E' la prima volta che scrivo una storia in più parti, ma il blog non si presta a letture particolarmente prolungate, per cui ho preferito dividerla. Anche il tema è decisamente nuovo per me, spero vi piaccia.
Da che si ricordava Luca non aveva mai conosciuto una creatura tanto bella quanto lei. Nel sorriso accecante e nel taglio degli occhi finemente allungato, era impossibile non cogliere la palese dimostrazione di un volere divino. Di lei contava le lentiggini che si illuminavano quando parlava. Di lei studiava l'ombra morbida che si curvava quando camminava. Di lei misurava il dolce sollevarsi della pelle quando respirava. Non c'era dubbio alcuno, era tutto quello che il suo cuore di 19 anni desiderasse. Eppure, nonostante un destino felice l'avesse posta praticamente a un palmo dalle sue dita anelanti, mai le sue braccia l'avevano afferrata per la vita soffice e stretta alla sua, avvampandola nell'incendio che sentiva bruciare sempre: vicini di casa, cresciuti assieme, migliori amici...solo migliori amici. Nei tanti anni di giochi e discorsi, certo gli abbracci non erano mancati, così come alcuni rari episodi d'intimità e imbarazzo che Luca custodiva gelosamente come tesori, resi ancor più luminosi dalle migliaia di volte in cui li aveva accarezzati prima di addormentarsi. Mai però era riuscito a esprimere in parole o gesti questo suo segreto desiderio, trovandosi ad essere a un tempo sia campione che schiavo di un amore che spesso sentiva troppo pesante da portare. Cristallizzato in un'amicizia - che amicizia poi non era - e conoscendo a memoria come ogni curva di quel volto delicato si arricciasse, ormai riusciva ad intuire ogni pensiero che sfiorasse la mente di lei prima ancora che quest'ultima immancabilmente glielo confessasse.
Arrivati al liceo però erano state proprio le parole dolci della sua confidente a regalare a Luca i primi assaggi di tristezza e dolore, i movimenti tremendi di gelosia e le notti insonni: il primo bacio con Federico, i pomeriggi con Marco e gli altri, ma soprattutto le notti con Andrea. Luca, dal canto suo, non riusciva a fare altro che ascoltare silenzioso le risate e i dettagliati racconti, per lui così carichi di mistero eppure insopportabili. In questo rapporto divenuto piano piano sempre più a senso unico, le uniche parole che egli osasse proferire erano quasi sempre affermative. Solo i suoi occhi tradivano il movimento turbolento in cui il suo spirito s'agitava da anni ormai. Io non ti lascerò mai da sola. Tu sarai sempre felice. Tu sarai mia.
Beatrice aveva 18 anni ed era sempre stata stata la più bella della classe oggettivamente. Oggettivamente sì, perché non si era mai sentita tale, o comunque non si era mai comportata di conseguenza...che seppur non sono la stessa cosa, il risultato probabilmente non cambia. Cresciuta correndo qua e là per i campi con Luca, manteneva negli occhi verdi screziati la freschezza e la genuinità dei suoi primi 10 anni; con curiosa ingenuità questi ultimi si posavano sulle meraviglie del mondo inseguendo qualsiasi cosa volessero. Va detto che il più delle volte la ottenevano - e facilmente. La curiosità però è una belva ingorda, e il suo prezzo si paga con l'incessante bisogno di nuove avventure. Con gli anni infatti le passioni si erano moltiplicate, così come il numero di sport praticati, di ragazzi o di religioni da cui era rimasta affascinata.
Tutto era cambiato con Andrea: 25 anni finiti, una macchina e un'intera nuova dimensione in cui trovarsi proiettata. Con lui aveva scoperto cosa significa essere donna, non tanto per il sesso - che era stato per lei a un tempo romantico e strano in fin dei conti, e forse anche un pelo noioso - quanto per i problemi e i privilegi che solo un uomo, anche se in fondo ragazzo, creano nella vita di una diciottenne che divide ancora il letto e i pasti con i genitori. Andrea era in grado di farle fare qualsiasi cosa lui desiderasse, era un mistero ancora così grande con i suoi esami di scienze politiche, i racconti di sbronze immense, le battute volgari, la marijuana, i rasta...tutte queste cose le suonavano così affascinanti e tremendamente virili. Poco contava che non fosse bellissimo o ricco, che fosse fuori corso di 3 anni e non la portasse nei ristoranti. Andrea era un uomo vero.
