l'ansia e la paura.
Sto bene, o quantomeno sto cominciando a farlo e non ne sono mai stato sicuro quanto oggi.
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