6 aprile 2014

Mi chiamo Biagio

“Quando scrivi ancora qualcosa?” Suona strano anche a me, ma è una domanda che mi viene rivolta abbastanza spesso. "Quando avrò qualcosa da dire". A dirla tutta però, i pensieri non mancano, seppur non mi sforzi di trascriverli. La risposta vera è quindi un po' più complessa e noiosa, e ve la risparmio; vi dico solo che parlo troppo per poi avere anche voglia di buttar giù due righe.



È passato molto tempo dal mio ritorno da Praga. Forse due anni possono non sembrare molti, ma quando vivi in centro a Firenze gomito a gomito con gente di tutto il mondo, 730 giorni si traducono in altrettanti volti che non riesci a rivedere nella memoria, nomi che hai scordato e giornate che non sai più raccontare. I “compagni monoporzione” - per parafrasare Fight Club – vanno e vengono con l’alternarsi delle stagioni e dei semestri, scanditi dalle immancabili feste universitarie, le sessioni di esami, i concerti e via dicendo. Lo spettacolo si ripete uguale e divertente, seppur con nuovi attori.
 S’inizia col non accettare più amicizie su Facebook e si finisce col provare una sottile insofferenza verso l’entusiasmo e il desiderio di farsi conoscere delle masse di stranieri che abitano il tuo soggiorno o l’altra parte del tavolo nel locale.

Mi ricordo bene come mi sentivo nel Settembre 2011 con un biglietto per la Repubblica Ceca in una mano e il cappello nell’altra: immaginate di avere la possibilità di lasciarsi alle spalle ciò che fate, dove vivete - praticamente chi siete – per poter riscrivere da capo la vostra vita, coi soldi dell’Unione Europea e circondato da coetanei nella vostra identica situazione. Un Erasmus è per definizione una persona di buon umore e disposizione, e questo perché conosce esattamente quanto tempo gli rimane e non vuole passarlo incastrato nelle stupide logiche sociali di tutti i giorni. Rimanere antipatico a qualcuno richiede troppo impegno, non vale neppure la pena di rispondere alle scortesie. Qualsiasi serata del cazzo si illumina riscoprendo l’eterna verità della frase “se non lo faccio adesso, non lo farò mai più”, e così anche il metallarone si mette la camicia bianca per andare in discoteca e il fighetto si ritrova a fare campeggio trai boschi o a bere una birraccia nella peggiore delle bettole infestate di fumo e vichinghi.
Io nella fattispecie, affascinato dalle bionde e algide Praghesi, partii col chiaro scopo di trombarmele tutte (anche se poi non passò neanche un mese prima che m’innamorassi come una pera cotta di un’italiana). Anche questo rientra nell’effetto Erasmus©, che ha il potere di tirare fuori il lato più positivo dalle persone. A onor di cronaca è importante citare anche altri esemplari di Erasmus che infestano le città. Ci sono, ad esempio, i pesci fuor d’acqua, che non si sanno adattare un briciolo al clima/cibo/orario/lingua, e che trascorrono le serate su Skype lamentandosi di quanto la pomarola fatta con i pomodori tedeschi sia sciapa; i miei preferiti sono invece i cagacazzo, quelli che hanno sviluppato l’incredibile superpotere di trovare (e spiegare a tutti i presenti) almeno 50 buoni motivi per cui nel loro paese di origine le serate sono più fighe, le ragazze più facili, la musica più bella etc etc. Insomma, ogni gruppo Erasmus ha le sue pecore nere, come tutte le buone famiglie.

Perché vi racconto ora tutto questo? Beh perché adesso vivo l’altro lato della medaglia, the dark side of the Erasmus - per così dire. L’assenza di un’occupazione fissa, l’appartamento nel centro della vita notturna fiorentina e una splendida coinquilina brasiliana sono tre motivi più che sufficienti per avere sempre nuove persone che gironzolano per casa e che si stupiscono di conoscere un medico allegro e colla barba rossa.
Non riesco più a stringere legami, e la verità è che comincio a pensare di non volerlo neanche più fare. Sono fortunato a poter contare su due mani gli amici veri, che rimangono nonostante le nostre vite non si incrocino mai, ma al tempo stesso sono una persona sostanzialmente sola, alle prese coll'arduo compito di doversi ripresentare da capo ogni sera. “Ciao, mi chiamo Biagio”.