Era così diverso da Luca: il suo dolcissimo amico e confidente era troppo tenero. Non particolarmente alto o aggraziato, Luca passava la maggior parte del tempo a ridere con quei coglioni dei suoi amici del bar, di cui peraltro era indubbiamente il capo con la sua simpatia sfacciata e la sua linguaccia sempre pronta a cogliere e sottolineare i difetti di tutti. A dire il vero, aveva un volto carino con gli occhi grandi e chiari e il mento dritto e ben marcato, seppur privo del benché minimo pelo di barba. Beatrice odiava vederlo assieme a quei deficienti dei suoi amici a fumare e a parlare di fiche o a prendere per il culo i pischelli degli anni inferiori. Lei conosceva quale fosse la vera natura di Luca, e questa era gentile e sensibile, sempre pronta ad aiutare gli altri e soprattutto sempre disposta a volere bene a lei. Quando Marco l'aveva tradita con quella troia di Claudia, Luca era stato un angelo per lei. L'aveva ascoltata, le aveva asciugato le lacrime, le aveva cucinato una tremenda pizza surgelata al prosciutto cotto e poi, guardandola con quei suoi occhi da cucciolo, aveva detto "Tu devi essere sempre felice, sei una persona troppo splendida, il mondo te lo deve". Da allora erano seguiti altri ragazzi ed altre disavventure amorose, tutte finite tra le braccia di Luca, con una pizza o una pasta scadenti e bagnate dalle immancabili lacrime che sempre le segnavano il viso in quelle occasioni. Una volta, mentre Luca la fissava negli occhi arrossati dal pianto, aveva pensato che tutto queste sofferenze le capitavano perché poi almeno sarebbe stata consolata dal suo angelo.
Mai una volta aveva cercato di baciarla, mai una volta aveva provato a prenderle la mano per farla ballare o per portarla in un posto romantico. E pensare che quando erano più piccoli lo aveva sorpreso una volta a spiare dalla serratura del bagno...anche se lei si era presa ancora due minuti prima di reindossare l'accappatoio e quindi fare una scenata, uscendo. C'era stato poi il compleanno dell'anno prima, conclusosi alla sera nella sua camera assieme agli amici e le amiche più strette, che a momenti ridendo e a momenti arrossendo, facevano ruotare a turno una bottiglia di Coca-cola sul tappeto; fu così che per la prima volta lei aveva baciato lo storico vicino di casa...nonché altri due o tre fortunati ragazzi di cui, a dire il vero, non ricordava neppure il volto. Luca comunque era un angelo, sempre pronto ad aiutarla e ad ascoltarla, in silenzio. Sapeva però che non gli piaceva Andrea: nonostante le risposte di Luca continuassero ad essere immancabilmente positive e trovasse ancora il tempo per stare al telefono con lei per ore, sentiva che il suo uomo non era apprezzato. L'amico era solo un ragazzino in fondo, era ovvio che non potesse capire quanto splendido Andrea fosse.
Il liceo di Luca finì e il mondo per lui si fece d'improvviso più largo. Agli immancabili amici del bar, se ne aggiunsero di nuovi conosciuti all'università, gente originale e spassosa, che raccontava storie incredibili nonché scherzi e battute mai sentiti prima. Non ci volle molto tempo prima che la linguaccia di Luca gli valesse un posto di riguardo nella compagnia, e così le uscite in città si moltiplicarono, parallelamente diminuendo quelle in paese.
Con l'arrivo dei corsi universitari anche le telefonate con Beatrice cambiarono di tono: i soliti racconti di Andrea e della sua nuova chitarra elettrica, si avvicendarono con gli aneddoti sui chiarissimi professori e i loro modi di fare cretini, le leggende terroristiche sull'esame di economia politica e soprattutto le particolareggiate narrazioni delle meravigliose notti a bere in centro con i nuovi amici, così diversi e interessanti rispetto a quelli del liceo o del bar. Luca sembrava totalmente rapito da questo mondo che profumava di avventura, e Beatrice si stupì nel rendersi conto per la prima volta di come non conoscesse più il fondo dell'animo dello storico amico. Per quanto si dicesse sinceramente felice per lui e di tutte queste sue nuove esperienze, sentiva di star perdendo in parte quella magia che l'aveva legata a Luca fin da piccola. I suoi occhi erano ancora colmi di dolcezza e generosità, ma le sembrava che sul fondo di essi non ci fosse più solo che questo.
Fine prima parte
25 agosto 2013
21 agosto 2013
Ferragosto
Trovo la vita naturalmente noiosa. Parafrasando Nietzsche, gli intervalli che separano i momenti intensissimi scorrono squallidi e lenti, scandendo il quotidiano avvicendarsi del sole colla luna e le stelle.
Aggrappate a desideri che illuminano le notti di Agosto, formichine operose studiano e lavorano, s'innamorano e curano il giardino o l'orticello. La domenica affollano l'autolavaggio per non sentire il fastidio di un pensiero o liberarsi dalle compagne e dai figli pedanti; mentre alla sera non c'è tavolo o parcheggio che non sia preda di branchi di giovani leoni assetati di chiacchiere e risate.
Con la testa che ancora gira per la velocità di una notte alcolica, il mondo sembra frenare bruscamente nella sua orbita al mio risveglio: è come trovarsi costretti in un eterno giro sulle montagne russe, in cui un solo secondo di vuoto nello stomaco dà senso a due ore di fila sotto al sole.
Sono le 6 o poco più, e la vecchia bicicletta scivola cigolando sulla passeggiata già invasa da maniaci del fitness che corrono risplendendo nella loro doratura sudaticcia. Nella luce del mattino che sorride fresca tra una palma e una panchina di marmo, vagoni di merce inutile vengono ordinatamente disposti sui tavoli davanti a una flotta di furgoncini bianchi. I solchi scavati dal sole e dagli anni ora si spianano in sorrisi di vecchie signore che si scambiano il buongiorno, per poi sprofondanre nello studio corrucciato di parei colorati e confezioni da quattro paia di boxer a 15 euro. Orde di cani trascinano gli assonnati padroni all'inseguimento di tesori odorosi e invisibili mentre il pensiero si perde sulla scia delle ruote della bici e del regolare sferragliare di pedali. Ci sono canzoni che s'insinuano tra i nodi dei capelli e dolci accompagnano il vagare del cervello, una è questa.
Purtroppo non esiste il centro di gravità permanente che con costante forza faccia girare il pianeta in modo allegro e interessante.
Adesso fa troppo caldo, anche i ricordi si fanno appiccicosi qui in spiaggia.
Una chitarra, due bottiglie di birra scadente e la voglia di cantare, eccovi gli ingredienti di un divertimento genuino e senza tempo. Un tuffo rigenerante in piscina alle tre di notte, scherzando sulla dignità di esseri umani e bestie tra un brivido e una risata. La schiacciata unta di gorgonzola e finocchiona che ti strizza l'occhiolino all'ombra di S.Croce, ma che non calma la fame se non quella dello stomaco. Piedi neri si affacciano dalla finestra su Firenze, e dondolando leggeri in mezzo a nuvole azzurre di tabacco raccontano i loro 18 anni di sogni e viaggi. Settecento gradini madidi del sudore di noi due coglioni, persi nella fortunata ricerca di una spiaggia nera, infestata di meduse e piccole spettatrici dei nostri meravigliosi giochi di prestigio. Ritrovare nelle parole di amiche ancora sconosciute pezzetti che giureresti appartenere alla tua vita soltanto. Scoprire la vita di un nonno ancora bambino sulle pagine ingiallite di tre agende lasciate in eredità alla figlia ormai ingiallita pure lei. Un esercito di camici bianchi che disordinatamente marciando e qua e là balzando, invadono l'austera biblioteca sulle note del quartetto di Liverpool. Lenti nere e rotonde ti fissano da dietro una nuvola di ricci e divertite filmano noi improbabili protagonisti di inverosimili progetti cinematografici sulla cima di Montemarcello. Un'acqua cristallina e violenta da graffiare la pelle e togliere il fiato, esplode sotto i tuffi temerari dei ragazzi arrampicati sui massi del Frigido: mai nome fu più azzeccato per un fiume. La parodia dei due novelli sposi proiettata dietro i tavoli del banchetto principesco, tra le risate sguaiate degli amici di una vita e i boccheggi dei parenti oltremodo sazi. Ritrovarsi ancora seduto al banco del liceo, con i soliti compagni di dieci anni, ad aspettare il proprio turno di raccontare l'aneddoto preferito e a ridere tra un pezzo di pizza e un brindisi. Cimentarsi in pericolosissimi tiri a segno alcolici, immancabilmente persi e pagati in bicchieri tintinnanti. Ritrovarsi a cantare per elemosinare un panino dai ristoratori stremati e divertiti. Le lacrime che ingozzano la bocca e gli orecchi, coprendo il ticchettio di un conto alla rovescia abortito. La rabbia e la frustrazione della perdita di un amore.
"Acqua calda, birra fresca, coca così così" l'ambulante baffuto mi riporta qui sul foglio a quadretti su cui l'inchiostro scivola assieme ad un rivolo di sudore. Cazzo che caldo.
Ripartire da capo, rivivere ciascuno di questi momenti una alla volta, così come si snocciola un rosario. Senza fila, senza delusioni e speranze tradite, senza attese mai terminate, ma con negli occhi i colori di allora. Io ho sicuramente visto troppi film, e ho perso la mia fede da un bel po', però mi piace pensare il paradiso, o l'aldilà, o quello che è, come la possibilità di rivivere da spettatore ogni istante che ha definito il tuo essere te stesso, il tuo modo di diventare unico. "Seondo me bisognerebbe avecci 20 anni di meno, per poter ripartire e rifare le stesse 'azzate che s'è fatto fino a oggi. Però, a rifalle, seondo me c'è più gusto".