Alla mia festa di laurea fiorentina in appartamento conoscevo meno della metà delle 150 persone che ballavano la mia musica e calpestavano il mio parquet. C’è poi una ventina di persone che ogni anno comincia a frequentare assiduamente casa mia: mi raccontano chi sono e cosa vogliono fare nella vita; mi parlano dei loro amori, se credono in Dio, cosa trovano di assurdo dell’Italia; s’innamorano, si baciano, vanno a letto insieme, si ubriacano…insomma, vivono. Poi vanno via, per un po’ scrivono, altri fanno fotografie, i più si deprimono. Io resto sempre qui, a parlare delle donne e del vino, degli anni passati in prima linea sol cappello in testa e l’allegria nello stomaco. Ho sempre un pubblico nuovo che per cortesia o per l’effetto Erasmus©, non storce mai la bocca quando sono io a dare la mia interpretazione dei massimi sistemi, di come gira il mondo e del perché “la vita è bella nonostante il mondo sia una merda”.
“È molto più facile portarsi a letto una persona che conoscerla davvero”, ormai in questa battuta io ci sguazzo senza tanti pensieri o remore. Forse avrei bisogno di un po’ più di serietà e spiritualità…ma la verità è che per queste cose c’è sempre tempo, e soprattutto non interessano a nessuno tranne che al diretto interessato, e cioè, a me. La conversazione è molto sopravvalutata, e se uno deve aprire bocca per dire le solite sacrosante banalità privo della minima convinzione, allora farebbe meglio a bere una birra e fare il cretino. Se notate una vena di cinismo o di rassegnazione nelle mie parole, vi prego però di non confonderle per nichilismo o depressione. Le regole del gioco sono queste, vanno accettate e se possibile imparare ad aggirarle. Il difficile è essere contenti nonostante questo, ma alla fine il provare ad esserlo è l’unica cosa per cui vale davvero la pena impegnarsi.
Dal mio canto l’unica cosa buona che sono riuscito a fare in questi mesi è di non aver preso in giro nessuno ed essere sincero, al limite della spietatezza. Dire la verità è la difesa migliore da ogni cazzata grossa che puoi fare verso te stesso. Riscrivendo un pelo l’imperativo categorico kantiano, direi che sto cercando di vivere senza fare qualcosa di cui poi potrei aver vergogna a parlarne. Voglio non avere segreti. Inutile dire che spesso vengo preso per un mezzo matto o il più contorto dei bugiardi. Il fatto è che nella mia condizione di amicone di tutti – e di nessuno – pochissimi prestano attenzione a quello che dico, e a me va bene così: purtroppo o per fortuna le persone che valgono qualcosa non crescono sugli alberi e quelle di cui mi importa davvero sono ancora meno. È a me stesso e basta che devo la mia coerenza, e ci vuole un bel fegato per farlo - anche solo per digerire tutto l’alcol che questo comporta.

Insomma, credo di avervi spiegato perché non ho voglia di scrivere - anche se avevo detto che ve lo avrei risparmiato - ma come sempre non sono riuscito a starmene zitto.

Voglio essere chiaro, a me tutto questo piace, o comunque sia è il meglio che riesco a fare. Non so per quanto tempo durerà, e la cosa strana è che in Via Verdi 13 sono l’unico a non saperlo.