Aggrappate a desideri che illuminano le notti di Agosto, formichine operose studiano e lavorano, s'innamorano e curano il giardino o l'orticello. La domenica affollano l'autolavaggio per non sentire il fastidio di un pensiero o liberarsi dalle compagne e dai figli pedanti; mentre alla sera non c'è tavolo o parcheggio che non sia preda di branchi di giovani leoni assetati di chiacchiere e risate.
Con la testa che ancora gira per la velocità di una notte alcolica, il mondo sembra frenare bruscamente nella sua orbita al mio risveglio: è come trovarsi costretti in un eterno giro sulle montagne russe, in cui un solo secondo di vuoto nello stomaco dà senso a due ore di fila sotto al sole.
Sono le 6 o poco più, e la vecchia bicicletta scivola cigolando sulla passeggiata già invasa da maniaci del fitness che corrono risplendendo nella loro doratura sudaticcia. Nella luce del mattino che sorride fresca tra una palma e una panchina di marmo, vagoni di merce inutile vengono ordinatamente disposti sui tavoli davanti a una flotta di furgoncini bianchi. I solchi scavati dal sole e dagli anni ora si spianano in sorrisi di vecchie signore che si scambiano il buongiorno, per poi sprofondanre nello studio corrucciato di parei colorati e confezioni da quattro paia di boxer a 15 euro. Orde di cani trascinano gli assonnati padroni all'inseguimento di tesori odorosi e invisibili mentre il pensiero si perde sulla scia delle ruote della bici e del regolare sferragliare di pedali. Ci sono canzoni che s'insinuano tra i nodi dei capelli e dolci accompagnano il vagare del cervello, una è questa.
Purtroppo non esiste il centro di gravità permanente che con costante forza faccia girare il pianeta in modo allegro e interessante.
Adesso fa troppo caldo, anche i ricordi si fanno appiccicosi qui in spiaggia.
Una chitarra, due bottiglie di birra scadente e la voglia di cantare, eccovi gli ingredienti di un divertimento genuino e senza tempo. Un tuffo rigenerante in piscina alle tre di notte, scherzando sulla dignità di esseri umani e bestie tra un brivido e una risata. La schiacciata unta di gorgonzola e finocchiona che ti strizza l'occhiolino all'ombra di S.Croce, ma che non calma la fame se non quella dello stomaco. Piedi neri si affacciano dalla finestra su Firenze, e dondolando leggeri in mezzo a nuvole azzurre di tabacco raccontano i loro 18 anni di sogni e viaggi. Settecento gradini madidi del sudore di noi due coglioni, persi nella fortunata ricerca di una spiaggia nera, infestata di meduse e piccole spettatrici dei nostri meravigliosi giochi di prestigio. Ritrovare nelle parole di amiche ancora sconosciute pezzetti che giureresti appartenere alla tua vita soltanto. Scoprire la vita di un nonno ancora bambino sulle pagine ingiallite di tre agende lasciate in eredità alla figlia ormai ingiallita pure lei. Un esercito di camici bianchi che disordinatamente marciando e qua e là balzando, invadono l'austera biblioteca sulle note del quartetto di Liverpool. Lenti nere e rotonde ti fissano da dietro una nuvola di ricci e divertite filmano noi improbabili protagonisti di inverosimili progetti cinematografici sulla cima di Montemarcello. Un'acqua cristallina e violenta da graffiare la pelle e togliere il fiato, esplode sotto i tuffi temerari dei ragazzi arrampicati sui massi del Frigido: mai nome fu più azzeccato per un fiume. La parodia dei due novelli sposi proiettata dietro i tavoli del banchetto principesco, tra le risate sguaiate degli amici di una vita e i boccheggi dei parenti oltremodo sazi. Ritrovarsi ancora seduto al banco del liceo, con i soliti compagni di dieci anni, ad aspettare il proprio turno di raccontare l'aneddoto preferito e a ridere tra un pezzo di pizza e un brindisi. Cimentarsi in pericolosissimi tiri a segno alcolici, immancabilmente persi e pagati in bicchieri tintinnanti. Ritrovarsi a cantare per elemosinare un panino dai ristoratori stremati e divertiti. Le lacrime che ingozzano la bocca e gli orecchi, coprendo il ticchettio di un conto alla rovescia abortito. La rabbia e la frustrazione della perdita di un amore.
"Acqua calda, birra fresca, coca così così" l'ambulante baffuto mi riporta qui sul foglio a quadretti su cui l'inchiostro scivola assieme ad un rivolo di sudore. Cazzo che caldo.
Ripartire da capo, rivivere ciascuno di questi momenti una alla volta, così come si snocciola un rosario. Senza fila, senza delusioni e speranze tradite, senza attese mai terminate, ma con negli occhi i colori di allora. Io ho sicuramente visto troppi film, e ho perso la mia fede da un bel po', però mi piace pensare il paradiso, o l'aldilà, o quello che è, come la possibilità di rivivere da spettatore ogni istante che ha definito il tuo essere te stesso, il tuo modo di diventare unico. "Seondo me bisognerebbe avecci 20 anni di meno, per poter ripartire e rifare le stesse 'azzate che s'è fatto fino a oggi. Però, a rifalle, seondo me c'è più gusto".
25 luglio 2013
Eppure
La pagina immacolata riflette due borse scure divenute coi
giorni compagne costanti degli sguardi e dei pensieri. Piegato sul computer a
spulciare pagine lette e rilette, l’estate si fonde col bianco di google e l’azzurro
di facebook. La qualità della mia esistenza è sostanzialmente scaduta nelle
ultime settimane…tuttavia è una
malcelata soddisfazione che muove le dita sulla tastiera nella ricerca delle
parole giuste per la tesi; ognuna è una conferma dell’impresa compiuta, un
monumento ai sei anni di esami chiusi nel libretto, non meno celeste di quel
giorno in fila alla segreteria del Morgagni quando mi fu consegnato. Scrivo per
festeggiare, per finire, per non pensare. L’obbiettività estraniante della
composizione scientifica richiede un grado di soggettività pari a quella necessaria
a cambiare canale o mettersi i calzini, e questo in fin dei conti è un bene. I
voli pindarici e le linee guida europee sulla gestione dell’Ipertensione
Arteriosa mal si conciliano. Eppure -
quante volte avverbi come eppure o tuttavia, ciononostante, ma, se, rovinano la linearità di un pensiero
altrimenti cristallino come uno shot di vodka? - Eppure, dicevo, ci sarebbe tanto a cui pensare. Ben comprendo che
il concetto di quantità, molto o poco, quando si parla di riflessioni
risulti essere almeno poco attinente…eppure
non so come esprimermi più chiaramente.
Scegliendo quindi di non scalfire ulteriormente la
superficie increspata di questa nube di pensieri dall’aspetto tutt’altro che sereno,
vi racconto una storiella.
Recentemente, l’altrimenti
tranquillissima comunità montana de Le Piastre, paesucolo biecamente arrampicato
sulla montagna Pistoiese, è stata sconvolta da un avvenimento del tutto
straordinario. Gli abitanti raccontano di bambini in lacrime e di forze dell’ordine
impegnate con tutti i loro mezzi per riportare alla normalità una situazione
giunta ormai ad un passo dal precipizio.
Protagonisti di questa storia, come di qualsiasi storia che
valga davvero la pena raccontare, sono due animali, che una natura beffarda e violenta ha voluto nemici da tempo
immemorabile: un gattino rosso - il cui nome preferisco non riportare per
rispetto della privacy della bestiola stessa - e Jasmine, una cagnotta tutta
denti con un occhio solo. Jasmine, aveva trascorso i suoi pochi anni di vita
ricca di poche certezze, ma solidamente costruite all’interno di un giardino
fin troppo grande per lei soltanto. Una di queste era che tutto ciò che osasse
muoversi fuori dal grigio cancello di Villa Fiorita, ben si meritasse i
peggiori dei rimproveri e i più minacciosi dei latrati, di cui lei stessa era fin
troppo generosa elargitrice. Non sopportava, in particolar modo, l’ardire di
alcuni ragazzetti che, armati di fucilini, sovente correvano proprio sulla
strada di fronte inscenando improbabili inseguimenti con tanto di violenti
scontri a fuoco. Imperdonabili, assolutamente imperdonabili. A nulla servivano
infatti in quel caso, i richiami all’ordine di cui la lupetta era tanto
prodiga: poteva abbaiare per ore ed ore, ma quei discoli furfantelli mai la
piantavano di scorrazzare qua e là sparandosi addosso o mirando invisibili - ma
non meno divertenti - bersagli. Il culmine della scelleratezza fu raggiunto,
comunque, quando uno dei criminalotti in questione, un bel giorno di sole si
presentò al branco di teppisti stringendo un’orribile creatura e malvagia. L’abominio
in questione, appariva visibilmente stordito: il piccolo muso peloso si muoveva
lento e con evidente fatica qua e là, le narici minuscole si aprivano
affannosamente come per cercare di cogliere chissà quale notizia portata dalla