26 gennaio 2014

Parliamo di amore

Le stronzate tipo "barcollo ma non mollo" le tenete a casa vostra. Qui si barcolla e si barcolla tanto. Non c'è niente di male, credo.
Si chiude l'ennesima mandata di vizi, l'annaffiata di gente e casino cui i più anelano per l'intera settimana. "Viviamo aspettando l'estate o il sabato"...ma per favore. Se c'è una cosa in cui sono bravo è quella di trovare il piacere, di qualsiasi materia sia fatto. E vi posso anche dire - non senza superbia - che la completa assenza di un disegno da seguire o di un castello da costruire è ormai tranquillizzante. Il punto è che senza mattoni e scale rimani sempre sullo stesso livello, il cui panorama non appare spesso celestiale - anche se forse, non passo poi tutto questo tempo a guardarmi intorno.
Quello che voglio dire è che il sabato sera più che la valvola di sfogo di una settimana di fatiche, sta diventando sempre più il semplice coronamento di un quotidiano divertimento - che come ogni routine finisce per perdere ogni brivido speciale.
Non sono pronto a costruire qualcosa che duri. Forse non sono solo bravo a farlo. Sicuramente lo sono molto di più a spendere quello che ho e che sono...diciamo, a vendermi.
Mi gratifica enormemente l'essere apprezzato, acquistato. Al tempo stesso si contano su una mano le persone che davvero sappiano chi io sia. E sinceramente non me lo ricordo tanto bene neanche io.
Non è la solita tiritela sul io sono così e nessuno mi capisce. Nella mia idea una persona è sostanzialmente quello che fa. E a questo punto sorge spontanea la domanda "Ma allora di chi è la vita che sto vivendo?". Mi sento in eterna vacanza...un'auto lasciata in garage, o meglio, una macchina parcheggiata in tripla fila davanti a casa di gente che non vale neanche la pena conoscere.
Cosa so fare io? Boh, qualsiasi cosa tranne piegare vestiti e ballare in maniera decente - a dire il vero ho anche dei gravi deficit nell'avvolgere il cibo nella pellicola trasparente. Via giù trovatemi qualcosa da fare!


Nel frattempo si parla un po' d'amore.

Qual'è la più bella storia romantica della storia? (Il primo che risponde i Promessi Sposi viene costretto a vedersi la filmografia di Rocco Siffredi tagliando le scene di sesso - praticamente 5 minuti di tortura). No via, siamo seri. Tra le mie preferite c'è quella di Orfeo e Euridice.
Il figone dell'epoca dei miti sapeva suonare talmente bene che praticamente tutto si fermava ad ascoltarlo. Fiumi, alberi e fiere si commuovevano nell'udire sì grande dolcezza. La questione sul numero di figliole che uno così si poteva trombare richiede troppo tempo per essere affrontata esaustivamente. Eppure il giovine perse la testa (letteralmente) per una bella passerotta di nome Euridice, di cui, come sempre, la letteratura non ci dice nulla fuorché che era veramente bona. Insomma lui la prende e la fa sua colla sua arte, finché poi un altro tizio di cui ora mi sfugge il nome, cerca di fregargliela e lei scappando pesta un serpente (no comment) e more.
Dove sta il romanticismo? Boni via, ora arriva.
Disperato per la morte di Euridice si narra che Orfeo scrisse la più triste delle canzoni, cantando un dolore così disperato (e bello) che gli dei non poterono che piegarsi. Cogli occhi rossi e la voce rotta, raggiunse le porte dell'Inferno dove anche Caronte si commosse, acconsentendo a portarlo aldilà dello Stige. Dall'altra parte piansero tutti, Cerbero, le Erinni, i giudici dei morti e ovviamente anche Ade. Una valle di lacrime, è proprio il caso di dirlo. 