calda brezza dell’estate pistoiese, le zampette fulve erano tutte rattrappite
nella mano del bambino e davano appena
segni di vita col loro lieve levarsi e
stiracchiarsi, gli occhi di un vacuo grigio come appena dischiusi alla luce di
un mondo troppo splendente per essere osservato direttamente. La cosa che più
di ogni altra fece impazzire dalla rabbia la povera cagnotta fu il constatare
come tale mostruosa sintesi di bruttezza fosse sorprendentemente oggetto di speciali
attenzioni da parte di chiunque la vedesse: non solo i terribili infanti si
perdevano in coccole e moine sdolcinatissime per quel rospo dal pelo rosso, ma tutti
i passanti che la vedevano si fermavano a passare la mano su quel musino
grottesco; le dita scendevano inesorabili non per colpire le mascelle striate o
tirare i vampireschi orecchi cotonosi, bensì per solleticare il piccolo mento dell’animaletto
ripugnante e per carezzarlo! Jasmine non sapeva certo cosa pensassero gli uomini
coi loro pelami bizzarri e i loro sederi profumati di fiori, ma di una cosa era
certa: quella creatura era malvagia, e di una malvagità così subdola dal
riuscire ad attrarre a sé i poveri stolti uomini. Ma lei no, lei non si sarebbe
fatta abbindolare da quella leggera goffaggine che colorava ogni spostamento
del mostro e che veniva accompagnata dai sospiri e i versetti degli ignari
spettatori. Lei sapeva che quei pomellini rosa lucido che abitavano le zampette
tremule della peste, non erano morbidi doni della dolcezza che la natura regala
ai cuccioli, bensì concentrati di cattiveria e perfidia. Potete ora forse immaginare quello che provò
la povera cagnetta quando anche Francesco, il più giovane e quindi scellerato – ma non per questo
scusabile – membro del suo branco familiare, aprendo il grande cancello si
avviò verso l’ignobile gatto manifestando apprezzamenti verbali e perfino una
carezza. Basta, era troppo, la situazione stava degerando, e lei sapeva bene
che una soluzione doveva essere trovata al più presto, a qualsiasi costo.
Dall’altra parte del cancello, il sole era alto e colorava il
mondo di vivi colori, ignoti fino a pochi giorni prima. La vita era sempre stata
dolce, prima scandita dal latte caldo della mamma e dai sottili lamenti dei
fratellini, quindi da coccole infinite e giochi: palline, filini, buffe macchie
luminose e riflessi, specchi, guanciali e uccellini…il mondo non finiva mai di
proporre spunti di profonda riflessione nonché oggetti di infiniti agguati e
corse. Ogni giorno il sole spuntava, e mentre le zampette - adesso ben più
robuste e pronte a scattare come molle - si facevano sempre più sicure nel
passo, la casa si arricchiva costantemente di nuovi angoli da scoprire, celati cantucci
in cui nascondersi, avventurosi cespugli da esplorare e cortecce sui cui
affilarsi gli splendenti artigli. Ben poco quindi contava il dover miagolare
più volte affinché quei cretini di bipedi comprendessero il loro dovere di
servire il cibo…era un sacrificio sopportabile, dopotutto quelle lunga dita
rosa sapevano talvolta regalare momenti di meritatissimo relax. Con questi
sentimenti il gattino rosso continuò a crescere per alcune settimane, così come
cresceva il territorio che riteneva essere di sua naturale proprietà. Ben
presto ogni albero del vicinato recava i segni indelebili delle sue unghie, e
non c’era pietra che non avesse conosciuto l’invisibile tocco di piuma del suo
balzo…beh, quasi ogni pietra: c’era ancora quel grande giardino recintato,
abitato da quella curiosa creatura monocola così fastidiosa e rumorosa; lì non
c’era mai stato. Aveva camminato su e giù sul muretto che regge l’elegante inferriata
circondante la villa, e bene aveva studiato la geografia del posto attraverso
le assi di ferro fitte anche se non abbastanza da impedire il passaggio di un
agile esploratore quale lui era. Quella creatura bionda e pezzata scura, sempre
impegnata ad abbaiare al minimo movimento, gli appariva ad un tempo rozza e
stolta, ma comunque sostanzialmente inoffensiva per un magnifico felino come si
sentiva. Non aveva mai avuto occasione di visitare quel giardino che ogni
giorno si svegliava sorridente nel sole di Luglio eppure ancora segreto al
tatto delle sue delicate zampe tigrate, ma sapeva che niente può fermare uno
scaltro cacciatore dal raggiungere la sua preda, e lui era il migliore che
conoscesse.