«[...] Per questi luoghi paurosi,
per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno,
vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice!
Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra,
presto o tardi tutti precipitiamo in quest’unico luogo.
Qui tutti noi siamo diretti; questa è l’ultima dimora, e qui
sugli esseri umani il vostro dominio non avrà mai fine.
Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto
il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono.
Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo:
io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete!».
Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira,
le anime esangui piangevano; Tantalo(1) tralasciò d’afferrare
l’acqua che gli sfuggiva, la ruota d’Issìone(2) s’arrestò stupita,
gli avvoltoi più non rosero il fegato a Tizio(3), deposero l’urna
le nipoti di Belo e tu, Sisifo(4), sedesti sul tuo macigno.
Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta
si bagnassero allora di lacrime le guance. Né ebbero cuore,
regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera,
e chiamarono Euridice.

In pratica il dio dei morti non poté che cedere alla richiesta dello sfortunato, restituendogli la sua bella Euridice, a patto che compisse il tragitto di ritorno senza mai voltarsi all'indietro a guardarla.
Ed ecco che arriva la scena tremenda.
Orfeo avanzava nell'oscurità stringendo la mano fredda della sua amata avvolti dal silenzio di un Inferno incredulo. Dietro di lui i passi di lei che taceva: i morti sono poco più di un'ombra. Non era felice. Era un uomo, aveva paura, era da solo nell'aldilà, il suo amore che tanto lo aveva infiammato dandogli la forza di vincere la legge degli dei, adesso lasciava il posto al timore di essere stato ingannato. Lei si muove piano, eppure stavano finalmente per scorgere il sole.
Orfeo si voltò.
Ebbe giusto il tempo per dire addio. Lei non era triste - nessuna donna lo sarebbe - l'unico peccato di Orfeo era che la amava troppo. Se la vide scomparire tra le braccia, morendo una seconda volta.
Quale fu il destino di Orfeo dopo che il suo cuore fu straziato ancora dal più dilaniante dei dolori è anch'esso leggenda. Chiuso nel suo lutto pianse per sette mesi stregando ancora il mondo colla sua tristezza, fin quando non fu fatto a pezzi da altre donne che lo volevano. La testa fu gettata in un fiume dove continuò a cantare e a chiamare la sua Euridice.

Perché vi racconto questo? Perché mi piace, tanto. Saranno almeno 2000 anni che i due sventurati ispirano a scrivere e a cantare. A proposito, ascoltate l'ultimo album degli Arcade Fire, e se potete leggetene i testi. Cantano proprio di questo. Alla fine anche nell'epoca del rincoglionimento generale, c'è sempre qualcuno che scrive bella musica.
Un altro pezzo devastante è Epilogue degli Antlers. Come suggerisce il titolo, parla della fine di un amore (si tratta dell'ultima canzone di un concept che racconta la storia della coppia), in particolar modo di lui che sprofonda nel letto sognando di poter ancora sentire il corpo di lei che non c'è più. Ci si perde tra sogno e realtà, gioia e dolore, amore e lutto. 

Ciao bestiacce.

(1) avendo cercato di far mangiare agli dei alcuni ragazzi cucinati (come sono umani questi antichi greci), Tantalo fu condannato alla fame eterna: legato a un albero carico di ogni frutto e immerso fino al mento in un lago, ogni volta che tentava di cogliere un pomo quest'ultimo gli veniva strappato dal vento, mentre ogni volta che tentava di dissetarsi il lago si prosciugava.
(2) non mi ricordo perché, ma questo avevo provato a trombarsi la moglie di Zeus (geniale) e allora fu legato a una ruota di fiamme che girava.
(3) questo non so perché ma era legato mentre due avvoltoi gli rodevano il fegato.
(4) il genio dei geni, praticamente aveva fatto la spia su Zeus che stava trombando una ninfa, al che il dio gli manda la morte a casa (Tanato) ma Sisifo che era uno sveglio la incatena in camera sua, Colla morte legata nessuno muore più e Ares, dio della guerra, non si diverte più in battaglia. Viene liberata la morte, Sisifo va negli Inferi ma siccome aveva costretto sua moglie a non seppellirlo, va protestare cogli dei riguardo al fatto che non aveva ricevuto un funerale serio. Gli dei (furbissimi) allora gli concedono 3 giorni di vita per farsi seppellire (no comment). Lui ovviamente scappa, ma viene riacchiappato e costretto a trascinare un macigno su per una montagna per l'eternità, senza mai riuscirci perché gli ruzzola sempre indietro.