I nostri due eroi continuarono ad odiarsi e studiarsi vicendevolmente
con infinita cura e precisione ancora per giorni e giorni, fin quando Jasmine –
incolpevole - chiusa in casa per sbaglio per alcune ore, non venne meno ai suoi
doveri di guardia costante di Villa Fiorita. Era l’occasione perfetta: il gatto
rosso, saltò furtivamente attraverso un’apertura nell’intreccio di metallo che
lo divideva dal tanto agognato giardino e cominciò a gironzolare tra le rose
variopinte e i gigli selvatici che spuntavano qua e là per il prato. Ecco però che
la porta di casa si spalancò, e la lupa in quello che sembrò meno di un battito
di ciglia fece scattare le snelle zampe curve, e lanciando le spalle dietro
alla bocca deformata in un sorriso aguzzo e spaventoso, volò all’inseguimento
dello sventurato felino. Ora ti mangio. Dall’altra parte, il cuore esplose in
una raffica di mitra accompagnato da un
grido assai poco elegante che fuggì dalla bocca sempre così delicata,
sconvolgendo il rosso pelame in una corrente agitata di stizze e dilatando gli
occhi grandi adesso praticamente smisurati. Così conciato il micio percorse
alla velocità della luce i pochi metri che lo dividevano dal cancello, ma preda
della folle corsa, anziché saltare quest’ultimo ostacolo e trovare quindi la
desiderata libertà, decise di arrampicarsi sul più alto faggio lì vicino.
Jasmine, approfittando della sciagurata decisione dell’avversario,
cominciò ad esibirsi nella più splendida collezione di minacce che conosceva e
facendo sfoggio dell’impeccabile avorio delle sue fauci, girava ossessivamente a terra con la bocca spalancata, attendendo un insperato dono dal cielo. Che piacere,
che scena impagabile. La cagna sentì finalmente calda e liquida la
soddisfazione, che saliva su dal terreno da lei amato, raggiungere la sua gola
ed esplodere in violenti ululati di gioia ai piedi dell’albero. Vendetta,
tremenda vendetta. L’altro invece, tutt’altro che tranquillizzato dalla
salvifica altezza raggiunta, non finiva di tremare e affondare gli artigli
curvi nella corteccia di quel faggio divenuto d’improvviso scenario di una
sfiancante guerra di posizione degna delle trincee della grande guerra.
Purtroppo il narratore, richiamato lontano da Villa Fiorita,
non potè assistere oltre a tale spettacolo, per cui le notizie da qui riportate
sono frutto di alcune comunicazioni telefoniche avvenute il giorno seguente con
la madre che verranno trascritte fedelmente.
“Ciao mamma” “Ciao passerotto…ah! Ti devo raccontare di
Jasmine col gatto! E’ successo il finimondo!” “Cioè? Non è ancora sceso? S’è
incazzato il padrone? Ma con tutti i posti che c’erano quel cretino di gatto
doveva infilarsi proprio lì dal cane? E poi come cazzo si fa a salire su un
albero e poi a nun saper scendere?!” “Macchè…abbiamo dovuto chiamare i
pompieri, i quali hanno detto che è un classico, e che oltretutto quei poverini
di gatti si lasciano morire pur di non scendere dalla paura.” “I pompieri? E
sono venuti?” “Certo…immaginati la scena: il bambino del vicino in lacrime e
noi mortificatissimi per l’avvenuto, il padre più accomodante che cercava di
farlo smettere mentre provava a richiamare la bestiolina. Poi è arrivato il
camion rosso, seguito da tutti i vicini” “Che dì…ci credo, i pompieri alle Piastre
sono un avvenimento di pe’ ridere” “Aspetta…loro ci hanno chiesto ovviamente di
mettere Jasmine in casa – che poerina era già chiusa da 20 ore – e poi hanno
tirato fori la scala. Ma non ce l’hanno mica fatta! Quel bischero di gatto non
s’è lasciato prendere ed è salito ancora più in alto, dove la scala non
arrivava!” “No via, un ci credo…e quindi?” “E quindi nulla…tornano oggi
pomeriggio, perché non c’era modo di tirarlo giù. Tra l’altro stasera né io né Fede
ci siamo, quindi abbiamo chiesto ad Arnaldo di pensarci lui”
Passa qualche ora
“Mamma? Allora?” “Aspetta Franci che ti fo ridere…Praticamente
ho telefonato ad Arnaldo, che mi ha raccontato che in serata sono tornati i
pompieri con un camion con una scala ancora più lunga” “Ce l’hanno fatta?” “Sì
sì, stessa scena di stamani, il bambino in lacrime, il babbo a consolarlo e i
pompieri che salgono la scala…Solo che Arnaldo deve aver parlato con tanta
gente giù al bar, perché dice che c’era tutto il paese a fare il tifo!” “Ahahaha…ci
credo i pompieri due volte nello stesso giorno alle Piastre è un evento unico!”