7 gennaio 2014

Soundtrack

Se ne stava lì in cima al molo, tutta accigliata ad ascoltare il respiro del mare. D'un tratto si alzò in piedi, prese l'iphone, portò il braccio dietro la schiena e con un'ampia rotazione lo fece volare in mezzo alla schiuma delle onde. Quello rimase lì un paio di secondi, galleggiando sul pelo dell'acqua, e poi sparì nella nebbiolina biancastra.
Forse qualcuno, se vedesse un tale spettacolo in tv, conclusosi così, nel giro di due secondi e senza uno straccio di colonna sonora strappa-lacrime, rimarrebbe quantomeno perplesso - se non francamente deluso. Nella testa di Sabrina questo pensiero balenò per un momento mentre vedeva quel rettangolino di cristallo e plastica affondare nel mare plumbeo. Ma se aveste potuto osservare meglio la scena, allora avreste notato che il piede della ragazza batteva sulle pietre del molo seguendo un ritmo allegro e segreto.

Il primo walkman era arrivato in un Natale lontano, regalo di genitori o parenti comunque molto stretti, e da allora Sabrina era vissuta colle cuffie piantate nelle orecchie. Che lo facesse per isolarsi dal mondo o semplicemente per renderne più interessante il rumore, non c'è dato saperlo. Fatto sta che non fosse passato giorno o ora in cui la giovane non si fosse riempita il cervello di note di chitarra, piano e voci e tamburi. Le canzoni continuavano a echeggiare nel silenzio della sua mente anche quando le cuffie si ammutolivano. Che fosse seduta sul tram, piegata sui libri o stesse passeggiando per le vie del centro, la musica di Sabrina non si spegneva mai.

Molti si rifugiano nei sogni, altri si concentrano nei propri obbiettivi, altri ancora si chiudono nei ricordi e nei bei tempi andati...ma non lei. Sabrina si coccolava nelle discografie di artisti morti e nei b-side di impronunciabili band d'oltremanica. Adorava il synth-pop anni '80, vantava una conoscenza pressoché enciclopedica del rock anni '70, conosceva a memoria metà dei testi di Pink Floyd, Queen, Bowie, Smiths, Clash, Cure e quanti altri avessero dipinto la variopinta scena musicale britannica degli ultimi 40 anni. Aveva trascorso pomeriggi interi a cantare senza voce, suonando chitarre immaginarie fatte di aria e fantasia. Coll'avvento di internet aveva rubato al mondo migliaia di album e canzoni, scoprendo poi la vita - e la morte - di tutti i più grandi della storia. Spaziava da un genere all'altro come un bimbo in un negozio di giocattoli, stufandosi ora del baroque pop per darsi anima e corpo allo shoegaze e alla neo-psichedelia; saltava dai concept album di cantautori ventenni alle raccolte di musica da camera come si cambia canale della tv.

Tra un LP e l'altro, la vita di Sabrina era arrivata fino alla laurea. Viveva seguendo il proprio stomaco più che un criterio razionale: faceva quello che le piaceva, senza preoccuparsi di dove questo la conducesse - o almeno così aveva creduto di fare. Non era ambiziosa: lo studio, la laurea o il lavoro erano per lei solo meri strumenti per poter fare quello che gli andava. Faticava a capire gli altri che erano disposti a sacrificare i loro migliori anni per il raggiungimento di epiche mete senza fermarsi un momento a godersi il tempo che scorre.

Da come ve l'ho descritta, forse potreste pensare che Sabrina fosse una solitaria o quantomeno affetta da un velo di sociofobia...ma, a onor del vero, era sempre stata circondata da compagni sinceri e rumorosi. Aveva conosciuto l'amore in tenera età per poi stufarsene poco dopo, e da allora i ragazzi - più o meno cresciuti - non erano mai mancati. Poteva vantare la bellezza di 1338 amici su Facebook senza contare le mille altre connessioni tra skype, twitter, whatsup e i vari social. Insomma era ben inserita nella vita di oggi, coi suoi occhi grandi e castani, il sorriso smisurato e la linea morbida e leggera che certamente non disturbavano nei rapporti cogli altri.

Cosa faceva quel giorno di Gennaio in riva al mare? Bella domanda. La risposta arrivò pochi anni dopo per posta. Sulla busta uno strano francobollo viola con l'effigie di un leone e un numero, 18000, seguito da un simbolo irriproducibile - indubbiamente quello di una moneta straniera - e all'interno, una lettera scritta a mano.


<<[...]Non avevo mai visto il mare d'inverno prima di quel giorno. Il colore scuro, metallico, e l'odore, o meglio l'assenza dello stesso, mi colpirono più di tutte le cartoline di spiagge bianche o acque cristalline. E poi lo ascoltai, il brontolio delle acque. Certo, lo avevo già sentito migliaia di volte, ma non lo avevo mai ascoltato. Mi ha parlato, so che può sembrare stupido...Mi ha parlato colla voce di Lou Reed. Take a walk on the wild side. E io la mia passeggiata me la sono fatta...anche se è tutt'altro che finita.>>

17 dicembre 2013

Ego-metabolico.

Ecco che la scienza toglie ancora una volta un po' di poesia alla vita.
Ipoglicemia reattiva. Due vocaboli più o meno comprensibili che racchiudono un tratto apparentemente essenziale del mio carattere...
"Tu hai fame Cirillino" forte di questa marmorea diagnosi, la dottoressa mamma ha studiato e curato il figlio da anni di mal di testa, stanchezza e malumori. "È come il su nonno: a stomaco voto diventa anche cattivo"...e giù vagonate di cibo a tavola.
Da quando mi ricordo, gli orari di casa sono sempre stati scanditi dagli insostenibili orari di lavoro dei miei: pranzo alle 2 - a volte anche 2 e 30 - e cena dopo le 9. Non ho mai fatto colazione e vista la lontananza dei pasti, ho sempre pensato che fosse normale avere perennemente fame.
Ero un bambino sostanzialmente grasso, ma sono stato aiutato da una crescita esplosiva e precoce, che mi regalò già a 13 anni la struttura fine che mi porto dietro tutt'oggi (peccato che dopo la pubertà i vari Andreino o Marchino siano diventati due volte e mezzo me.)
Da che dimagrii, ho cominciato a sviluppare una peculiare attitudine verso il cibo: se da un lato posso stare anche 24 ore a digiuno senza morsi di fame o capogiri, dall'altra ci sono orari durante la giornata in cui il mondo e le persone appaiono sempre più irritanti. In quei momenti la ricerca del cibo può diventare ossessiva, e vi assicuro che quando un Biagini ha fame, non è un bello spettacolo. La sazietà è un concetto poco inerente a questa sensazione: si mangia perché c'è cibo, si mangia finché c'è cibo. Poco contano i pantaloni che stringono e la pancia in tensione, se vediamo altra roba da mangiare, non riusciamo a fermarci.
Non c'è da stupirsi se la Sonia davanti a tanto famelico spettacolo, si prodigasse di cucinare mille e più ricette, con porzioni francamente abnormi per la stazza e la decenza della mia persona. La fame ha per anni fornito ai miei la spiegazione di ogni sottile moto del mio umore - francamente lunatico fin dalla tenera età e caratterizzato da oscillazioni circadiane tra bambino iperattivo e marmocchio melanconico, ovviamente poi aggravate da un'adolescenza tumultuosa, come quella di tutti. 

"Non rompere i coglioni Cirillo, tu hai fame": Risposta classica ad ogni mio esposto. 
"Un tu hai nulla, mangia un biscottino vai, tu hai fame": Diagnosi onnicomprensiva di ogni mio malditesta/malessere. 
"Sie, ma lo vedi c'è il termosifone a 15! Mangia di più bischero, lo vedi come tu sei magro!": Universale soluzione al mio avere freddo in casa.