“Infatti…gli unici che se lo sono persi siamo noi. Comunque poi è finito tutto
bene…dice che Il gatto pareva più morto che vivo quando l’hanno tirato giù, ma
il bambino se l’è ripreso e ha smesso di piangere” “E la gente?” “La gente ha
applaudito, e che doveva fare? Jasmine e il gatto sono sulla bocca di tutto il
paese. Tra l’altro la tu cagna è stranamente contentissima. Pensa a fatto le
feste a tutti i pompieri.” “Ah sì??”
E così, un po’ insensatamente e un po’ banalmente si
conclude la storia dei due animali pistoiesi…Per chi si aspettava un finale più
eccitante mi rammarico e ricordo che purtroppo o per fortuna la vita per quanto
colorata possa essere raccontata, finisce sempre con lo scadere nella grigia
normalità.
Concludo dicendo che sono contento di aver ricominciato a
scrivere.
12 giugno 2013
L'unica preghiera
Crescendo dei dubbi ed errori
invecchiano le parole non dette
nel museo polverosi colori
memori di irraggiungibili vette
E' un buon momento per cambiare,
vedi, la fortuna che ho ricevuto
può rendere cattivo un uomo
Quindi ti prego, ti prego, ti prego,
fammi avere ciò che voglio,
Questa volta.
Manchi.
invecchiano le parole non dette
nel museo polverosi colori
memori di irraggiungibili vette
E' un buon momento per cambiare,
vedi, la fortuna che ho ricevuto
può rendere cattivo un uomo
Quindi ti prego, ti prego, ti prego,
fammi avere ciò che voglio,
Questa volta.
Manchi.
Etichette:
poesia
18 marzo 2013
Noi siamo infinito
Un ragazzino abbraccia la vita in piedi sul cassone del furgoncino lanciato in galleria, stringendo sulle note del Duca Bianco un attimo che vale sedici anni, o venticinque. E' innegabile, stiamo invecchiando. E con il passare dei giorni di quotidiano impegno e costruttiva abnegazione al futuro, si dissolvono piano piano i sogni e le canzoni, le sigarette fumate, il gioco ossessivo, le prove di resistenza all'alcol e al pubblico ludibrio che hanno colorato il passato.
Non ci assomiglia più neppure la foto qui nel blog.
Oggi pensavo che forse non serve a niente sforzarsi tanto di andare avanti se poi finiamo col perdere quello che più ci piaceva...ma perché allora troviamo il rimanere indietro così soffocante? Troppo spesso la maturità appare costruita sull'oblio forzato di cosa vuol dire essere giovani. Il tentativo di essere migliori degli altri non è meno infantile del non voler abbandonare un'esistenza fatta di giochi ed egocentrismo.
Ruggisce dentro di me la voglia di scrivere il mio nome su ogni muro della città, il bisogno essenziale di far sì che ogni gesto urli al mondo la mia presenza, che ogni mio pensiero s'incida nella mente di ciascuno...e fatalmente si scontra colla quotidiana ricerca di normalità e riconoscimento degli altri che alimentano il motore di una sana integrazione sociale.
Poi alla fine l'ho capito: sono fortunato a poter passare la vita a tentare di risolvere questi problemi.
Ho visto un film molto bello, si chiama Noi Siamo Infinito (titolo originale The Perks of Being a Wallflower) ; inutile dire che ha finito col dare una bella girata al mappamondo di pensieri che da forse troppo tempo si annoiavano gravitando nell'orbita di una vita monotona.
Non ci assomiglia più neppure la foto qui nel blog.
Oggi pensavo che forse non serve a niente sforzarsi tanto di andare avanti se poi finiamo col perdere quello che più ci piaceva...ma perché allora troviamo il rimanere indietro così soffocante? Troppo spesso la maturità appare costruita sull'oblio forzato di cosa vuol dire essere giovani. Il tentativo di essere migliori degli altri non è meno infantile del non voler abbandonare un'esistenza fatta di giochi ed egocentrismo.
Ruggisce dentro di me la voglia di scrivere il mio nome su ogni muro della città, il bisogno essenziale di far sì che ogni gesto urli al mondo la mia presenza, che ogni mio pensiero s'incida nella mente di ciascuno...e fatalmente si scontra colla quotidiana ricerca di normalità e riconoscimento degli altri che alimentano il motore di una sana integrazione sociale.
Poi alla fine l'ho capito: sono fortunato a poter passare la vita a tentare di risolvere questi problemi.
Ho visto un film molto bello, si chiama Noi Siamo Infinito (titolo originale The Perks of Being a Wallflower) ; inutile dire che ha finito col dare una bella girata al mappamondo di pensieri che da forse troppo tempo si annoiavano gravitando nell'orbita di una vita monotona.
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