Insomma per anni mi sono sentito dare del l'affamato per ogni mia uscita...il fatto è che anche io ho finito col crederci, sforzandomi - ora che vivo da solo - di sopportare questa quotidiana guerra di sensazioni intestine. Lasciatemi dire che però, nel frattempo, i miei sbalzi di umore costanti hanno prodotto alcune tra le cose più belle che ho mai fatto. In questa chiave, il blog è più o meno un monumento alla mia voracità.

Sveliamo l'arcano: soffro - se così si può dire - di una disregolazione metabolica per cui dopo mangiato, gli zuccheri nel sangue scendono troppo velocemente, raggiungendo valori a cui normalmente un individuo sviene. In pratica il mio pancreas risponde troppo velocemente al glucosio contenuto nei pasti, rilasciando grandi quantità di insulina - l'ormone che permette il riassorbimento dello zucchero nelle cellule - abbassando la glicemia in maniera esplosiva. Ipoglicemia reattiva, appunto. Il fatto che io non svenga con 45 mg/dl di glicemia, è perché questa è la mia condizione di normalità pomeridiana da anni.

Eccovi spiegati gli eccessi di pessimismo, i mal di testa, il nervoso, l'irrequietezza. Francesco è agitato, Francesco è depresso, Francesco è ipercritico.
Francesco vi invita a non mangiare un paio di giorni (e comunque non avrete la mia glicemia) e poi ragionare.
Il lato più diabolico della faccenda è che il trigger - o grilletto, per i meno anglofoni - di questa ipoglicemia è proprio il pasto! Quindi ricapitolando, io:
  1. ho fame
  2. mangio
  3. la glicemia scende dopo 2 ore
  4. mi deprimo
  5. ho sonno, freddo, mal di testa, talvolta tremore - e soprattutto mi girano i coglioni -
  6. e poi ho di nuovo una fame bestia (l'insulina ha un grande potere oressizzante). 
Nella sua innocenza materna la Sonia aveva trovato la soluzione al problema: mangiare di continuo; consiglio che, se non fosse per i rischi legati all'obesità (già perché l'insulina fa anche ingrassare), sarebbe anche praticabile: se io rimangio prima che la glicemia scenda, posso prevenire i sintomi.
Io, più semplicemente, non mangio - o meglio - mangio il minor numero di volte al giorno. So che può suonare un po' drastico, addirittura un filo psichiatrico ma - cercate di capirmi - se non mangio, io sto proprio bene: sono allegro, alla mano, vivace, ho energie per 12, ho voglia di gente, di donne, di amici, di vivere insomma. Mi limito a fare un bella cena, così la glicemia scende mentre la stanchezza sale e io me ne vado beato beato a dormire. Il problema delle serate fuori non si pone visto che tanto agli aperitivi non si mangia una sega e che altrimenti mi limito a bere (ovviamente acqua). Fatela voi una bella colazione per poi trovarvi mezzo accasciato e sfavato a metà mattina!

Credo sia inutile precisare che, al solito, la soluzione della Sonia sarebbe quella giusta.

L'ipoglicemia reattiva è un fattore di rischio per il diabete, che praticamente ne è l'esatto opposto (la medicina è paradossale e ironica, a volte), ma la cosa non mi terrorizza: in casa mia il diabete è ospite antico, e buon sangue non mente.
No, la cosa che mi strugge è il trovare che il mio modo di fare sia il frutto di un qualche organo scazzato. Possibile che il mio modo di essere Francesco - o Biagio - non dipenda da me e dal mio cervello ma da un metabolismo glicemico alterato? La domanda forse è stupida, ma la risposta è sicuramente triste. Triste sì, perché alla fine l'unica cosa che mi distingue da voi e da chiunque altro è il mio carattere: è quello che facciamo che conta, la listina della spesa degli aggettivi che potete avvicinare al nome di chiunque, è tanto sfiziosa quanto inutile. Cosa sono io allora? Un'ipoglicemia reattiva che trova ispirazione per pensare e scrivere da un malessere glucidico?
Allo stesso modo, mi irrita pensare alla malattia psichiatrica. Che cos'è un medico per dire che un cervello che gira in una determinata maniera è malato? Il concetto di normalità e di malattia quando si parla dell'interiorità di un individuo dovrebbe essere rivisto, se non del tutto abbandonato. Test psicometrici e imaging funzionali non ti diranno mai se una persona è malata, eppure è così che la facciamo sentire. Dubito che ad un check-up John Lennon - così come Ian Curtis, Einstein e chi più ne ha più ne metta - sarebbe risultato sano, ossia normale.

Tutto questo per dire che io della mia ipoglicemia reattiva me ne frego e che anzi, alla fine mi ci sono quasi affezionato. E ve lo dico mentre sono ancora qui a fare il test da carico del glucosio a 5 h, colle dita bucherellate dagli stick glicemici e la glicemia in lenta risalita da 54 mg/dl.
Vi saluto.

17 novembre 2013

Ciao

Non so se è l'ultimo, ma di sicuro è un saluto. (Grazie al cazzo dirai tu).
Passavo di qui a vedere che succede, e sinceramente non ci capisco molto.
Volevo raccontarti come sto e che cosa faccio dalla mattina alla sera, ma non ci riesco. Forse non ne ho solo voglia. Ti posso dire che la vita scorre veloce, e così come l'acqua, non ha il tempo di diventare torbida. Spero tu sia felice di sapermi contento e allegro...lo so, l'umore è una cosa volubile - forse addirittura volatile - però fa sempre piacere quando è leggero, no?
Se essere bambini significa trovare la curiosità dell'ultimo filo d'erba, allora credo che invecchiare sia voltarsi in giro e non vedere che strade conosciute, anche solo per sentito dire. Te lo confesso, mi sento vecchio (no, non è per via dei capelli). Tutto sommato, però, il circondarsi di facce e case familiari è tranquillizzante, anche piacevole - per quanto noioso.
Ora che ho finito l'università, direi che la scuola non sia stata in grado di fornirmi una buona chiave di lettura delle cose. Non è adatta a comprendere l'impalcatura su cui si regge questa confusione che noi chiamiamo il mondo: non avevo 20 anni quando ho rinunciato al tentare di dare un ordine al caos, perdendo la mia fede in Dio o in chi per lui, mentre altri - altri come te - sanno sempre perché il cielo è blu e la gente muore (o forse non se lo chiedono e basta). Eppure non passa giorno senza gustare il sapore amaro del "sarebbe giusto così" o del "non ci voglio credere"; col risultato che poi sono io quello che tira il sipario sul mondo...almeno finché non mi ricordo che il bene o la giustizia sono idee nate da questo lato della tenda e che se hanno un briciolo di valore, questo deriva da quello che faccio. E poi mi ricordo anche che io non sono uno stinco di santo e ricomincio a fare il coglione.
Continuo a recitare la mia parte, così come so fare, nel modo che ho imparato essere il più redditizio (che non fa rima con felice); questo vale per lo studio, il lavoro, gli amici e - perché no? - anche per le donne. Sinceramente vorrei sentirmi un po' più pischello (il che probabilmente è una prova del fatto che lo sia). La voglia di viaggiare e scoprire è tutt'altro che sopita, però d'altronde le giornate sono lunghe e piene. Per riprendere l'immagine dell'acqua, ti dico che ho come l'impressione che tutto mi scorra addosso, senza riuscire davvero bagnarmi.
Vorrei saper fare meglio.

Questa canzone me la regalò un'amica francese dopo una festa in via Verdi 13, proprio come quella di settimana scorsa. È la colonna sonora di questi giorni.